100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)

Regala il libro "Viaggi Pianificati" in occasione del
100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)!


Presentazione del blog

Dall’intervista di Antonio (Mosca 1980), parlando del suo rientro in Italia:

<… Durante la lezione di geografia di una prof sicuramente poco comunista (o poco simpatizzante ogni volta che si parlava dell’Urss) sentii predicare “in Urss non c’è questo, non c’è quello… non ci sono le macchine...” e io, beato, con tutto il gusto proprio di un bambino, alzai la mano e le dissi “prof, non è assolutamente vero che non ci sono macchine, io sono appena tornato da Mosca e Le assicuro che c’è un traffico della Madonna!”. Lei rimase di sasso...>

Non cercavo soltanto un libro che descrivesse la vita quotidiana dei lavoratori nei paesi socialisti. Per me era importante l’identità dello scrittore, la sua professione.

Storico? Giornalista? Politico? Ambasciatore? No, grazie. L’autore del libro che non sono mai riuscito a trovare sarebbe dovuto essere uno come tanti, magari un operaio/a, un impiegato/a, una persona qualunque, un tipo pulito. Avete mai provato a prendere in mano i testi in commercio sull’argomento? Vi siete resi conto che sembrano fotocopiati? E continuano a sfornarne di nuovi! Vi è mai capitato di soffermarvi sulle risposte dei principali quotidiani nazionali ai quesiti dei lettori interessati alla storia del socialismo reale? I commenti sono preconfezionati! Sono sempre gli stessi! Superficiali, piatti, decontestualizzati, buoni per il “consumatore di storia” massificato. Non parliamo dei documentari. Diamine! La storia è una cosa seria. E’ la memoria! Non bisognerebbe neanche scriverne sui giornali!

Ciò che mi fa salire la pressione è il revisionismo. Passa il tempo, i ricordi sbiadiscono e una cricca di farabutti si sente libera di stravolgere il corso degli eventi, ribaltare il quadro delle responsabilità e di combinare altre porcherie che riescono tanto bene agli scrittori più in voga. Tale è l’accanimento… vien da pensare che il Patto di Varsavia esista ancora da qualche parte!

Un giorno mi sono detto: io non mi fido, il libro lo scrivo io.

Ho iniziato a rintracciare gente che si fosse recata nei paesi socialisti europei prima della loro conversione all’economia di mercato. Ho intervistato quattordici persone esterne ai giochi di potere e libere da qualsiasi condizionamento (eccezion fatta per le intime convinzioni proprie di ciascun individuo che non mi sento di classificare tra i condizionamenti). I loro occhi sono tornati alle cose belle e a quelle brutte regalandomi un punto di vista diverso da quello dell’intellettuale o dell’inviato televisivo. Grazie ad alcuni libri di economia usciti nel periodo 1960-1990, ho tentato di rispondere ai quesiti sorti nel corso delle registrazioni.

http://viaggipianificati.blogspot.com/ è l’indirizzo web dove è possibile leggere le straordinarie avventure a puntate di italiani alla scoperta del vero socialismo e delle cose di tutti i giorni. A registrazione avvenuta, è possibile lasciare un commento.

Visitando il blog potrete idealmente gustarvi un’ottima birretta di fabbricazione “democratico-tedesca” seduti in un bel giardino della periferia di Dresda, nuotare nella corsia accanto a quella occupata da un “futuro” campione olimpico ungherese, discutere coi meccanici cecoslovacchi, e… molto altro. Buon divertimento!

Luca Del Grosso
lu.delgrosso@gmail.com


Il libro "Viaggi Pianificati" è in vendita ai seguenti indirizzi:

http://www.amazon.it/Pianificati-Escursioni-socialismo-europeo-sovietico/dp/1326094807/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1461691231&sr=8-1&keywords=viaggi+pianificati

http://www.lulu.com/shop/luca-del-grosso/viaggi-pianificati/paperback/product-21997179.html

in formato cartaceo o "file download" .





sabato 30 gennaio 2016

La questione della libertà, le vittime del socialismo.

Molto spesso, da studente, al tempo dei defunti paesi socialisti, mi sono chiesto come potessero esserci amministratori tanto cinici da non permettere una totale libertà di stampa e di movimento.
Oggi ci sono due stati ex-socialisti, la Polonia e l'Ungheria, che praticano il contrario di quanto hanno mendicato per decenni. Nel nome della democrazia, dal 1956 in poi, il mondo ha chiesto ai capi comunisti di questi due stati di smetterla con le restrizioni. Libertà! Libertà!
Proprio come quella che, dismessi i logori vestiti del '900, i loro governi attuali stanno calpestando, chiudendo le frontiere in entrata e limitando per legge lo spazio di espressione dei giornalisti.
Io credo che ogni sistema debba tutelarsi come meglio crede. Ogni sistema lo fa.
Il socialismo lo conosciamo: meno subdolo del rivale, inizia, prosegue e finisce duramente, ma con alcuni punti fermi.
Il sistema liberale, invece, scodinzola come un candido, dolce cagnolino, pronto a tirar fuori i denti quando occorre, fino alle estreme conseguenze e alla sovversione dei sui principi.
Come sempre, a noi la scelta.

domenica 23 novembre 2014

La dacia sovietica: un'esclusiva per la Nomenklatura?

Ho il piacere di condividere il contributo di un amico italo-moscovita sulla questione trattata in un estratto da "Storia della disuguaglianza" del Professor Giovanni Vigo pubblicato su "Sette" n.46 del 14 novembre 2014.

