100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)

Regala il libro "Viaggi Pianificati" in occasione del
100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)!


Presentazione del blog

Dall’intervista di Antonio (Mosca 1980), parlando del suo rientro in Italia:

<… Durante la lezione di geografia di una prof sicuramente poco comunista (o poco simpatizzante ogni volta che si parlava dell’Urss) sentii predicare “in Urss non c’è questo, non c’è quello… non ci sono le macchine...” e io, beato, con tutto il gusto proprio di un bambino, alzai la mano e le dissi “prof, non è assolutamente vero che non ci sono macchine, io sono appena tornato da Mosca e Le assicuro che c’è un traffico della Madonna!”. Lei rimase di sasso...>

Non cercavo soltanto un libro che descrivesse la vita quotidiana dei lavoratori nei paesi socialisti. Per me era importante l’identità dello scrittore, la sua professione.

Storico? Giornalista? Politico? Ambasciatore? No, grazie. L’autore del libro che non sono mai riuscito a trovare sarebbe dovuto essere uno come tanti, magari un operaio/a, un impiegato/a, una persona qualunque, un tipo pulito. Avete mai provato a prendere in mano i testi in commercio sull’argomento? Vi siete resi conto che sembrano fotocopiati? E continuano a sfornarne di nuovi! Vi è mai capitato di soffermarvi sulle risposte dei principali quotidiani nazionali ai quesiti dei lettori interessati alla storia del socialismo reale? I commenti sono preconfezionati! Sono sempre gli stessi! Superficiali, piatti, decontestualizzati, buoni per il “consumatore di storia” massificato. Non parliamo dei documentari. Diamine! La storia è una cosa seria. E’ la memoria! Non bisognerebbe neanche scriverne sui giornali!

Ciò che mi fa salire la pressione è il revisionismo. Passa il tempo, i ricordi sbiadiscono e una cricca di farabutti si sente libera di stravolgere il corso degli eventi, ribaltare il quadro delle responsabilità e di combinare altre porcherie che riescono tanto bene agli scrittori più in voga. Tale è l’accanimento… vien da pensare che il Patto di Varsavia esista ancora da qualche parte!

Un giorno mi sono detto: io non mi fido, il libro lo scrivo io.

Ho iniziato a rintracciare gente che si fosse recata nei paesi socialisti europei prima della loro conversione all’economia di mercato. Ho intervistato quattordici persone esterne ai giochi di potere e libere da qualsiasi condizionamento (eccezion fatta per le intime convinzioni proprie di ciascun individuo che non mi sento di classificare tra i condizionamenti). I loro occhi sono tornati alle cose belle e a quelle brutte regalandomi un punto di vista diverso da quello dell’intellettuale o dell’inviato televisivo. Grazie ad alcuni libri di economia usciti nel periodo 1960-1990, ho tentato di rispondere ai quesiti sorti nel corso delle registrazioni.

http://viaggipianificati.blogspot.com/ è l’indirizzo web dove è possibile leggere le straordinarie avventure a puntate di italiani alla scoperta del vero socialismo e delle cose di tutti i giorni. A registrazione avvenuta, è possibile lasciare un commento.

Visitando il blog potrete idealmente gustarvi un’ottima birretta di fabbricazione “democratico-tedesca” seduti in un bel giardino della periferia di Dresda, nuotare nella corsia accanto a quella occupata da un “futuro” campione olimpico ungherese, discutere coi meccanici cecoslovacchi, e… molto altro. Buon divertimento!

Luca Del Grosso
lu.delgrosso@gmail.com


Il libro "Viaggi Pianificati" è in vendita ai seguenti indirizzi:

http://www.amazon.it/Pianificati-Escursioni-socialismo-europeo-sovietico/dp/1326094807/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1461691231&sr=8-1&keywords=viaggi+pianificati

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giovedì 29 ottobre 2009

39° puntata - Bruno - parte 3/3

La fiera apriva alle nove. Un giorno, verso le nove e venti si presentò una delegazione con a capo una donna, funzionario, affiancata da un direttore di stabilimento e dal direttore di produzione. Offrimmo subito un buon caffé. Lo preferirono "corretto". Appoggiai sul tavolo un pacchetto di Marlboro, che la signora gradì particolarmente. Cominciò a fumare. Gli altri due, zitti... a mezzogiorno non avevano ancora aperto bocca, nonostante fossero i veri esperti. La signora non capiva niente di tecnica. Improvvisamente si rivolse a Vlako chiedendo un Martini. Avevamo un accordo con la vicina ditta espositrice che produceva pane. Scambiavamo le nostre buste di plastica con i loro prodotti. Prendemmo delle pagnotte, due fettine di prosciutto e salame, del Martini... Il pacchetto si svuotò rapidamente. Alla fine della mattinata la signora si era fumata due pacchetti e mezzo. Terminato il Martini, chiese altro da bere, qualcosa di più forte però. Passammo al cognac. Due ore più tardi ne erano forse rimaste due dita. Alla fine della giornata fummo contattati dai suoi collaboratori per chiudere la trattativa. Chiesero il cinquanta per cento di sconto. Io dissi che li ringraziavo, ma che, a quelle condizioni, la macchina sarebbe tornata in Italia. Mi chiesero se sapessi quanto sarebbe costato trasportarla di nuovo in Italia. Io, deciso, risposì che, sì, lo sapevo, ma non ero andato fino a Mosca per svendere. Avevamo scelto di compiere quel viaggio in URSS per far conoscere il nostro prodotto. La mattina seguente ci fu un nuovo assalto del ministero. Nuova richiesta di sconto: venticinque per cento. Fui irremovibile. La mia offerta rimaneva tale e quale. Alla fine decisero di comprarla. Costava diverse decine di migliaia di dollari. Furono così gettate le basi che ci avrebbero consentito di vendere altre sette macchine, tutte uguali, nel corso dell’anno successivo. Ahimè! Ritengo che molte potrebbero ancora trovarsi nelle casse, dimenticate ed arrugginite. Alcuni colleghi venditori di prodotti complementari al nostro raccontarono delle difficoltà a cui si andava incontro nell'ottenere i permessi di viaggio indispensabili per poter raggiungere le apparecchiature, eventualmente guaste, dislocate in punti dell'Unione Sovietica lontani dalle rotte commerciali. Quei beni, privati della manutenzione per mano della burocrazia, erano così destinati al rapido deterioramento.

