100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)

Regala il libro "Viaggi Pianificati" in occasione del
100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)!


Presentazione del blog

Dall’intervista di Antonio (Mosca 1980), parlando del suo rientro in Italia:

<… Durante la lezione di geografia di una prof sicuramente poco comunista (o poco simpatizzante ogni volta che si parlava dell’Urss) sentii predicare “in Urss non c’è questo, non c’è quello… non ci sono le macchine...” e io, beato, con tutto il gusto proprio di un bambino, alzai la mano e le dissi “prof, non è assolutamente vero che non ci sono macchine, io sono appena tornato da Mosca e Le assicuro che c’è un traffico della Madonna!”. Lei rimase di sasso...>

Non cercavo soltanto un libro che descrivesse la vita quotidiana dei lavoratori nei paesi socialisti. Per me era importante l’identità dello scrittore, la sua professione.

Storico? Giornalista? Politico? Ambasciatore? No, grazie. L’autore del libro che non sono mai riuscito a trovare sarebbe dovuto essere uno come tanti, magari un operaio/a, un impiegato/a, una persona qualunque, un tipo pulito. Avete mai provato a prendere in mano i testi in commercio sull’argomento? Vi siete resi conto che sembrano fotocopiati? E continuano a sfornarne di nuovi! Vi è mai capitato di soffermarvi sulle risposte dei principali quotidiani nazionali ai quesiti dei lettori interessati alla storia del socialismo reale? I commenti sono preconfezionati! Sono sempre gli stessi! Superficiali, piatti, decontestualizzati, buoni per il “consumatore di storia” massificato. Non parliamo dei documentari. Diamine! La storia è una cosa seria. E’ la memoria! Non bisognerebbe neanche scriverne sui giornali!

Ciò che mi fa salire la pressione è il revisionismo. Passa il tempo, i ricordi sbiadiscono e una cricca di farabutti si sente libera di stravolgere il corso degli eventi, ribaltare il quadro delle responsabilità e di combinare altre porcherie che riescono tanto bene agli scrittori più in voga. Tale è l’accanimento… vien da pensare che il Patto di Varsavia esista ancora da qualche parte!

Un giorno mi sono detto: io non mi fido, il libro lo scrivo io.

Ho iniziato a rintracciare gente che si fosse recata nei paesi socialisti europei prima della loro conversione all’economia di mercato. Ho intervistato quattordici persone esterne ai giochi di potere e libere da qualsiasi condizionamento (eccezion fatta per le intime convinzioni proprie di ciascun individuo che non mi sento di classificare tra i condizionamenti). I loro occhi sono tornati alle cose belle e a quelle brutte regalandomi un punto di vista diverso da quello dell’intellettuale o dell’inviato televisivo. Grazie ad alcuni libri di economia usciti nel periodo 1960-1990, ho tentato di rispondere ai quesiti sorti nel corso delle registrazioni.

http://viaggipianificati.blogspot.com/ è l’indirizzo web dove è possibile leggere le straordinarie avventure a puntate di italiani alla scoperta del vero socialismo e delle cose di tutti i giorni. A registrazione avvenuta, è possibile lasciare un commento.

Visitando il blog potrete idealmente gustarvi un’ottima birretta di fabbricazione “democratico-tedesca” seduti in un bel giardino della periferia di Dresda, nuotare nella corsia accanto a quella occupata da un “futuro” campione olimpico ungherese, discutere coi meccanici cecoslovacchi, e… molto altro. Buon divertimento!

Luca Del Grosso
lu.delgrosso@gmail.com


Il libro "Viaggi Pianificati" è in vendita ai seguenti indirizzi:

http://www.amazon.it/Pianificati-Escursioni-socialismo-europeo-sovietico/dp/1326094807/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1461691231&sr=8-1&keywords=viaggi+pianificati

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in formato cartaceo o "file download" .





venerdì 4 dicembre 2009

Il libro-blog termina le pubblicazioni

Le interviste sono terminate. Grazie a tutti. Arrivederci.

sabato 14 novembre 2009

Paradossi del Socialismo

Dal libro "Stalinismo e antistalinismo nell'economia sovietica" di Alec Nove, Einaudi, Piccola Biblioteca Einaudi, 1968 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, seconda edizione (Alec Nove si ispira ad un articolo comparso sulla "Ekonomiceskaja Gazeta" il 29 settembre 1962, pag.39):