Premessa: in Unione Sovietica il deficit dei prodotti al consumo era ahimè strutturale. Il governo perciò concedeva ai cittadini degli appezzamenti di terra nell'hinterland affinché questi potessero coltivarci ortaggi e alberi da frutto e così supplire alla carenza di generi alimentari. Su tali appezzamenti la legge riconosceva ai cittadini la possibilità di costruire casette di non più di un piano. Data la carenza anche di materiali edili, queste venivano edificate con quanto si poteva trovare (qualche mattone, tavole e assi di legno, lamiere ondulate): ecco la tipica dacia del moscovita medio in epoca sovietica.
Un'altra funzione della dacia era quella di essere il luogo di villeggiatura dei bambini durante le vacanze estive, perché non c'erano molte possibilità di andare in vacanza altrove e almeno in dacia potevano stare all'aria aperta.
Darti una percentuale è difficile, ma a Mosca la dacia era diffusissima tra i moscoviti. Si parla di centinaia di migliaia di persone interessate dal fenomeno.
Ci terrei a precisare che comunque le dacie di allora non sono da ritenersi una sorta di lusso riservato a una specie di classe media! I parametri con i quali si misurano le cose nei paesi capitalistici non funzionavano in URSS. La dacia, o meglio il lotto di terra, era concesso dallo Stato, che deteneva e tuttora detiene la proprietà della terra, ai cittadini dietro remunerazione ed era più una necessità che un privilegio. Ribadisco che la funzione principale era di fornire un'importante integrazione agli scarsi vettovagliamenti: il riposo del fine settimana primaverile ed estivo equivaleva a zappare l'orto per ottenere patate e cetrioli ed era già una bella fortuna. Per quanto concerne la costruzione della dacia vera e propria era una questione di praticità (già che ci andavi il fine settimana a coltivare la terra, meglio avere un tetto sotto il quale dormire, per non fare avanti e indietro il sabato e la domenica) detto questo, con pochi e poveri materiali e tanta inventiva con gli anni tiravano su queste casette che poi finivano per essere anche veramente un luogo di villeggiatura, ovviamente spartano, un'oasi nel verde per fuggire dal grigiore cittadino, posti mitici nei ricordi dell'infanzia e di collegialità familiare e di vicinato.

Solo ancora una precisazione: quando ho scritto che lo Stato è tutt'ora proprietario della terra, sono stato troppo categorico, nel senso che ovviamente era così in URSS e che nel passaggio alla Federazione Russa la legislazione è cambiata lentamente, ora certamente i privati possono acquistare la terra, tuttavia sono rimaste delle zone d'ombra in cui la proprietà degli edifici è privata, mentre il suolo dove sono stati costruiti appartiene ancora allo Stato. È il caso di molti condomini, in cui gli appartamenti sono di proprietà dei privati, ma le parti comuni e il terreno su cui sono edificati (che da noi appartengono alla persona giuridica "condominio") sono delle Stato. Nei primi anni della Federazione Russa è uscita una legge sulle privatizzazioni dei beni immobili (il cui periodo di validità scadrà a breve) grazie alla quale le persone fisiche occupanti gli immobili pubblici potevano acquistarli, chi vi ha aderito ne è diventato proprietario, chi non ha sfruttato questa possibilità o è stato sfrattato o continua ad essere affittuario.

[Ringrazio l'amico Riccardo Fiore, autore della ricerca. LDG]

lunedì 17 novembre 2014

Ipoteca: definizione da un dizionario di epoca sovietica.


Prestito in denaro concesso dalle banche dei paesi capitalistici dietro cauzione in immobili, fondamentalmente terra, fabbricati, edifici. L'ipoteca è uno strumento di sfruttamento e rovina di piccoli e medi contadini. Sotto forma di interessi questi consegnano alle banche praticamente quasi tutto il proprio reddito. La pesante situazione economica costringe i lavoratori agricoli ad indebitarsi, dando in garanzia il patrimonio, che frequentemente comporta l'espropriazione. Le ipoteche non esistono in URSS e nei Paesi che si sviluppano seguendo il cammino socialista. (traduzione di Riccardo Fiore)

martedì 21 ottobre 2014

La questione berlinese

Pretendere di comprendere la situazione di Berlino nel 1961, anno della costruzione del Muro, senza inglobare nell'analisi l'intero processo di trattativa politico-diplomatica che ebbe per oggetto il futuro della Germania ancor prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, significa svolgere un lavoro infruttuoso, le cui conclusioni non potranno avvicinarsi neppur lontanamente alle cause del profondo contrasto Est-Ovest.
La definizione dello status della Germania aveva cominciato a preoccupare i sovietici già dai primi segni di cedimento delle forze armate del Terzo Reich, sia in termini di risarcimento per i danni di guerra, sia per quello che poteva rappresentare uno stato tedesco rinvigorito, ammodernato e re-industrializzato dalle risorse economiche occidentali.
Sul finire degli anni '40 Gran Bretagna, Usa e Francia, grazie alla promozione del Piano Marshall, alla riforma monetaria della zona occidentale e alla costituzione non concertata della RFT, seppero ricostruire dalle ceneri della Germania un bastione che ebbe una duplice valenza in chiave anti-comunista: un poderoso rivale della futura RDT, con potenziale economico, richiamo e prestigio enormemente superiori, nonché lo sberleffo dell'aver portato livelli di vita superiori a quelli dell'URSS nel paese che più di ogni altro ha saputo nuocere all'URSS.
Per alcuni di questi motivi, ancora oggi, i russi più anziani non riescono a perdonare a Gorbaciov l'aver permesso la riunificazione della nazione tedesca.

lunedì 20 ottobre 2014

Riflessioni di Kruscev sulla DDR - Estratto da "Kruscev ricorda" - Sugar Ed. 1970