Cene a non finire, ma sempre per lavoro. Vlako mi aveva consigliato di portare dei tic tac dall'Italia. Era per caso impazzito? "Le devi prendere di tutti i tipi, sia bianche che colorate. Quando si va alle cene ufficiali, loro continuano a bere, brindisi su brindisi, per quello e per quell’altro. Vodka e champagne. Poi attaccano il discorso "lavoro". Però rispettano la salute altrui. Basta dire che hai il mal di stomaco, la gastrite... queste sono le medicine (tic tac!) e loro ti lasciano perdere! Continuano a far brindisi, ma tu sei esentato dal bere." Pagavamo noi, nel nostro albergo o in ristoranti di altri hotel... burro, caviale, dolci... uno spettacolo infinito. Vederli mangiare era bellissimo. Un giorno invitammo a pranzo un importante esponente del Ministero dell’Agricoltura seguito da altri tre impiegati. Il tavolino dello stand non era molto largo. Spaghetti e olive. Loro sputavano il nocciolo nel piatto. Un nocciolo rimbalzò e finì la corsa proprio nel mio! Ero un esperto viaggiatore e non mi facevo intimorire da questi soggetti. Non capivano niente di macchine. Erano lì per mangiare.

Un mio zio è disperso in Russia. Un giorno, passando in taxi davanti agli uffici del KGB, dissi a Vlako: “Non si potrebbe chiedere…” Pedata negli stinchi! Mi fece segno di stare zitto. Tornare a casa fu una liberazione, non sopportavo più quella costante sensazione di essere osservato, controllato e "intercettato".

lunedì 26 ottobre 2009

38° puntata - Bruno - parte 2/3

Verso la fine del soggiorno, durante una normale conversazione, un paio di giornalisti russi visitatori dello stand mi proposero di uscire dai capannoni per discorrere apertamente. Volevano un invito ufficiale che gli consentisse di raggiungere l'Italia.
L’atmosfera dominante era cupa.
Nel corso di tutte le fiere organizzate in giro per il mondo avevamo stampato buste di plastica che pubblicizzavano la nostra azienda. Le buste recavano un'immagine che doveva essere studiata preventivamente. Per l'URSS, ad esempio, da un lato figurava un busto di Lenin e dall’altra un campo di fiori. Quando cominciammo a distribuirle, i visitatori si accalcarono davanti allo stand, manco fossero d'oro! Fu avvisata la vigilanza della fiera. Potemmo continuare solo consegnando una busta alla volta. Inoltre le persone si sarebbero dovute allontanare subito. I capannelli non erano graditi.

Il circo russo: uno spettacolo meraviglioso, indescrivibile! La struttura era in muratura, niente tendoni! Mi colpì il modo di applaudire della gente, un lento "clap-clap" privo di entusiasmo. Da automi. Pieno zeppo. Una tribuna enorme. Gli stranieri, quasi tutti italiani giunti a Mosca per la fiera, applaudivano più calorosamente. Una volta usciti, per disobbligarmi con Vlako e sua moglie, proposi di cercare un bar. Mi sarebbe piaciuto offrire qualcosa da bere. Lui mi guardò, fece una smorfia e si mise a ridere. Disse che per strada non esistevano bar. Ed io: "Ma come? Siamo a Mosca!" Ci fermammo davanti ad una macchinetta che erogava acqua in un bicchiere disinfettato automaticamente dopo ogni uso. Fuori dagli alberghi, niente bar!

Normalmente avevamo a disposizione una macchina. Ma una mattina, improvvisamente, si verificò la necessità di raggiungere con urgenza l'agenzia moscovita della nostra banca e l'autista era via. Non sapevamo come muoverci. Uscendo dalla fiera notammo una macchina delle "loro", con vetri oscurati, tipo vettura diplomatica, e relativo autista. Vlako si avvicinò e... per molti dollari quel tizio ci accompagnò alla banca, ci attese e ci riportò indietro, mentre il suo capo era in fiera per un appuntamento.