Secondo un eminente dentista moscovita, le otturazioni sovietiche restano nei denti sovietici per pochissimi mesi; sembra che ciò sia dovuto alla qualità scadente delle sostanze usate nella preparazione del materiale per otturazioni ("cemento", nota di richiamo all'articolo). I dati statistici riflettono una produzione non necessaria di materiale per otturazioni come pure un'alta frequenza di ricorsi al dentista. Il passaggio alla produzione di un amalgama per otturazione dentaria più durevole, ed evidentemente non molto più costoso, avrebbe l'effetto di ridurre, in termini assoluti la produzione e, con grande soddisfazione di tutti gli interessati, l'URSS "retrocederebbe ancor di più rispetto all'America" in questo settore della vita economica. Allo stesso modo, gli pneumatici sovietici, i tubi catodici televisivi ed un gran numero di altri prodotti, si logorano molto più rapidamente di quanto ci si potrebbe aspettare tenendo conto dell'attuale livello conoscitivo e tecnologico. E' vero, naturalmente, che la produzione americana di certi beni di consumo durevoli "beneficia" della caduta in disuso pianificata e della deliberata tendenza ad evitare la durevolezza. Ma nel caso sovietico, che si estende su di un campo molto più vasto, la fonte dei guai sta proprio nella tendenza a concentrarsi eccessivamente sul raggiungimento degli obiettivi quantitativi di produzione, ad adattare cioè l'assortimento dei prodotti alla misurazione statistica dello sviluppo.

Più chiaro di così!

lunedì 12 ottobre 2009

Paradossi del Socialismo

Cito l'articolo del 5 novembre 1963 comparso su Izvestija (giornale moscovita), a sua volta richiamato dalla mia fonte, ovvero il libro "La pianificazione sovietica" di Oleg K. Antonov, Vallecchi Editore Firenze (1968):

Spesso alla sera dalle finestre delle case emana una luce accecante, come di proiettori. Guardi, e ti accorgi che una stanzetta è illuminata da una lampadina da 150 watt. Non è possibile impiegare una lampadina più piccola?
Purtroppo non si può, e per la semplice ragione che le lampadine più deboli non si trovano nei negozi. Qui vi propongono lampadine di 75, 100 o addirittura 1500 watt, ma non di 15 o di 40.
La città di Kujbysev, per esempio, riceve le lampadine dalle fabbriche di Ufa, Saransk, Erevan e Mosca. Su 1.800.000 lampadine inviate quest'anno a Kujbysev, solo 330.000 avevano una potenza inferiore a 400 watt.
Il fatto è che i produttori non trovano vantaggio a fabbricare lampadine di scarsa potenza. Il loro programma viene calcolato non in unità di articoli prodotti, ma in potenza complessiva delle fonti di illuminazione. Per questa ragione essi premono sulla produzione vantaggiosa, mentre la produzione di lampade da 10, 15 e 25 watt è stata, di fatto, sospesa.

sabato 26 settembre 2009

Paradossi del Socialismo

Cito l'articolo del 20 gennaio 1962 comparso su Izvestija (giornale moscovita), a sua volta richiamato dalla mia fonte, ovvero il libro "La pianificazione sovietica" di Oleg K. Antonov, Vallecchi Editore Firenze (1968):

Il boicottaggio di fatto dei mobili moderni da parte della maggioranza delle fabbriche e degli stabilimenti si spiega con il fatto che questi mobili costano poco e che le imprese non trovano vantaggioso produrli. Il piano si realizza più facilmente con costosi armadi delle dimensioni dell'Università di Mosca, che non, poniamo, con armadi corrispondenti all'altezza del soffitto di una casa moderna. Come via di uscita dalla situazione venutasi a creare, si propone quindi la pianificazione dei mobili in pezzi.
Ed ora immaginate per un attimo che questa proposta venga accolta. Lo stabilimento di Skhodno, il più grande del mondo, sfruttando al massimo la potenza delle linee automatiche e delle catene di montaggio, nel giro di un mese subisserebbe Mosca di un tal numero di pezzi, da lasciare il compratore col fiato sospeso.
Si troveranno dei dirigenti che, partendo dalla considerazione: il piano è fatto così, forza quindi con i pezzi - trasformeranno, senza andare tanto per il sottile, gli armadi in scatole di fiammiferi.

Comunicazione dal blogger

Novità! Paradossi del Socialismo.
Ad arricchire l'offerta di storie dal socialismo entra in scena una nuova rubrica: Paradossi del Socialismo.
Vi compariranno citazioni prese da vecchi saggi incentrati sullo sviluppo delle economie pianificate che faranno sorridere anche i profani.