Prima della costruzione del Muro "... I residenti di Berlino Ovest potevano liberamente passare a Berlino est dove erano avvantaggiati da tutti i tipi di servizi comunali come barbieri e così via. Poiché i prezzi erano molto più bassi a Berlino Est, i berlinesi occidentali compravano anche tutti i generi di prodotti di largo consumo, prodotti come carne, olio animale e altri generi alimentari, e la RDT perdeva milioni di marchi... So che ci sono critici, specialmente nelle società borghesi, che dicono che noi ignoriamo la volontà dei cittadini della Germania Est quando rafforziamo la sovranità della RDT chiudendone le frontiere. So che vi sono persone che affermano che i tedeschi dell'Est sono imprigionati in paradiso e che i cancelli del paradiso socialista sono sorvegliati da guardie armate. So che un difetto esiste, ma credo che sia un difetto necessario e solo temporaneo. Abbiamo cercato di creare nella RDT le condizioni che i cittadini desiderano. Se la RDT avesse interamente intrappolato il potenziale materiale e morale che sarà un giorno utilizzato dalla dittatura della classe lavoratrice, ci potrebbe essere un passaggio non sorvegliato avanti e indietro tra Berlino Est e Berlino Ovest. Sfortunatamente la RDT - e non solo la RDT - deve ancora raggiungere un livello di sviluppo morale e materiale al quale sia possibile la competizione con l'Occidente. La ragione è semplicemente che la Germania Occidentale possiede maggiori risorse economiche e perciò ha più beni di consumo della Germania Est. Naturalmente ci sono alcuni dei nostri più intelligenti comunisti che protesteranno:<< No, state sottovalutando la nostra impresa!>> e così via. Ebbene, guardiamo all'intera questione con senso delle misure. Se avessimo a nostra disposizione maggiori mezzi e maggiori capacità per sopperire alle nostre necessità materiali, non v'è dubbio che le persone sarebbero contente e non cercherebbero di passare all'Occidente in tale numero da far diventare l'impoverimento una delle maggiori minacce per uno stato quale la RDT".

Il pessimo Kruscev ci ha regalato un libro di memorie che, a mio giudizio, si colloca tra i migliori testi di analisi delle problematiche di sviluppo del socialismo. E' sorprendente osservare la persistente lucidità di pensiero, da anziano, di un politico che durante la parte più attiva della sua vita è riuscito nel miracolo di porre la basi per il crollo dell'URSS. Contraddittoria è stata la sua esperienza, come tutta la storia dei paesi socialisti.

domenica 1 giugno 2014

2014 - Anno di anniversari - Il Revisionismo scalda i motori.

Venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino e dagli imprevedibili repentini rovesciamenti nelle democrazie popolari... piano piano la stampa alza il tiro e si fanno più frequenti gli articoli che parlano di socialismo reale. Quello che ho letto oggi, 1 giugno, su "Il Sole 24 Ore" (Eliana Di Caro, pagina 22)  è perfettamente in linea con le aspettative e delude chi come me si aspetta di imparare qualcosa fuori dai luoghi comuni della cantilena del povero socialismo. Intervista al solito oppositore: niente da mangiare, tutto brutto, grigio e lavoro duro e basta. Va bene, capito. Oggi Varsavia sembra New York? Benissimo. Evviva il capitalismo che funziona tanto bene che ci sembra di non poterne mai fare a meno. Ma io ci provo lo stesso: possibile che nelle redazioni dei giornali e in chi li stipendia ci sia ancora così tanta smisurata voglia di dipingere solo a tinte fosche l'esperienza sociale più complessa e contraddittoria del '900?
Non abbiate paura, il socialismo non tornerà presto. Non ne ritarderete l'arrivo con gli articoli e i documentari di propaganda. Tornerà quando dovrà tornare. Ma tornerà corretto e magari farà ancora più paura.

sabato 24 agosto 2013

Intervista a Teresa - Mosca anni '60

Visitai Mosca sul finire degli anni '60 per un soggiorno di cinque giorni offerto dall'azienda presso cui lavoravo a tutti i dipendenti. Quindi quasi cinquant'anni fa. Io avevo all'incirca 45 anni. Ora ne ho più di 90! C'era ancora il comunismo. C'era Breznev. Arrivammo il 1° novembre dopo un volo con Aeroflot, durante il quale fummo trattati meravigliosamente. Almeno tre ore di viaggio da Milano. Gentilissime hostess russe servirono cioccolata e champagne. Prima dell'atterraggio ci consegnarono un modulo per la dichiarazione doganale. Chiedevano di indicare se stessimo introducendo in Unione Sovietica anelli d'oro o altri oggetti di valore. All'aeroporto non c'era anima viva, solo noi. Tutto sembrava molto ordinato. Le guardie controllarono bagagli, libri e giornali acquistati in Italia.

Dall'aeroporto verso la città, in pullman. Attraversammo quartieri con grandi case popolari. Ci fecero scendere di fronte ad un gigantesco albergo con quattro ingressi (Rossija, ndb). Era un hotel per i forestieri. Fuori dalla finestra potevo ammirare la Piazza Rossa e la Moscova! Al di là del fiume, invece, si vedeva una fabbrica. Sulla piazza fervevano i preparativi per la tradizionale sfilata di novembre. In albergo si stava molto bene. Ad ogni piano c'era una governante, la camera era accogliente e c'era un cassettino con tutto l'occorrente per cucire: fili di cotone, aghi...
Le guide, che comunicavano con noi in un perfetto italiano, ci chiesero in dono giornali e riviste. Quando provai a contattare mio marito in Italia, rimasi stupita dalla rapidità con cui ciò fu reso possibile. Meno di cinque minuti! Davvero efficienti.