Molti conoscevano l'italiano. Una sera a bordo di un taxi, fumavo la mia Marlboro. Pacchetto nuovo. A destinazione chiesi quanto dovevo (ero solo, quindi con l'italiano andavo). L'autista, invece del denaro, voleva il pacchetto di sigarette appena aperto ed una penna che aveva notato. Tentai di spiegare che il pacchetto era "usato". Lui lo sapeva benissimo e disse che andava bene così.

Durante il giorno si vedeva gente che vendeva quattro cipolle e due teste d’aglio appoggiate su un cartone, roba che, se l’avessimo avuta noi in casa, sarebbe finita nell'immondizia.
Mosca era una città fantasma. Bellissima, strade larghissime, metropolitana stupenda, la più bella che abbia mai visto. Le scale mobili facevano paura... un'inclinazione da far girare la testa, lampadari lussuosi, pulizia assoluta, marmo dappertutto, meravigliosa, un milione di persone, ma tristi. Non vedevo mai la gente sorridere. In superficie questo milione di persone scompariva. Non c'era gente in giro. La polizia? Pochissima, solo nei punti nevralgici come la Piazza Rossa, a tarda notte, si poteva scorgere qualche macchina.
continua...

giovedì 22 ottobre 2009

37° puntata - Bruno - parte 1/3

Nel 1984 mi recai a Mosca per partecipare ad una fiera organizzata da alcune aziende italiane, tra cui la mia. All’arrivo in aeroporto i doganieri si prodigarono in severi controlli che durarono circa quindici minuti per ciascun viaggiatore. In prossimità del gabbiotto, dove l'ufficiale esaminava il passaporto, era stato installato uno specchio per controllare il "lato B" di ogni persona. Fummo trasferiti in un albergo apparentemente bellissimo, costruito da americani, ma rifinito dai russi. Trattennero i documenti alla reception. Ebbi la fortuna di andare nell'URSS insieme ad un nostro agente, Vlako, che viveva lì sei mesi all'anno. Quindi ero stato preparato a ciò che sarebbe potuto accadere. Nei pressi della camera, appena prima di entrare, Vlako mi sussurrò: “Quando telefoni in Italia: tutto bello, tutto ottimo, tutto splendido, tutto efficiente, tutto fantastico.” Si presumeva che un albergo per uomini d’affari stranieri occidentali fosse pieno di microspie. Anzi, lui lo dava per certo. Con ironia feci presente che non stavamo girando un film della serie "007". Una volta nella stanza, accese l'interruttore della filodiffusione, poi iniziò a spostare mobili. In camera scoprì almeno tre sospette microspie, una dietro il quadro posto sopra al letto, una vicino al comodino del telefono, più un'altra nel lampadario. In bagno ce n'erano altrettante. Le rifiniture dell’albergo eseguite dai russi erano paragonabili a quelle di un hotel italiano da "una stella". La struttura, però, offriva una gamma completa di servizi e bar spettacolari frequentati da donne bellissime (non c’erano vie di mezzo: o erano fotomodelle o completamente sfatte). Gran giro di soldi! Mi avevano avvertito dell'alta probabilità di essere tampinato dai loschi individui del cambio nero. Tutte le donne (prostitute) che frequentavano i bar dell'hotel erano in contatto con i "servizi" o con la polizia. Si offrivano per cento dollari.

Finalmente in fiera. Avevamo portato dall'Italia una macchina da stampa. Il nostro settore era quello dell’imballaggio e avremmo avuto a che fare con tutti i ministeri. Gli operatori privati erano inesistenti. Il ministro comprava la macchina, secondo il suo criterio che era un criterio "fuori dal mondo" rispetto alle esigenze dell’azienda cui era destinata... tanto pagava lo Stato. Lo Stato dava la macchina all’azienda e diceva: questa è la macchina, adesso lavora! Lo Stato era il cliente.

Eravamo stati invitati ad organizzare la fiera facendo in modo che ci fosse sempre la possibilità di mangiare qualcosa. Rimasi sconvolto! Ministri con relative delegazioni venivano sempre verso mezzogiorno apposta per pranzare. Dall'Italia avevamo fatto arrivare un container occupato per metà da forme di grana, bevande alcoliche di tutti i tipi (dal Martini al cognac), spaghetti, pomodoro, salsa. Una cuoca russa lavorava senza sosta nell'angolo cottura predisposto alle spalle dello stand. La macchina ed un pannello nascondevano la sala da pranzo con cucina. Era una fiera di soli espositori italiani. Una ditta aveva persino assemblato la macchina per fare il pane e la pasta.

Per far funzionare la macchina da stampa occorreva del solvente, alcol puro. Ne avevamo un fusto pieno. Una bella mattina, dopo un paio di giorni di fiera, lo stampatore, venendo da me, disse di non riuscire a comprendere... insomma, il solvente sarebbe terminato molto prima della fine della fiera: ne mancava parecchio. Incredibile! Ne parlai a Vlako e lui, carico di sospetti, mi chiese: “Il fusto di solvente, la notte, dove lo mettete?”. Risposi che veniva lasciato nello stand. "No!" urlò lui. "Lo rubano! Lo rubano i facchini della fiera! Lo bevono!" I maschi russi, bevendo come lavandini, si mettevano fuori gioco con le proprie mani. Di conseguenza le donne... Vlako mi raccontò di molte ragazze che non avevano la possibilità di farlo con i loro uomini perché erano sempre ubriachi. Parlo di donne giovani! Ventenni! Chiedevano "amore" agli stranieri in cambio di niente, non per soldi, non per le famose calze...
continua...