Casa dello studente - Casa comune - Mosca - 1930


Foto di Luca Del Grosso (2000)

sabato 5 settembre 2009

Comunicazione dal blogger

Cari amici,
Cari lettori,

Sono molto contento.

Ho appena concluso la revisione di tutte le interviste che compongono il libro. I restanti testi sono stati "caricati" e saranno pubblicati automaticamente a partire dal 17 settembre. Ultima uscita: 3 dicembre 2009. In attesa di capire se sarò in grado di proporvi questo lavoro in forma cartacea entro la fine dell'anno (magari in concomitanza con l'anniversario della caduta del Muro), vi invito a seguirmi, a diffondere e a sostenermi. Specialmente con i commenti... Grazie.

Hotel Cosmos - Mosca



Foto di Luca Del Grosso (2000)

giovedì 18 giugno 2009

Il blog va in vacanza!!!

Ciao Amici!
Cari Lettori!

La pubblicazione delle interviste riprenderà dal 17 settembre.
Buona estate e buone vacanze a tutti, meglio se pianificate!

Luca Del Grosso

giovedì 28 maggio 2009

21° puntata - Mariangela - parte 3/6

C’erano in giro molti italiani. In seguito al devastante terremoto del 1988, un sacco di italiani erano andati ad aiutare, a tirar fuori gente. Camminavi per la strada e appena ti sentivano parlare gridavano: “ehi italiano!”. Un signore per strada fece proprio così “ehi italiani!”, alzando il pugno chiuso, e noi felici “ehi, compagno, tovarisc!”. Gli italiani erano molto amati. Una sera, in un locale dove si beveva, ci accorgemmo che un italiano sedeva al nostro fianco. Ci raccontò che era rimasto perché “c’era da fare”. La domanda fu: tappeti? “Eh sì, tappeti, è una buona strada”. Aveva capito che poteva fare questo export, anche se con dei limiti.

Quello che veniva fuori appena chiacchieravi con qualcuno era che Gorbaciov piaceva tanto a noi occidentali, ma che a loro non era mai piaciuto, non tanto Gorbaciov quanto Raisa Maksimovna, tutti ce l’avevano con lei, donna molto diversa da quelle dei presidenti precedenti. Anche Gorbaciov era diverso dai presidenti precedenti. Era in atto un boicottaggio, non arrivava niente di quello che doveva arrivare. A Mosca non arrivavano né sapone né sigarette. Prova a togliere le sigarette ad un russo: ti ammazza! Sono dei grandi fumatori. Ma se a te tolgono il sapone, anche tu ti incazzi! Ho visto le famose code, fuori dai GUM. Un giorno mi unii ad una coda esagerata, poi chiesi di che si trattava. Sapone. Se c’era una coda voleva dire che c’era qualcosa di interessante, io mi ci mettevo. Non arrivava sapone da sette giorni. I prodotti che giungevano dalle periferie del Paese venivano fermati alle porte di Mosca, alle porte di Leningrado, cioè alle porte dei punti vitali della struttura e sembrava che si trattasse di un blocco organizzato. Era già successo nella storia che la sospensione dell’approvvigionamento di merci di prima necessità provocasse il crollo. Quello che percepivi era disamore, non voglio dire odio nei confronti del governo, per Gorbaciov. Dicevano che lui non riusciva a risolvere i problemi. Secondo altri, questi problemi relativi al sapone o alle sigarette venivano creati ad arte da quelli che volevano silurarlo. Tutto sommato, considerato l’epilogo, poteva essere vero. Però loro erano incazzati. “Ma come?” tuonavano “Voi considerate un progressista, un liberale, quest’uomo che di fronte a un tale problema non riesce a schiodarsi, non riesce a fare in modo che questi punti di interruzione del flusso di merci vitali, indispensabili nella quotidianità, vengano tolti?”.
Era il periodo degli orologi russi “Raketa”. Allora, ad ogni passo, c’era qualcuno che ti offriva il Raketa. Se vedevi uno in un angolo con due tipi sospetti, era perché stava comprando dei Raketa. Erano bellissimi e funzionavano! Erano gli anni dell’ ”ondata sovietica”, che toccò anche la moda. Da noi “operazione simpatia”, loro invece ti dicevano che Gorbaciov era un coglione e Raisa una stronza, perché lei lo manovrava.