Prima sera: passeggiata sulla Piazza Rossa. Il giorno dopo al Cremlino e successivamente giri in metropolitana - la nostra, in confronto, fa ridere - visita del Museo della Scienza e della Tecnica, una sera al ristorante con spettacolo di danze russe ove mi fu regalato un disco che conservo ancora. Super servizio e abbondanza. Purtroppo non fu possibile raggiungere Leningrado: arrivati in ritardo al punto di partenza, trovammo i posti occupati.

Mosca era una città molto pulita. Per terra non si vedeva neanche un fiammifero e potevi leccare il pavimento. Nel vestire si somigliavano tutti quanti. Persino i cappellini delle donne erano simili. Ricordo la grande cordialità degli abitanti e anche che persi la voce, forse per il cambiamento d'aria.

Visitammo la chiesa di San Basilio, le sue cappelle illuminate da piccole candele... una mia collega, fascista, ne accese una mormorando qualcosa come "per tutti gli italiani morti qua". Io le dissi che aveva fatto bene a mettere la candela, ma di ricordarsi che gli italiani non erano stati invitati dai russi... sono morti, poveretti, ma le proteste andavano rivolte a Mussolini che ce li aveva mandati...
Non fu possibile entrare al mausoleo di Lenin, una fila pazzesca... tutti volevano andare a vederlo, c'era gente da tutta la Russia, in viaggio di nozze. Qui da noi vanno a trovare il papa, per il viaggio di nozze. Lì andavano a vedere Mosca e Lenin.
Un paese vastissimo, la Russia, il cui popolo ha saputo dare una strigliata a quelli che se ne approfittavano per mantenerli in un cronico stato di arretratezza. Poi c'è sempre quello che se ne approfitta, ma lì, prima della rivoluzione, c'erano i servi della gleba! Tutti i cambiamenti hanno un costo molto alto, con gente pura e approfittatori. Hanno dato un bello scossone e chissà come sarebbero finiti questi russi senza un tale sconvolgimento. Sarebbero rimasti schiavi, almeno da quello che sappiamo sui contadini grazie ai romanzi...

Maestosa l'università di Mosca... sotto il comunismo studiava chi riusciva nello studio, tu potevi essere chi ti pareva... sbagliavi un anno, ok, sbagliavi due anni... via... andavi a fare altro, a lavorare... la guida, che conosceva l'Italia meglio di me, spiegò: "Qui tutti hanno diritto allo studio, non c'è analfabetismo, anche nelle campagne... chi riesce può diventare qualsiasi cosa, avvocato, ingegnere, senza aver un papà di successo".

Lasciammo Mosca uno o due giorni prima della parata. L'ultima sera ci portarono ad un "night" che offriva numeri di varietà, canzoni in tutte le lingue, ma niente spogliarelli. Ordinammo un taxi per rientrare nonostante non facesse ancora freddo.

Soldati sulla Piazza Rossa, di sera, uno dei nostri passi troppo in là e la guardia un po' rude che ci fa tornare indietro: cercai con lo sguardo la nostra guida e vidi che si era presa un bello spavento!
Il viaggio mi fece riflettere sulla libertà e sulla dittatura. La dittatura non è bella, non puoi ragionare, o la pensi così o niente e poi c'è chi se ne approfitta. Ci vuole libertà, ma la libertà deve avere limiti. Allora, una via di mezzo. La libertà eccessiva non va bene e troppe restrizioni nemmeno.

sabato 15 giugno 2013

Viaggi Pianificati - Lettera di un lettore.

[A distanza di due anni dalla prima edizione del libro... è bellissimo ricevere lettere così! Non mi ci abituerò mai. Grazie a I.]

Le scrivo in merito al suo libro Viaggi Pianificati. Volevo dirle che sono rimasto piacevolmente colpito e arricchito dalla lettura del testo. Ha piacevolmente approfondito un argomento che mi sta molto a cuore, quello della vita quotidiana nei paesi del socialismo reale. Lo ha fatto prendendo in esame un punto di vista insolito, senza omettere critiche ma nemmeno volendo dipingere quei paesi come l'inferno in terra.
Sinceramente, mi stupisce che si sia autoprodotto il libro. A mio avviso, dato l'argomento interessante e il buon svolgimento dell'opera, sono convinto che avrebbe trovato un editore disposto a pubblicarlo. Ho letto recentemente un libro simile sia per impostazione che per il tema trattato ("La vita ai tempi del comunismo"-Bruno Mondadori) e credo che il suo volume abbia ben poco da invidiargli.
Chiudo con la speranza che un nuovo volume veda la luce (magari pubblicato da una casa editrice che gli dia la giusta distribuzione). In me troverà un lettore appassionato.
Con sincerità,
 
I.T.

giovedì 26 luglio 2012

Analogie tra l'Italia contemporanea e il socialismo reale.

E' buffo rilevare come alcune delle più odiate peculiarità dei paesi ad economia pianificata possano essere facilmente assimilabili all'odierna società italiana. Anzi, per certi versi, date le premesse e il vantaggio indiscutibile accordato dall'adesione ad un sistema fondato sul libero mercato, nell'Italia del 2012 emergono dinamiche persino peggiori di certe manifestazioni che molti possono ricordare come tipiche del campo socialista.

Spunti per una riflessione in merito.

Un lavoratore italiano di trent'anni, oggi, nonostante l'impiego a tempo pieno, spesso si vede costretto a condividere l'appartamento con sconosciuti, in quanto impossibilitato a fronteggiare il "caro affitti". Ciò avveniva regolarmente in un'Urss devastata da due guerre mondiali ed una guerra civile. Non per i prezzi, ma per la mancanza di case. Da noi le case ci sono, ma sono mal distribuite e, per chi deve affittare, costano uno sproposito.