lunedì 19 ottobre 2009

36° puntata - Ernesto - parte 5/5

I grandi viali alberati di Dresda si distendono tra eleganti palazzi. Quella volta dovevamo andare in banca per cambiare i soldi da marchi occidentali ad orientali. Faceva caldo. Trovata una banca, vi entrammo. Le finestre erano spalancate. Il bancone dove operavano i commessi era interamente ricoperto da una sfilza di banconote ben ordinate, a mucchietti, dal pezzo più alto a quello più piccolo. Alla fine del bancone c'era una grande finestra, anch’essa aperta, che dava sul marciapiede. Sarebbe bastato allungare la mano dalla strada per afferrare un pezzo da 500 marchi. Gli impiegati se ne infischiavano. Io e mio fratello guardavamo il denaro allibiti, con la bocca aperta, pensando al modo di sgraffignare il contante. Mia madre, notate le nostre facce, ci disse di non azzardarci, nemmeno col pensiero. Nessuno combinava mai niente! Non passava nemmeno per la testa! Con quei marchi non c’era niente da fare, niente da comprare. Inoltre, fuori dalla Germania Est quei soldi non valevano niente. Non c’era nulla che già non si sarebbero potuti comprare. Non avevano bisogno di acquistare una casa. La casa… bastava chiedere e gliene davano una. Tutti avevano la casa. Due mie anziane parenti vivevano in perfetta solitudine. Tante (zia, ndb) Anni, una nobile della parte di mia nonna, abitava nella sua grande casa. I servizi sociali si occupavano di lei. Era un’artista. La stessa casa in Italia sarebbe stata valutata milioni. Dentro si trovavano pendoli di fine Settecento, pianoforti... era una che aveva goduto della massima gloria nei primi del Novecento, come compositrice. Era rimasta nel suo mondo. Sua sorella Erika, la seconda moglie di mio nonno, viveva invece in una casa “prodotta” dalla Germania dell’Est. Era stata adattata alle sue necessità, fatta sulla persona, con tutti gli ausili necessari per superare difficoltà di ogni genere, priva di barriere architettoniche e con sofisticati dispositivi come quello delle luci che si accendevano battendo le mani, porte scorrevoli che si aprivano automaticamente o con grande facilità, niente impianto a gas, ma piastre elettriche. Mia nonna, persona dalla dolcezza infinita, dai modi cortesi, nobili, ma semplici, malata grave di Alzheimer, viveva tutta sola. Il senso dell’edificio era la relazione sostenibile, famiglie giovani insieme agli anziani, come fanno oggi nei paesi occidentali, solo che quella era una villa di fine Ottocento, pagata dallo Stato, colonnato e sedie stile liberty e un parco per giardino. Una bellezza tale da poterci ambientare un romanzo! In generale per tutti gli anziani la situazione era dignitosa, anche se questa mia nonna era stata molto fortunata, perché vi abitava già da prima.
Un’altra cugina, andata a finire male, viveva in una casetta prefabbricata… un contesto degradato, come ebbi modo di riscontrare nel corso della visita. In generale, però, la situazione era dignitosa.

Devo proprio raccontare la storia della zia, una zia giovane.
Situazione di festa, molti i parenti presenti, faceva caldo e questa zia era in costume da bagno. Era uso comune bagnarsi con l’acqua della canna. Lei, seduta insieme agli altri, ad un certo punto si alzò per servire qualcosa. Istantaneamente ci accorgemmo che dagli slip le usciva una peluria rossastra che le arrivava fino alla metà della coscia! Una roba a ciuffi, boccoli, riccioli… Io e mio fratello ci guardammo esprimendo non so quale stupore. Lei si avvicinò al tavolo, vi si appoggiò, proprio vicino alla minestra da servire. Io e mio fratello scambiammo battute del tipo "che schifo i peli nella minestra", sicuri di non essere compresi... sguardi e ghigni fino a che la zia, servendoci, non disse: "Buon appetito!" Che figura! Mia madre, tempo dopo, ci spiegò che lì queste cose non si guardavano. Raccontò che in piscina, quando aveva già compiuto quattordici anni, la obbligarono a indossare il costume perché fino a quell’età ci era sempre andata nuda! In Germania non si badava alla peluria e ai peli delle ascelle, l’estetica era diversa.
Piscina. Situazione spartana. Profonda, bellissima, con trampolini affollati da centinaia di bambini che si buttavano… circondati da una pineta... però l’acqua era marrone, senza cloro, una vasca d’acqua con pelurie e oscenità in bella mostra.
Quello era il socialismo della DDR. Quello era il socialismo. Il suo valore? Va stabilito da altre cose. L’organizzazione della vita umana non era stata determinata da eventi rivoluzionari, ma dalla decisione di trasformare quello che si era ottenuto con la vittoria sul nazismo in uno stato socialista, mantenendo il piano che stabiliva l’equilibrio che ben conosciamo. Di conseguenza molto era venuto a mancare.