Visitammo alcuni interessanti siti archeologici, verso l’una del pomeriggio: c’erano quaranta gradi, senz’acqua, c’erano solo i soka. Un massacro. Entrammo anche in una chiesina ortodossa con pianta a croce, un “eremino”, antichissima, ai bordi di un lago gigante, dove trovammo un prete ortodosso, solo soletto, che si faceva fotografare e tutti lo seguivano perché era l’unico umano, in un paesaggio tipico da sud… caldo, colori accesi. Gli armeni non chiedevano mai dell’Italia, ci conoscevano… italiani compagnoni! Ci offrivano i Raketa, la vodka, il caviale nei tentativi di borsa nera, di cambio nero. Prima di cambiare, aspettammo di capire come funzionava questo cambio, perché Barbara si era raccomandata di non cambiare niente per la strada, a causa dell’alto rischio di fregatura.
continua...

lunedì 25 maggio 2009

20° puntata - Mariangela - parte 2/6

Era il periodo delle notti bianche, notti senza buio, una cosa molto strana. Cominciava ad avvicinarsi il tramonto e ci si aspettava che, verso le otto, il sole sparisse. Invece si “fermava” la luce, rimaneva un crepuscolo chiaro e la gente in giro. Erano giunte in città montagne di navi. Marinai, bellissimi, come del resto le ragazze… ragazze sulle banchine, a gruppi, come se fosse stato giorno, che facevano le stupidelle con i ragazzi sui ponti delle navi. I ponti sulla Neva si aprivano tutti insieme alle sei del mattino per far passare le imbarcazioni: aspettammo e, con un occhio solo (che stanchezza!), potemmo godere dello spettacolo dei ponti. Pieno di gente che aveva bevuto l’impossibile, così io potevo chiacchierare… tra uno che parla male la lingua e uno che ha bevuto alla fine ci si capisce. Parlavo russo, un russo elementare. Volevo tuttavia praticare la lingua, comunicare. Dormivamo in uno di quegli alberghi che puzzavano di cavolo, come la quasi totalità degli interni di quel Paese. Nei posti caldi era un po’ diverso. Gli alberghi del pacchetto viaggio non brillavano per comfort ed eleganza, ma le hall erano meravigliose. Sovietiche! Grandissime! Marmi, drappi… ahimè, bastava salire la scala e diventavano spartani. Andava bene così. La tragedia era un’altra. Non si trovava acqua da bere. Ricordo una notte di sete terribile. C’erano le signore ai piani, le digiurnaje, che controllavano, che avevano le chiave di tutto. Senza di loro non si poteva fare niente. La mia non aveva acqua. Nel corso del viaggio ci rendemmo conto che non c’era acqua minerale da nessuna parte. L’acqua del lavandino, se si lasciava scorrere, immediatamente portava due centimetri di ferro nel bicchiere e faceva schifo. Io provai a berla. Lasciava il sapore di ferro in bocca. Quindi ci torturammo bevendo i “soka”, succhi, disponibili in vari tipi, ma in realtà di un unico sapore. Molto dolci, molto zuccherati. Erano buffi, perché i gusti erano ribes, mirtillo, betulla. Un soka dolcissimo quando hai sete… poi hai sete ancora. Eravamo messi male! Però, affascinanti quei coloranti. Avevamo due accompagnatrici: Barbara, italiana, esperta, sicura e l’accompagnatrice russa obbligatoria, Tatiana, giovane e carina, soverchiata dall’italiana. Quanto alla sicurezza, nulla da segnalare. A parte un giorno, a Jerevan o in Uzbekistan… Tatiana arrivò trafelata, mentre stavamo bevendo tranquillamente un tè, dicendo “Forse lo sapete già, ma spero che non vi faccia pensare male. Hanno rubato una macchina fotografica ad un turista!”. A lei sembrava un avvenimento scandaloso, mai capitato prima. Disse che aveva preferito dircelo perché magari saremmo venuti a saperlo da qualcun altro. La vittima apparteneva ad un gruppo che non c’entrava con noi. Che sorpresa! Un furto!
A Jerevan vidi l’unico pugno (umano) alzato di tutto il viaggio in Unione Sovietica.
Un gran casino in Armenia. Armeni, abcasi e azeri avevano cominciato a randellarsi (dispute per questioni territoriali e di indipendenza, ndb) e nella capitale c’erano i carri armati. Già a Leningrado la partenza era stata incerta, fino a che non ci imbarcarono dicendo che la situazione era sotto controllo. La piazza centrale di Jerevan, enorme, meravigliosa, con le belle fontane, occupata per due terzi da carri armati faceva un po’ impressione. Molto più che sapere del furto della macchina fotografica. Secondo la spiegazione ufficiale i carri stavano lì perché la situazione era apparsa complessa fino al giorno prima, ma l’emergenza era rientrata. Che strano il colpo d’occhio! Sulla piazza principale di Jerevan spuntava il mega albergo che ci ospitava, ma che, per un’intera ala, era stato assegnato a gente in fuga dai territori sotto pressione. Guardando la facciata dell’hotel e tutta la parte a destra con i balconi pieni di panni, notai un signore sul balcone con una capretta. Ci spiegarono allora dei recenti accadimenti.
continua...