Un elettore italiano, oggi, non può scegliere i suoi rappresentanti in Parlamento. Nei paesi socialisti le liste erano preordinate e non si poteva votare per personaggi diversi da quelli graditi al partito. Situazione non molto diversa da quella italiana, vero?

Un operaio italiano del nostro secolo, nella maggioranza dei casi, avrà figli che non supereranno i suoi standard di vita. Nella migliore delle ipotesi saranno essi stessi operai o, dio sia lodato, soprattutto in Lombardia, impiegati. Perlomeno, nei paesi socialisti, il figlio di operai o di contadini aveva chance di arrivare in alto. I più fortunati raggiunsero addirittura l'apice della piramide: benefici della lotta di classe.

In Italia ci sono pochi lettori e, quei pochi, leggono i libri letti dalla maggioranza. Un lunedì del giugno 2004, dopo quasi dieci anni di mattinate trascorse in automobile, decisi di prendere la metropolitana per raggiungere il posto di lavoro. Salito a bordo, mi misi a curiosare sul contenuto delle letture dei miei compagni di viaggio. Accanto a me: codice da vinci. Mi chiesi: che sarà mai? Di fronte a me: codice da vinci. Pensai: toh, che coincidenza! Di lato, oltre le porte, sulle gambe di una bella impiegata giaceva un codice da vinci. Ehi! Fermi tutti! Hanno instaurato la dittatura e non mi hanno avvisato? A che serve dichiarare la libertà, se poi si opera per un suo continuo e scientifico condizionamento?
Nei paesi dell'Est certi libri non potevano esser venduti, né affittati in biblioteca. Erano semplicemente non disponibili o indesiderati. Un modo più diretto per non lasciar leggere ciò che la letteratura mondiale offriva. All'Est ciò accadeva per proteggere il cittadino dalle fuorvianti influenze della produzione capitalistica. Ad Ovest, tuttora, per guadagnarci e distrarre. Di fatto, in entrambi i casi, possiamo rilevare quanto sia pericoloso per uno stato lasciare che le persone crescano consapevoli delle possibilità di modificazione della realtà attraverso lo studio e la conoscenza delle scienze sociali ed economiche.

Era mia intenzione concludere parlando di coloro che siedono in senato o alla camera dei deputati e dei loro presunti meriti, dell'endemica corruzione, del rapporto tra il cittadino e la burocrazia, del sistema giudiziario in genere, dello stato disumano delle carceri e della condizione kafkiana di molti detenuti, della violenza e degli abusi delle autorità coperti da un sostanziale accordo politico tra i membri dei tre diversi poteri dello stato, del mancato adeguamento alle direttive internazionali delle leggi di tutela della persona (in Italia, in campo economico, siamo invece sempre molto solleciti a far fronte ai nostri obblighi, a spese dei lavoratori!), delle deformazioni operate dai mezzi di informazione, della non-informazione e della loro diretta dipendenza dai centri di potere... insomma, di tutto ciò che ha portato la "ragion di stato" a schiacciare i meccanismi democratici, ma rischierei di sconfinare nel banale. Si tratta soltanto di capire qual è la "ragion di stato" che preferiamo e schierarci di conseguenza.

Ho sempre creduto che gli italiani e i russi avessero molto in comune. Non ho cambiato idea.

venerdì 20 luglio 2012

Intervista a Laila - DDR anni '80 - parte 4

Vorrei raccontare un episodio di cronaca nera.
Non abitavamo lontano dal centro di Lipsia, ma dominava il grigio. L’illuminazione artificiale era insufficiente: la sera era buio. I palazzi erano curati, ma cupi. Di sera le insegne erano ovunque spente. Il palazzo dell’Università “Karl Marx” era il mio preferito, il più bello dell’intera città.
C’erano pochi taxi in giro. Di notte, poi… La mia amica angolana, bella donna di colore, arrivata molto tardi alla stazione di Lipsia e stanca di attendere, decise di accettare un passaggio da un signore che si era fermato offrendosi gentilmente di accompagnarla. Era consuetudine che i privati, dietro compenso, si sostituissero alle macchine pubbliche. Gli diede il nostro indirizzo e la vettura partì. Lei conosceva la strada. In pochi minuti si accorse che stavano sbagliando direzione e si rivolse al guidatore interrogandolo sul resto del percorso. Lui restò zitto. Poi farfugliò qualcosa. Un attimo dopo prese una stradina laterale, la classica viuzza isolata. La mia amica realizzò a quale grandissimo pericolo stava andando incontro. Ad auto in corsa, aprì la portiera e si buttò tra i sacchi di spazzatura. Si nascose nel palazzo attiguo e attese che il malintenzionato sparisse. Si rivolse alla polizia. Rientrò scioccata. Le dissi che sarebbe stato difficile per i poliziotti intercettare il colpevole e che, magari, vedendola così, straniera, non le avrebbero nemmeno creduto e si sarebbero dimenticati tutto in breve tempo. Dopo due o tre anni si seppe di fatti di violenza su donne avvenuti nello stesso luogo e con le medesime modalità. Il principale indiziato fu arrestato. Lavorava nei pressi dello scalo ferroviario. La mia amica ne fu informata dalla polizia.
Dai giornali non trapelava mai nulla. Non c’era spazio per la cronaca nera. Di conseguenza, spesso la sera tardi, camminavo in perfetta solitudine fino al centro telefonico per le mie chiamate internazionali e non avevo paura di niente. [FINE]