giovedì 15 ottobre 2009

35° puntata - Ernesto - parte 4/5

Visioni. Berlino. Confermo tutto ciò di cui parlano i libri di architettura socialista, lo confermo in pieno: quartieri enormi di casermoni enormi, squadrati, dentro pulitissimi, poche relazioni tra le persone, però non meno che in occidente. Erano organizzati in comitati di abitanti, c’erano momenti di assemblea e partecipazione. Grandi viali e, in mezzo alle costruzioni, vastissime piazze squadrate dove si trovava un po’ di tutto, anche un campo di pallacanestro, magari messo male. Si vedeva che la macchina era un di più. La gente camminava molto. Il figlio a scuola ci andava a piedi. Si vedeva camminare tantissima gente. Per arrivare alla fermata di un mezzo pubblico bisognava attraversare piazzali larghi un chilometro e mezzo e… per forza, si camminava e si incontravano gli altri e quando li incontravi, era ovvio, una parola si scambiava. Si passava dal campo di basket all’associazione. Corsie per le biciclette, molto usate, e tantissima gente che andava e andava... Se pensi alla tua città, il prezzo della casa in cui abiti dipende dalla vicinanza alla metropolitana. Esci di casa, corri verso il metrò e scendi e vai e non potrai mai incontrare nessuno, anzi: fai in modo di evitare di fermarti!

Il centro di Berlino... l’impressione davanti a Marx ed Engels, uno seduto e l’altro in piedi... le foto di rito. Feci una bellissima fotografia al busto di Lenin nel giardino dell’Ambasciata Sovietica, appena oltrepassato il cancello, bellissimo busto... grandi piazze e la torre della televisione con il caffé rotante, dove vendevano le torte a fette. Le torte in Germania Est non mancavano mai. Lassù sedersi ed ordinare costava mille lire. Dopo un’ora, completato il giro, bisognava alzarsi. Locale elegantissimo, impeccabile dal punto di vista del servizio. Panorama mozzafiato.

Un giorno i miei cugini portarono me e mio fratello a fare la spesa e a visitare Radebeul, il paese di mio zio, vicino Radeberg. I mezzi di locomozione erano i tram a tre carrozze, trenini che correvano veloci e coprivano grandi distanze. Collegavano a Dresda le cittadine e i paesi. Radebeul aveva viali alberati, strade con voragini, piccoli marciapiedi, quadrilateri di case molto schematici, tutto sommato era carino. I giardini… mia nonna aveva un giardino immenso perché una ventina di membri della sua famiglia abitavano nello stesso posto, in una casa bellissima, con fontane, patio… ed erano semplici proletari di Radebeul! Era normale in quel periodo che in talune case provviste di giardino si coltivasse della frutta o della verdura e, per comodità di chi passava, si piazzavano dei tavolini fuori dai cancelli con sopra sacchetti pieni di patate o di altre verdure insieme ad una scatoletta per i soldi (la cassa) con scritto “1 marco”. E nessuno che controllava! Le buste erano già pronte, quattro patate ciascuna. I miei cugini si fermarono nei pressi di una ringhiera: "Ah, ci hanno detto di prendere le patate! Ah sì, prendiamo, prendiamo!" Contammo i soldi. Mancavano 30 centesimi. Niente da fare. Rimisero giù le patate, tornammo tutti a casa a prendere il necessario. Nuovamente al tavolino, soldi in cassetta, prese le patate. In Italia, senza andare fino a Napoli, prodotto, salvadanaio e tavolino sarebbero spariti in un secondo.
continua...

lunedì 12 ottobre 2009

Paradossi del Socialismo

Cito l'articolo del 5 novembre 1963 comparso su Izvestija (giornale moscovita), a sua volta richiamato dalla mia fonte, ovvero il libro "La pianificazione sovietica" di Oleg K. Antonov, Vallecchi Editore Firenze (1968):

Spesso alla sera dalle finestre delle case emana una luce accecante, come di proiettori. Guardi, e ti accorgi che una stanzetta è illuminata da una lampadina da 150 watt. Non è possibile impiegare una lampadina più piccola?
Purtroppo non si può, e per la semplice ragione che le lampadine più deboli non si trovano nei negozi. Qui vi propongono lampadine di 75, 100 o addirittura 1500 watt, ma non di 15 o di 40.
La città di Kujbysev, per esempio, riceve le lampadine dalle fabbriche di Ufa, Saransk, Erevan e Mosca. Su 1.800.000 lampadine inviate quest'anno a Kujbysev, solo 330.000 avevano una potenza inferiore a 400 watt.
Il fatto è che i produttori non trovano vantaggio a fabbricare lampadine di scarsa potenza. Il loro programma viene calcolato non in unità di articoli prodotti, ma in potenza complessiva delle fonti di illuminazione. Per questa ragione essi premono sulla produzione vantaggiosa, mentre la produzione di lampade da 10, 15 e 25 watt è stata, di fatto, sospesa.