giovedì 21 maggio 2009

19° puntata - Mariangela - parte 1/6

Un enorme contenitore di colori, odori, luci e personaggi delle più svariate latitudini: questo è il viaggio di Mariangela in Unione Sovietica.

Era il 1989. Avevo trent’anni. L’agenzia ETLISIND aveva elaborato un itinerario massacrante che ci avrebbe portati a Leningrado, Mosca, Jerevan, Tbilisi e, soprattutto, a Taskent e Samarcanda (per noi le top della lista!) in Uzbekistan, d’estate, in ventitre giorni caratterizzati da un continuo salire e scendere dagli aerei, che alla fine ci fece provare un senso di totale spaesamento. Volammo da Milano a Mosca e, il giorno dopo, da Mosca a Leningrado. Eravamo un po’ preoccupati per questo tipo di viaggio, ma non c’era alternativa. Per compiere un giro del genere in autonomia sarebbero servite troppe cose: capacità organizzativa, tempo e molti soldi! Per non parlare dei visti!
Il tour iniziò all’insegna della rapidità di spostamento e di visita delle principali attrattive. Dopo soli tre giorni a Leningrado, partimmo per Jerevan. Ciò voleva dire lasciare qualcosa di nordico, un certo clima, una certa architettura, una certa luce, per Jerevan nel Caucaso. Facce completamente diverse! Come quando dalla Georgia, dove il clima è temperato come quello dell’Italia del Sud, dove si stava molto bene, tra persone fisicamente come noi (non hanno tratti molto diversi dai nostri), passammo in Uzbekistan. Gli uzbeki avevano qualcosa di strano, tratti mongoli ed occhi azzurri…
Prima tappa impressionante. Leningrado è una città dall’aspetto europeo, con grandi palazzi e strade larghe. In estate ha un clima meno problematico di quello invernale. Sembrava una città abbandonata, senza cure. I tram “ballavano” su binari incastrati allo sconnesso fondo stradale. In alcuni tratti le rotaie erano discontinue! I negozi sovietici… una povertà… una “melina” triste, solitaria, conciata: non c’era nulla. La città però era bellissima, con i suoi monumenti e i canali… che atmosfera!
Desideravamo staccarci il più possibile dal gruppo. Con noi, oltre ad una coppia di Livorno, con cui legammo e che avremmo rivisto in Italia, c’erano degli sfegatati comunisti per i quali tutto era perfetto e fantastico e bellissimo, ma c’erano anche i critici, che imprecavano contro le cose che non andavano bene. La cosa divertente era che noi volevamo sganciarci per andare in giro, ma alcune cose di quelle organizzate erano davvero molto curiose, in chiave sindacal-filocomunista. In ogni città si visitava il museo di arte popolare. Alcuni si rivelarono interessanti, altri meno…, Il museo di Jerevan ospitava i tappeti più belli del mondo, dal ‘200 ad oggi. Ci risparmiarono le gite in fabbrica che, invece, fino a qualche anno prima tiravano molto. Per Leningrado era stato previsto un intero giorno da trascorrere all’Ermitage. Di fronte al museo alcune signore tipicamente russe, truccate da matrioska, che avevano un “non so che” del nostro Sud, pesavano le persone. Ogni tanto qualcuno passava, gli dava una monetina e si pesava. Dopo aver visto la collezione dell’Ottocento, che ci interessava maggiormente, scappammo verso la Prospettiva Nevski per camminare e per vedere le librerie. Io studiavo russo e cercavo libri che avrei poi potuto leggere se avessi proseguito nello studio della lingua, com’era nelle mie intenzioni. La mia biblioteca personale conserva un libro che riporta un carteggio tra Dostoievski e un altro signore, un testo con copertina rossa e scritte dorate. I libri, tutti finemente rilegati, costavano pochissimo. Lì si vedeva il comunismo: bei libri a basso prezzo. Qualcuno potrebbe obiettare: sì, ma che libro? solo quello che è permesso leggere. Però, quello che è permesso è bello e costa poco! Entrammo in una bellissima libreria con grandi scaffali in legno e banconi zeppi di libri: passammo le ore cercando di comprendere il significato delle scritte sulle copertine!
continua...