mercoledì 18 luglio 2012

Intervista a Laila - DDR anni '80 - parte 3

In occasione di una visita del partito ad Erich Honecker, mio padre volò a Berlino. Lo raggiunsi per stabilire il da farsi. Lui alloggiava in un grande albergo internazionale, mentre io preferii dormire da un’amica.
Alla fine decisi di restare a Lipsia e divenni aiutante in una clinica per la chirurgia maxillo-facciale, in attesa di ripartire con gli esami. Nella clinica le mie mansioni erano le più svariate.
Prestai servizio per un anno. Chiesi ad una dottoressa di essere presente al mio ormai prossimo “nuovo” esame di patofisiologia, soprattutto per capire se i fallimenti precedenti erano da imputare a mie mancanze o ad altro. Lei purtroppo non venne. La compagna tedesca, al mio fianco, rispose ad una sola domanda e passò l’esame. Io risposi a due domande e fui respinta per la terza volta. Sembrava che il professore volesse comunicarmi: perché insisti, perché ritorni?
Cadde il muro. La Germania si sarebbe presto riunificata. Non volevo tornare in Marocco a mani vuote, ma a Lipsia le prospettive non erano buone. Un esame non fondamentale stava bloccando la mia carriera di studentessa universitaria.
Un’amica si era da poco trasferita ad Amburgo e, grazie all’aiuto  di un collega siriano, potei disporre di una lista di indirizzi degli ospedali della stessa città. Mandai quindi curricula all’Ovest per tentare la carriera infermieristica, una perfetta combinazione di scuola e lavoro.
Mio padre adorava la DDR. Però la DDR non era un paradiso. Non esiste il paradiso sulla terra. Per studiare andava benissimo, non posso negarlo: quante possibilità! Ma non era credibile quel telegiornale senza notizie dall’estero, senza cenni ai problemi economici interni…
Per una serie di circostanze fortunate ottenni una carta di soggiorno con validità illimitata. Poco prima della fine dell’esperienza socialista della DDR fui chiamata in questura per ristampare la carta di soggiorno. In quel periodo bastava dimostrare di avere un fidanzato tedesco per vedersi rilasciare un libretto rosso, tipo carta d’identità, che rendeva i possessori “stranieri privilegiati”. Potevo quindi restare a mio piacimento.
Ad Amburgo cambiai rotta. Mi passò la voglia di insistere con la stomatologia. Rifare l’esame per la quarta volta non era possibile. La mamma mi chiedeva, ma hai studiato? Certo che avevo studiato. Io, a quel punto, volevo solo una cosa sicura: un diploma. Quando giunsero i miei documenti alla questura di Amburgo, notai una corposa cartella sulla scrivania del poliziotto: dal mio arrivo tutto era stato registrato. Ebbi qualche timore per l’eventuale contestazione della concessione del permesso di soggiorno illimitato, ma era tutto in ordine. Ci tenevo a restare. Dopo alcuni anni avrei ottenuto persino la cittadinanza.


Qualche accenno alla vita di tutti i giorni.
A Lipsia imparammo il tedesco parlando tra noi stranieri. Non si faceva sport. Si passava molto tempo nell’ “internat”: si cenava insieme, si beveva un caffè... i mongoli facevano gli involtini, i polacchi e i russi portavano la vodka… Niente discoteca. C’erano feste dell’università, feste a tema. Fare la spesa per noi era già tanto! A Casablanca era più facile trovare gli alimenti che occorrevano. A volte, a Lipsia, si doveva fare la scorta di acqua tonica, perché poi spariva dagli scaffali per settimane intere!
Ogni tanto la mia caposala mi portava a fare l’aperitivo vicino alla stazione, nel bar di un hotel elegante. Passavamo la serata chiacchierando con infermieri della clinica.
Gita a Weimar. In pullman, giornata pesante, visita al campo di concentramento di Buchenwald, cancello aperto da un ex prigioniero… come un museo: tante foto e reperti dell’orrore, Frau Koch… ascoltare è una cosa, vedere è un’altra.
Prima di iniziare l’università, nel settembre del 1985, appena tornata dal Marocco mi offrii per la settimana del lavoro volontario e trascorsi una settimana a raccogliere patate in campagna. Nessuno degli stranieri partecipò. Fui l’unica. Mi fu assegnato un letto in una vecchia casetta e lavoravo accanto ad una signora anziana che non mi capiva, che rideva con me e io ridevo con lei: molto gentile! Dopo il lavoro uscivo con i colleghi tedeschi. Una sera pagai una bottiglia e loro ne furono sorpresi. Non tanto per l’Islam, quanto per la disponibilità, l’autonomia, che a loro dava da pensare. Anche i viaggi: a loro pesava non poter… le macchine, poi… io avevo una vecchia Fiat, comprata in Polonia, con cui ebbi un incidente nel 1989. La Trabant che mi venne addosso mentre facevo retromarcia per uscire da un parcheggio perse completamente la parte anteriore… paraurti e altro… la mia Fiat? Niente. Incredibile. Bisognava aspettare anni per un’auto dai colori tristi… giallino, verdino... quando c’era la fiera a Lipsia le macchine dell’Ovest risaltavano e facevano impressione.
Ogni tanto andavo a Erfurt da mio fratello. Aveva una tv che riceveva canali occidentali: normale. Lo seguivo alle feste. Lui aveva la moglie tedesca e una figlia. Ero zia. Mio fratello si era sposato prima del mio arrivo. Ora abitano tutti a Casablanca. Mio fratello, all’epoca della svolta, aveva trent’anni. Dopo la riunificazione preferì tornare in Marocco. Sua moglie, ottica esperta, molto preparata, aveva studiato a Jena (città di fama mondiale per le studio delle scienze e per le industrie ottiche, nda). I tedeschi parlano l’arabo meglio del francese! [continua]