34° puntata - Ernesto - parte 3/5

Una delle gite che organizzammo fu quella ad Ober-Behrinburg, località sulla collina più alta della Sassonia dotata di favolosi impianti sciistici. Vi sorgeva la casa della mia nonna materna. Una casa incredibile: chalet in stile alpino-tedesco su quattro piani, venticinque o trenta piccole stanze, saloni al piano terra. Mia nonna proveniva da una famiglia ricca. All'avvento del socialismo le concessero di mantenere una piccola porzione della casa, una stanza grossa come uno sgabuzzino, quattro metri quadrati. Avrebbero potuto conservare molto più spazio, infatti era stata accordata la disponibilità per svariati locali. Era la casa dove mia madre, da piccola, andava a fare le vacanze, ma il disinteresse dei fratelli fece sì che, alla fine, venisse mantenuta un’unica stanza. Mia madre all'andata raccontava... "tutta questa casa, vedrai che bella, era la mia casa!" con un po’ di nostalgia. Dopo l'arrivo mi condusse in una stanzettina, bellissima, tutta in legno… piumone d’oca, faceva abbastanza freddo anche se era agosto. La cosa particolare era che in un posto come quello, non frequentato da professionisti, avevano costruito un impianto olimpionico di bob. Una cosa pazzesca! Sembravano montagne russe! Incredibili!
Al ristorante mia zia, nonostante quello che era capitato, la guerra, il socialismo, era trattata ancora come la vecchia tenutaria, come quando era ancora ricca, prima della guerra. Entrava con tutta la sua eleganza, il cameriere serissimo... con duemila lire, mangiavi dall’antipasto (cose buonissime, salumi particolari, patè spalmabili) al gulasch "mit nudeln" o "ohne nudeln" (con o senza pasta), agli gnocchi di patate di semolino, tondi, come una pallina su cui mettevano la puccia del gulasch. Bella situazione e accessibile. Dormivamo nella stanzetta... mia madre, molto commossa, mi teneva vicino ed io, incazzoso, protestavo nei riguardi del socialismo che toglieva tutta la casa per dare una cameretta in quella che era la propria casa. Mia madre diceva che non ci dovevo pensare. Guardando nei cassetti trovai almeno una cinquantina di bandierine di carta dei paesi dell'Est europeo fatte con stuzzicadenti di formato gigante. Venivano distribuite dallo Stato in occasione delle parate. Ne usai una soltanto, quella dell’Unione Sovietica, che, incazzato, appesi fuori dalla porta. Andammo a dormire... mia madre era quantomeno divertita dalla cosa. Mi raccontò che, dopo l'esproprio, vi erano tornati spesso per sciare. Mio nonno era un dentista, "Medaglia d’Oro dell’Armata Rossa", che, in guerra, aveva curato i denti dei soldati russi senza chiedere nulla. Tranne che per il periodo del conflitto mondiale si erano sempre potuti considerare benestanti e andavano persino a sciare.

L’intera vacanza trascorse tranquillamente. Non sentii la mancanza di nulla… ora che ci penso… a Dresda ci fu una discussione tra mia madre e mio fratello, a cui poi partecipai anch’io. Quel giorno, dopo aver visto i grandi viali, i negozi, i giganteschi ristoranti (tipo mensa) dove si mangiava in maniera spartana, non riuscivamo a trovare dell’acqua minerale: avevo sete, una sete tremenda, e non trovavo da bere. Bisognava organizzarsi prima, ma uno sprovveduto avrebbe dovuto fermarsi e chiedere acqua dagli abitanti di una casa. Mia madre esplose "...Incredibile che non riesca a dare da bere ai miei figli...". Mio fratello si incazzò parecchio: "Ma dài! Queste cose stupide! Qui hanno la casa, case bellissime e su queste cose stupide tu vieni a protestare…". La discussione si fece accesa e mio fratello mi guardò, certo che io, da vero duro, gli avrei dato ragione. Invece quella volta, probabilmente per la grande sete, mi schierai con mia madre.

Quando chiesi ai nostri cugini cosa facevano la sera, se uscivano per andare a bere con gli amici, a ballare in discoteca, loro risposero: "Sì, una volta in discoteca... qualche mese fa... capita."
La sera alle nove e mezza chiudeva tutto, non si andava in giro con gli amici al bar. C'erano alcuni bar, quattro, controllatissimi, tutti sapevano chi erano gli alcolizzati del bar. Normalmente la gente si alcolizzava a casa. Si viveva con un po’ di alienazione, nel profondo, in solitudine.