lunedì 18 maggio 2009

18° puntata - Franco - parte 2/2

Vidi Ceausescu e la moglie durante il primo concerto che si tenne nella Sala Palatului di Bucarest, il famoso centro conferenze capace di contenere fino a 4000 persone! Oltre a loro due, erano presenti i vertici del Partito e buona parte dell’entourage di governo. Ogni poltrona aveva un altoparlante che riportava la musica allo spettatore. Un pienone! Eravamo emozionatissimi, ci tremava la voce. Il primo pezzo voluto da Germani fu proprio un quartetto vocale! Eravamo abituati a cose orchestrali, non certo a quella tensione. Non sapevamo alla partenza che saremmo stati i protagonisti di un evento di tale portata. Fu un grande successo!
Gli spettacoli cominciavano alle sette di sera, perché i ristoranti chiudevano alle undici. Noi andavamo a mangiare subito dopo i concerti, che di solito duravano un paio d’ore, appena in tempo per evitare di restare a digiuno. I ristoranti erano statali, quelli che ci lavoravano chiudevano all’orario giusto. Lo stipendio lo prendevano lo stesso. Non c’erano molte alternative. Dopo cena si facevano due passi intorno all’albergo. Per strada non c’era nessuno… ed eravamo sempre accompagnati da quelli del Partito. Alla fine del soggiorno scoprimmo che c’erano delle “cimici” nelle stanze e che una poliziotta in borghese era rimasta sempre accanto ad un nostro collega. Forse per assicurarsi che nessuno di noi potesse fungere da tramite per la fuoriuscita di notizie riservate. Mah…
Un mio collega, simpatizzante di sinistra, rimase male per quanto visto nel corso del viaggio. Tornato in Italia, ebbe parecchi ravvedimenti. Non si aspettava una repressione del genere. Lui a casa faceva la bella vita…
Frutta non ce n’era, ma si mangiava carne a volontà: ci servirono persino un ottimo “chateaubriand”. A noi non mancava nulla, né acqua, né vino, birra o sigarette. Avevamo ricevuto un anticipo in dollari in Italia. Tutti i soldi che erano stati cambiati in valuta locale per le eventuali necessità furono spesi l’ultimo giorno, visto che non avevamo comprato molto dal momento del nostro arrivo. Acquistai un phon, un giradischi e tutto ciò che era in vendita. Quei soldi fuori dalla Romania non valevano niente. Entrai in una sorta di emporio e scelsi un orribile giubbotto di pelle. I negozi avevano quattro stupidate!

I concerti erano gratuiti e sempre affollati. Le ragazze portavano rose da lanciare sul palco in segno di gradimento nei riguardi dei musicisti e foglietti da autografare che venivano raccolti dai nostri facchini, ai quali li riconsegnavamo firmati perché fossero restituiti alle fans. Nel corso della tournée suonammo pezzi diversi dal solito repertorio, fondamentalmente successi internazionali, del blues e pezzi di Remo Germani (come ad esempio la celebre “Baci”). Noi eravamo abituati a vedere il pubblico ballare… lì la gente stava a guardare senza muoversi!
Impazzivano per la musica di James Brown, per il Rhythm and Blues e per “I feel good”.
QQ
Trascorso un mese, lasciammo Bucarest diretti in Bulgaria su invito di una locale organizzazione del Partito. Fummo obbligati ad aspettare per ore alla frontiera tra i due Paesi: Nixon sarebbe passato proprio da quel confine (Agosto 1969, ndb)! Il traffico rimase bloccato per una mattinata intera sotto il sole. Finalmente arrivò il corteo di mezzi della polizia e auto blindate… tirammo un bel sospiro di sollievo.
A Sofia, durante le prove del primo concerto, i funzionari esaminarono la “scaletta” e stralciarono “I feel good”: non si poteva suonare perché, dicevano, la gente sarebbe diventata matta! I responsabili trascorsero l’intero pomeriggio di prove accanto a noi per conoscere il resto del repertorio. Ci chiesero di redigere una nuova scaletta priva di tutte le canzoni spinte: andava bene musica come “Ma l’amore no”. Nessuno doveva eccitare gli spettatori. Furono quindici giorni non particolarmente intensi, ma molto controllati, più che in Romania. Si usciva con le guide. Si faceva tutto con le guide.
Ricordo che ad un concerto la presentatrice ci chiese di smettere di suonare perché la serata era terminata. Mi voltai per appoggiare il sassofono e, girandomi di nuovo verso il pubblico, vidi che non c’era più nessuno! Impressionante! La sala si era svuotata in mezzo secondo!