sabato 14 luglio 2012

Intervista a Laila - DDR anni '80 - parte 2


Nel corso del primo anno mi dedicai all’apprendimento della lingua tedesca.
Fui obbligata a tenere la valigia chiusa per diversi giorni dopo il mio arrivo. E’ un ricordo davvero brutto. Non avevo il diritto di aprire il bagaglio. Andavano prima disinfettati i vestiti. Ciò mi offese. Era una regola valida nei confronti degli stranieri. I tedeschi erano molto “tedeschi”. Alla fine, grazie all’intervento di un amico di mio fratello, ottenni una deroga entro la prima settimana. Giunta a Lipsia la sera tardi, senza saper parlare tedesco, in stanza con una ragazza con cui non potevo comunicare, la valigia chiusa, mi buttai sul letto di sopra con la radio… lasciare Casablanca per Lipsia… disorientamento. Anche scegliere cosa mangiare era un problema… non avevano lo yogurt come qui da noi, lì era tutto venduto in anonime bottiglie. Piano piano mi abituai. Dalla prima stanza fui trasferita ad un’altra occupata da due ragazze, una yemenita ed una sudanese. Era stato stabilito che le ragazze arabe avrebbero condiviso gli stessi spazi, così, per diminuire l’impatto con le novità. Iniziai da subito a frequentare lo Herder Institut per apprendere rapidamente la lingua tedesca. Avevo insegnanti molto in gamba. Ci insegnarono l’essenziale per ambientarci, dal come prendere il tram per raggiungere la scuola al cosa comprare per affrontare adeguatamente l’inverno dal punto di vista dell’abbigliamento. Ci accompagnarono persino a fare “shopping”. Presi una mantellina, stivali… Fummo divisi in classi. Non si studiava solo il tedesco. I corsi spaziavano dalla matematica alla fisica, dalla chimica alla storia: in tedesco. Tutto per valutare la nostra preparazione, anche se eravamo diplomati. A partire dall’anno successivo, con l’inizio degli studi universitari, mi spostai in uno stabile che sorgeva in una via parallela, vicino al primo, e che ospitava gli studenti “fuorisede” di medicina, anche i tedeschi. Le stanze, come ho già detto, erano principalmente con quattro letti, due occupati da tedeschi e due da stranieri. Le stanze a due letti erano riservate ai privati. Condivisi la stanza con due tedesche e una ragazza angolana. Stare coi tedeschi era dura. Usavano la stanza per vivere e studiare. Per noi fu un grande handicap. Non avevamo più spazio per respirare, per rilassarci. Noi studiavamo in biblioteca! La stanza era come casa nostra. I tedeschi, che restavano nel convitto dal lunedì al venerdì, studiavano anche in camera. Negli anni ci furono discussioni. Anche per il fumo. Io fumavo, ma fuori. Quando uno studia in stanza, non puoi parlare né ascoltare musica. A pochi passi dall’alloggio c’era una biblioteca meravigliosa, ma loro stavano sempre in camera… fin quando non riuscimmo ad avere stanze senza tedesche. Due anni con le tedesche, però…

La stanza era uno open space con due letti a castello, quattro sedie, quattro armadi e un bagno sul piano ad uso di una dozzina di persone. Gli otto piani erano misti. Ogni piano era doppio: sul rialzato una grande cucina con mega-frigo e cassetti personali. Si tendeva, però, a preparare cibi e bevande in camera con mezzi propri. Per scaldare l’acqua si usavano bollitori a immersione (vietati). Per cucinare ci procurammo una piccola piastra elettrica da usare in camera. La cucina in comune era un problema. Chi puliva, chi non puliva. Dovevamo continuamente provare a metterci d’accordo. Se un giorno pulivi tu, l’indomani avrei dovuto pulire io. Ma c’era sempre qualcuno poco propenso a pulire. Col tempo, decidemmo che ognuno avrebbe badato a sé. E quanti scarafaggi in cucina! Tanti scarafaggi ovunque, però, anche nei posti dove più tardi mi sarebbe capitato di lavorare. Talvolta, in certi ambienti, bisognava lasciare la luce accesa di notte per evitare di trovare il pavimento invaso dalle blatte al momento di rientrare. Non riuscivano a disinfestare! Erano troppi.

Tutto bene nello studio, sia per il primo che per il secondo anno. Tranne che per l’esame di marxismo-leninismo. Anche mio padre fu molto contrariato da questo “stop”. Noi stranieri dovevamo obbligatoriamente sostenere l’esame, che invece non era previsto per i tedeschi. Bisognava studiare su un libro rosso e su uno blu. Ma io dicevo, queste leggi... non me la sento di studiarle. L’insegnante non faceva nulla per venirci incontro. Io pensavo, non devo mica diventare un politico. Anche mio padre lo diceva, tu studia e poi torni in Marocco, lascia stare la politica, a meno che tu non ci tenga per convinzione personale. Fui costretta a ripetere il test. Tornata nella DDR dopo le vacanze estive, passai l’esame approdando così al terzo anno. Mi aspettavano altri numerosi e difficili esami. Superati quelli di farmacologia e microbiologia, mi scontrai con un enorme scoglio: il professore di patofisiologia. Sembrava che tutto fosse andato bene, ma al termine dell’esame mi spiegò che secondo lui non avevo risposto bene alla seconda domanda  e che quindi voleva risentirmi. Esame da rifare. Non avevamo nemmeno un libro, studiavamo sugli appunti. Presi contatto con la migliore studentessa dell’università, i suoi appunti e i miei... seconda prova. Risposi a tutte le domande di una professoressa molto severa, che alla fine mi bocciò non senza commentare che ero intelligente e che dicevo cose giuste, ma che non poteva farmi passare. Mi arrabbiai. Pensai che intendessero farmi fuori. Forse non ero persona gradita. In seguito feci domanda per affrontare una terza prova, ma, incredibilmente, dall’università risposero che non avrei potuto, poiché non avevo ancora passato gli esami di farmacologia e microbiologia. Ma io li avevo passati, eccome! A differenza di quanto accaduto ad un'amica polacca, che aveva sostenuto uno degli esami insieme a me, non erano stati riportati gli esiti nella mia cartella personale! E il professore che mi aveva interrogata nell’altra materia, senza testimoni, era deceduto! Pensai, qui fanno sparire la gente. Alla fine riuscii a chiarire e a propormi per il terzo tentativo in patofisiologia. Volevo andare via da Lipsia. Non mi fidavo più. Ma ero dubbiosa, anche in proposito all'eventualità di trasferirmi a Berlino. Per quanto ne sapevo, lì sarebbe stato meglio, infatti gli esami si pianificavano con maggior agio, senza blocchi di tipo burocratico. Fu un periodo di confusione e indecisione. [continua]