giovedì 8 ottobre 2009

33° puntata - Ernesto - parte 2/5

Dresda è una città d’arte di valore indescrivibile. Si inserisce a pieno titolo nel gruppo delle grandi città europee. Vanta straordinari esempi di architettura e piazze bellissime, all’epoca ancora semidistrutte. L’Opera era interessata da lavori di ristrutturazione a sostegno delle parti rimaste. La devastazione di una vasta area non impediva che il teatro fosse fruibile al suo interno. Un anno dopo, al mio ritorno, a muro caduto, ma con ancora la DDR in piedi, vidi che avevano pensato di installare un pannello su cui era rappresentata la parte mancante a completamento della facciata. Quell’anno ebbi l’onore di assistere alla messa in scena dello “Zauberfloete” di Mozart. Suonava la Filarmonica di Berlino. Un’esperienza da pelle d’oca. Ci andai con mia madre, indossando un vestito di mio nonno (non avevo portato vestiti adatti per l’Opera). A Dresda anche l’ultimo del popolo poteva permettersi un biglietto per l'Opera, però occorreva un minimo senso del decoro. Per me fu un problema e anche per mia madre. Lei era vestita da contadina tedesca dell’Est, sembrava uscita da una fattoria ed io col mio vestito mezzo gessato, marrone, della prima metà del Novecento... ci stavo dentro almeno una volta e mezza... quasi da fare i risvolti ai pantaloni. Ci presentammo così.
La periferia e l’hinterland di Dresda erano fatti di piccoli paesi. Non c'erano solo casermoni, ma anche case alte al massimo tre piani, con un piccolo spazio di verde e un cancelletto. Le strade erano bucate dappertutto, chi guidava faceva zig-zag. I responsabili dei lavori di manutenzione erano dipendenti statali che non avrebbero perso l’impiego nemmeno se in una di quelle buche ci avessero messo la moglie, per cui se ne fregavano delle riparazioni. Non mancava il cemento, mancava la voglia di fare. Il sistema si muoveva con estrema lentezza. Mio zio Stefan lavorava in una falegnameria per circa sei ore al giorno, con grande flemma. A cinquant’anni passati si sentiva “seduto”. Aveva una bellissima casa di sei locali che da noi te la sogni, uno stipendio normale, senza doversi particolarmente impegnare. Questa cosa lo aveva fatto “sedere”. Lo aveva spossato, privandolo di spinta e di iniziativa. Non si poneva il problema della qualità, dei principi e dei diritti. Osservava placido quello che accadeva, godendo dell’essenzialità. Si pensava che in terra socialista non potesse verificarsi l’alienazione dal lavoro, ben conosciuta nei paesi occidentali. Non c’erano stimoli di nessun genere, non c’era altro dal momento che non ci si doveva più preoccupare del proprio contributo attivo alla produzione, alla distribuzione del prodotto e alla sua vendita. C’era una redistribuzione continua di risorse limitate. La pianificazione era visibile, una pianificazione non progressista, però applicata con la capacità di essere vicini all’Occidente rispetto ad altri paesi dove c’era quasi sempre l’austerity. In Germania Est si vide una certa propensione a tenere il passo, sia per la vicinanza alla Repubblica Federale, sia per la cultura tedesca del lavoro. La gente era annichilita nel senso del non avere necessità, bisogni particolari. Erano gli stimoli americani e occidentali a spingere perché qualcosa nascesse. Per il popolo il pericolo era il "grande sonno".
continua...

lunedì 5 ottobre 2009

32° puntata - Ernesto - parte 1/5

Le tante sfaccettature del socialismo…
La Germania dell’Est, paese che manteneva una discreta solidità nel campo socialista, senza particolari situazioni di degrado, abitato da un popolo che viveva con dignità nonostante le privazioni e la denuncia di un certo malessere, teneva duro. Al tempo della mia visita, nell’agosto del 1989, non si percepiva nulla che potesse far pensare allo stravolgimento verificatosi alcune settimane dopo. Solo un occhio particolarmente esperto come quello di mia madre, che conosceva, da originaria della DDR, l’anima del regime, poteva riuscire a insinuare il dubbio partendo da piccole cose e ce lo manifestò. Come in una particolare occasione, durante una visita ad un suo amico d’infanzia nonché di suo fratello Stefan, Micke (che non vedeva da quarant’anni), con cui trascorremmo un intero pomeriggio vicino a Dresda, in una bellissima casa, come tutte le case che vidi, dotata di un delizioso giardino. Io, mia madre, mio fratello, mio zio Stefan, Micke, due casse di birra accanto al tavolino, all'aperto, birra Radeberger Pilsner che lui e mio zio Stefan aprivano a rotazione, finita una ne aprivano un’altra e a fine giornata erano finite le birre... e non erano nemmeno così alticci... come per noi l’acqua, per loro la birra… cenno di nostra madre a cose strane. Sopra la nostra testa, sui cieli di Dresda, passavano ogni dieci minuti gli aerei supersonici dell’Aviazione Sovietica. Esercitazioni. La presenza militare sovietica era imponente. Migliaia e migliaia di soldati. Passavano e ripassavano gli aerei. E Micke, barbuto, alticcio, sudaticcio, un po’ un chiacchierone, parlante esclusivamente un dialetto sassone strettissimo paragonabile al nostro bergamasco dell’alta bergamasca, fece commenti sui soldati dell’Armata Rossa, usando un’ironia del tipo: ah, bravissimi i nostri liberatori dell’Armata Rossa che vengono qua e guardano che a noi non succeda nulla! Salute! Prosit! Ed io e mio fratello, da buoni comunisti che andavano lì per cercare proprio l’Armata Rossa, dicevamo: "Che bravo, pensa il compagno Micke, che ogni volta che passano inneggia!". Mia madre poi spiegò che le cose stavano diversamente. Era strano che nel proprio giardino, dove chiunque poteva udire, ma anche nel proprio cesso si facssero esternazioni di quel genere sui soldati sovietici, neanche in quel modo, che probabilmente tutti avevano già imparato per evitare di essere sospettati di dissenso. Mia madre ci disse a posteriori che tutte quelle affermazioni a voce alta la facevano pensare. Qualcosa si stava muovendo. L’ironia sull’Armata Rossa ad alta voce non era cosa appropriata. Nessuno si pronunciava pubblicamente sull’Armata Rossa. I toni erano bassi quando si parlava di politica. Io e mio fratello, giovanissimi, desideravamo ricercare e verificare ciò che in tanti anni avevamo sentito raccontare del socialismo. Da comunisti, quando incontravamo i soldati dell’Armata Rossa trasportati dai camion per le strade tra Dresda e i paesi vicini, noi salutavamo col pugno chiuso e sorridenti quei soldati col cappello su cui spiccava la stella rossa. Loro, anch’essi giovanissimi, ci guardavano esterrefatti. Noi, biondi, salutavamo da una macchina tedesca e loro ci scambiavano per autoctoni. Si stupivano del fatto che li salutassimo con tanto entusiasmo. La gente di solito non li degnava di uno sguardo. Mia madre ci lasciava fare, il nostro non passava per atteggiamento ironico. Certe sottigliezze tipicamente italiane non c'erano in Germania. Se tu mi saluti, è perché veramente mi stai salutando, dopodiché rimane lo stupore.
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giovedì 1 ottobre 2009