Franco ci ha lasciati poche settimane dopo l’intervista. Sorrido nel ripensare al suo colorito modo di raccontare. Questo lavoro è dedicato a lui.

giovedì 14 maggio 2009

17° puntata - Franco - parte 1/2

Franco era musicista, orchestrale. Al fianco di Remo Germani (celebrità degli anni ’60, ndb), fu impegnato in una lunga tournée estiva in Romania e Bulgaria. Suonava il sassofono: contralto, baritono e tenore.

Nel 1969 fummo ingaggiati da un dipartimento del PC Rumeno che organizzava spettacoli in piccoli stadi chiamati “gradina de vara”. Partimmo per la Romania con uno spazioso furgone Fiat 238. Eravamo in sei. La qualità della benzina costituì un problema per tutta la durata del viaggio. Passata la frontiera con la Jugoslavia ed effettuato il primo rifornimento di carburante notammo, infatti, che il motore “picchiava in testa”: gli ottani erano diversi. Ma non restammo mai a piedi. Invece che a 130 viaggiavamo a soli 90 km l’ora, in discesa per giunta! La carburazione era sballata.
Al confine rumeno presero nota di tutto ciò che portavamo addosso e nel furgone. Fummo avvisati dell’obbligo di ripresentare all’uscita gli stessi beni. Avevamo preparato una lista degli strumenti musicali in cui spiccava la voce “Eco” (un effetto voce). Il doganiere domandò cos’era l’Eco e, insoddisfatto delle nostre spiegazioni, chiese di scaricare tutto per scoprirlo da solo! Ci rifiutammo con grande determinazione… in fondo era un capriccio! Mi accorsi che dal finestrino si riusciva a scorgere parte del congegno sotto il resto dell’attrezzatura e fortunatamente la guardia si calmò.
La prima tappa fu Bucarest. In un lussuoso albergo, l’Ambassador, si tenne l’incontro con l’organizzazione rumena. Ad ognuno di noi era stata assegnata una suite. L’hotel era stupendo. I pavimenti erano coperti da tappeti alti due dita, eleganti scalinate comunicavano con i piani superiori… prevalevano le tinte rosse nei tendaggi e nei rivestimenti.
Vennero a prenderci e cominciò il tour.

Prima di partire avevo riflettuto sul fatto che avrei visitato paesi comunisti, ma non credevo di poter trovare una situazione tanto brutta. Fuori dall’albergo c’era la desolazione… bambini con brufoli in faccia e visi tristi. L’impressione che ne ricavai fu piuttosto negativa.

Ci fu qualche contatto con le ragazze del posto, belle ragazze, in ordine, curate… per gli artisti è sempre stato facile trovare donne… ma passava tutto in fretta, perché si capiva che non provavano una reale attrazione verso di noi: erano spinte dalla voglia di scappare via.
Per strada c’erano quattro gatti, la macchina era un lusso. Differenze abissali, anche rispetto all’Italia meridionale… non c’era paragone e io, campano di origine, al sud ci andavo! Però il Paese era molto pulito. A Bucarest c’erano i posacenere per strada, non una cicca per terra!

I carcerati erano impiegati per asfaltare le strade. Ne vidi parecchi al lavoro. Viaggiavamo tutti i giorni per toccare mete come Sibiu, Timisoara, Brasov, Craiova, Galati, Costanza e sul percorso si potevano incontrare galeotti nella classica divisa a strisce verticali, al lavoro sotto lo sguardo attento di uomini armati di mitra, in piedi, sui camion della milizia. Era luglio e faceva molto caldo. Transitammo anche da una città dove tutto sapeva di petrolio. Qualsiasi cosa si mangiasse sapeva di petrolio. Odore di petrolio dappertutto.