venerdì 13 luglio 2012

Intervista a Laila - DDR anni '80 - parte 1 - non presente nel libro

"Viaggi Pianificati" arricchisce l'offerta: abbiamo appena finito di registrare un'intervista con Laila, donna di origine marocchina ora residente nel nostro paese, che regalerà ai lettori uno spaccato molto originale della vita nella DDR. Vi ha abitato per sei anni, fino alla riunificazione. Buon divertimento! [Ricordo ai lettori che questa intervista non è presente nel libro. LDG]

Mio padre era membro del Partito Socialista del Marocco. Grazie al suo interessamento, nel settembre del 1984, quando avevo solo vent’anni, mi trovai di fronte alla straordinaria opportunità di recarmi nella DDR per proseguire gli studi. Mi trasferii quindi a Lipsia per studiare stomatologia. Mio fratello viveva già da tempo in Germania Est e proprio nell’84, appena laureato in medicina, lasciò Lipsia e per spostarsi ad Erfurt dove avrebbe iniziato la specializzazione in chirurgia pediatrica.
Papà si fece carico del costo del viaggio. Nella DDR, come studentessa straniera, avevo diritto ad un sussidio pari a duecento marchi orientali: una cifra rispettabile. Disponevo di un letto in un “internat” (convitto, nda) studentesco dotato di stanze da quattro posti, con letti a castello, cucina e bagni in comune. Vi risiedevano giovani provenienti da tutto il mondo. Alcuni fuggivano da paesi che erano teatro di durissime repressioni. La mia amica guatemalteca, ad esempio, da tempo non aveva più notizie del padre, professore universitario, e della sorella: svaniti nel nulla da un giorno all’altro. Ricordo ospiti boliviani, angolani, etiopi, portoghesi, diversi marocchini, anche figli di appartenenti ad altre organizzazioni politiche. Noi stranieri potevamo aprire un conto in banca. Grazie ai soldi del governo potevo mangiare, vestirmi e comprare beni di base. Pagavo solo 10 marchi per il mensile del posto letto. In cantina c’erano lavatrici per tutti! Quanto al mangiare, un po’ di difficoltà… noi abituati alle verdure… i tedeschi avevano solo mele e patate! Pomodori? Non ne vedevamo mai, solo quando c’era la fiera a Lipsia, con prodotti internazionali e turisti carichi di valuta. Si tenevano una o due fiere all’anno, con buon afflusso di tedeschi occidentali. Noi potevamo allora far valere la nostra valuta nazionale, diversamente dai compagni del posto. Non c’era attrito solo tra studenti provenienti da mezzo mondo, ma anche e soprattutto tra noi e i locali. I tedeschi, nati nella DDR, non avevano la possibilità di acquistare quello che potevamo comprare noi. Non potevano andare a Berlino Ovest. Noi sì, con il visto. Io non approfittai mai di questa corsia preferenziale, ma altri… greci e ciprioti, ad esempio, sì. Prendevano il treno e passavano all’Ovest. I più indipendenti erano gli studenti privati, che potevano contare su una situazione economica familiare tale da rendere la loro permanenza nella DDR al di sopra degli standard. Infatti, la DDR accettava anche studenti privati, non solo comunisti. Lo studio in Germania era tenuto in alta considerazione. La stessa Università di Lipsia, la “Karl Marx”, si collocava ad un livello molto alto nel panorama europeo e mondiale. [continua]

mercoledì 27 giugno 2012

Un pensiero del vecchio Kruscev a proposito della libertà.

Volevamo introdurre tanta libertà quanta le condizioni materiali ne permettevano; ma naturalmente sotto la dittatura della classe lavoratrice non vi può essere libertà assoluta. Quanto agli altri paesi che sbandierano soprattutto la loro libertà, se analizzassimo attentamente le loro strutture sociali, troveremmo che neppure essi possiedono la libertà assoluta. Per sentire costrizione morale, oppressione morale o legami morali, un uomo deve avere una concezione altamente sviluppata e raffinata di ciò che è la libertà umana. La maggior parte delle persone misura ancora la propria libertà o mancanza di libertà in termini di quanta carne, quante patate o quale genere di stivali può ottenere per un rublo.

Brano tratto dal libro "Kruscev ricorda" - Milano, Sugar Editore, 1970

Non ho mai amato Kruscev. Lo ritengo responsabile dei primi timidi tentativi di svolta capitalistica in Urss. Tuttavia, ritengo magistrale la sua analisi qui riportata. [LDG]