31° puntata - Silvia - parte 5/5

Durante un'escursione ad un’altra residenza dello zar, sul golfo, fuori Leningrado, comprammo la bandiera dell’Urss, l'autentica bandiera rossa costellata di spillette che noi stupidamente staccammo. Finalmente assaggiai il buon gelato russo, anche se al mare faceva molto freddo.
La sera, stanchissimi, leggemmo ad alta voce alcuni testi in italiano per il papà di Jura, mentre lui ci registrava su cassette che, diceva, avrebbe poi consegnato ad una scuola per fini didattici. Ci domandavamo se avesse intenzione di rivenderle e l’idea ci fece sbellicare dalle risa!

Il mattino dopo, a colazione, servirono un vassoio pieno di dolci simili a crostatine di pastafrolla, con marmellata di lamponi e un ciuffo di panna montata, solo che la panna era burro: disgustoso! Non si potevano mangiare!
Provammo i semi di girasole, che ai russi piacciono tanto. Come le nostre caldarroste, si mettono in un cartoccio. Si mangiano col sale. Buonissimi.
Altra sera, altro spettacolo: messa ortodossa cantata alla Filarmonica. Super! La nonna e la mamma erano religiose, i maschi no.

Penultimo giorno. Tornammo in centro, nella strada degli artisti che facevano i ritratti (il mio dovrei averlo ancora da qualche parte...). Volevamo comprare dei regali per gli amici in Italia e ci accompagnarono ad un negozio per stranieri, dove si poteva pagare solo con i dollari. Vi si trovavano cose bellissime. Regalai sigarette al papà di Jura e rose alla mamma. Presi del caviale (una rarità) sotto banco da un ristorante.
La sera il papà raccontò dei suoi giri per il mondo e altre cose interessanti, come un aneddoto sui russi, incapaci di risolvere i propri guai:
“I russi tagliavano la legna dalle foreste e la facevano trasportare dal fiume. Siccome non erano sincronizzati, quelli che avrebbero dovuto raccoglierla a valle, non lo facevano, quindi la legna viaggiava fino alla Finlandia, dove i finlandesi raccoglievano i tronchi, costruivano i mobili che poi rivendevano ai russi.”
Aveva visitato tutto il mondo tranne l’India, il Giappone e l’Australia. Mi regalò una conchiglia che aveva ricevuto da un vecchio in Tanzania.

Giorno di partenza. Pronti ad uscire per andare all’aeroporto. Fermi tutti! Ci chiesero di sedere per alcuni secondi. Era un loro uso che avrebbe dovuto portare bene ai viaggiatori. Purtroppo il nostro viaggio non andò bene. Lasciammo Leningrado su un aereo piccolissimo insieme ad un gruppo di italiani. Sopra Mosca una voce ci informò che il comandante si apprestava a fare dietrofront a causa delle cattive condizioni meteorologiche!
Atterraggio a Leningrado. Tre ore di attesa in aeroporto, allietate da un gruppo di cubani in transito che trasportavano a Cuba assi del gabinetto, gomme delle bici e secchi di plastica (assi e gomme a tracolla). Nuova partenza per Mosca. Atterraggio alle sei e mezza del pomeriggio. Persa la coincidenza col volo Alitalia.

All’ufficio Alitalia dell’aeroporto, in chiusura, l'impiegato provò a tranquillizzarci dicendo che avrebbe mandato un telegramma in Italia ai genitori e che noi saremmo ripartiti il giorno dopo. L’ufficio transiti organizzò il transfer per l’hotel. L’autobus attraversò Mosca in piena notte. Avremmo trascorso le nostre ultime ore nell’URSS sostando in un albergo deserto, dove non c’era niente da mangiare o da bere. La mamma di Jura aveva preparato degli involtini per il viaggio che furono divisi tra tutti i presenti. Per fortuna saltò fuori del pane e salame oltre a dell'ottima limonata. Grazie alla “soffiata” di due napoletani che erano lì con noi, venimmo a conoscenza dell’esistenza di un volo Aeroflot previsto per il mattino seguente, su cui riuscimmo a riservare due posti.
1° novembre. Sulla pista di decollo i camion cisterna scioglievano il ghiaccio presente sulle ali del nostro aereo spruzzando acqua bollente.Mia mamma conserva ancora il telegramma in una bella cornice.