Tra i nostri facchini (rumeni che montavano e smontavano l’impianto ad ogni concerto) c’era un operaio specializzato. Viveva in un monolocale con cucina in condivisione. Guadagnava due lire nonostante la qualifica e, per arrotondare, durante le ferie venne con noi a sgobbare. Ci portò a casa sua. L’appartamento era composto da un corridoio che sbucava in una cucina e da due stanze, l’una posta a destra e l’altra a sinistra dello spazio comune: i locali erano abitati complessivamente da due famiglie. Era come vivere in una pensione. Però era tutto praticamente gratis, la casa non costava niente.
continua...

lunedì 11 maggio 2009

16° puntata - Manolo - parte 3/3

I dolci erano buonissimi, spettacolari, eccezionali le pasticcerie, che sfornavano torte favolose, al cioccolato, alla frutta, ottime! Non mancavano le pietanze, le carni, spezzatini pesanti, ma ben fatti. Poi, sui treni, i grandi wurstel, di fegato, bianchi, i bratwurste, i wurstel da spalmare, i crauti, i rollmops (alici marinate che avvolgono dei cetrioli in salamoia), insalata di patate, gulasch. Non avevano i “primi”. Ci furono grandi bevute di birra. A Radeberg sorgeva un immenso stabilimento in cui producevano la “Radeberger”, una birra chiara. Bottiglie di vino? Potevano esserci. Pochissimi i liquori! Come superalcolico spesso si serviva vodka oppure quei liquori dolci, tipo sherry, “Amaretto di Saronno”. Andavano fuori di testa per l’Amaretto di Saronno! Avevamo portato della pasta, ma la materia prima non la sapevano trattare. La prima serata fu memorabile. Mio zio, affettuosissimo, mi fece prendere una sbronza di birra e vodka che vomitai la notte stessa.
Loro erano contentissimi di averci lì.

Girovagare era piacevole. Spostandosi in macchina si potevano apprezzare le particolarità del luogo, della campagna, con le sue piccole fattorie e le accoglienti trattorie: ci si fermava, si entrava e ti portavano il wurstel con i crauti, le patate, piatti curati, la birra.
Una delle discriminanti del vivere nella DDR risiedeva nella circostanza di abitare o non abitare a Berlino. Vidi anche lo squallore, case fatiscenti tipo Baggio o Selinunte (quartieri popolari milanesi, ndb). In quei casi provai senza dubbio una sensazione di abbandono.

Era evidente che nessuno avrebbe dato un marco per la salvezza della DDR. All’inizio ero su toni del tipo “ma guardate, l’occidente non va…”. Però, pensando di dover vivere lì… non stiamo parlando mica del Vietnam, ma lì era un problema… non si usciva mai per andare in un luogo di ritrovo…
Soprattutto mancava la possibilità – che per un giovane è vitale - di poter uscire dai confini e andare per il mondo a vedere il più possibile: un giovane deve avere questa spinta.

Quello che mancava completamente era la dimensione frizzantina della lotta di classe, che trovai invece in Russia, nel 1993, quando capii che anche l’ultimo degli stronzi con cui mi mettevo a discutere riusciva a tenermi testa nel discorso. In ogni dibattito i russi lasciavano intendere: non pensare di poter parlare con me di politica facendo troppa ideologia! Erano capaci di affrontare le questioni in maniera lineare, diretta. E questo lo riscontrai a tutti i livelli. C’erano molte persone in grado di contestare profondamente l’Unione Sovietica, piuttosto che la CSI di allora, usando la dialettica. Nella DDR queste persone non esistevano. In Russia i retaggi della rivoluzione del 1917 erano concreti e furono poi evidenziati dalle cronache dei gravi scontri per il malcontento dovuto ai cambiamenti sopravvenuti nei primi anni ’90.
Questi ricordi rimarcano la sostanziale differenza esistente tra un paese dove il proletariato inizia autonomamente la rivoluzione, compiendola, e un altro paese dove la rivoluzione (“imboccata”) si realizza soltanto perché predeterminata da ragioni di spartizione legate alla politica internazionale.

giovedì 7 maggio 2009

15° puntata - Manolo - parte 2/3

Berlino era bellissima, una delle più belle città che avessi mai visitato… del resto, lo era anche Dresda. Berlino era una città molto particolare. C’era ancora il Muro. Passando ad Ovest, superato il Muro, ci si imbatteva in una realtà completamente diversa, nel bene e nel male. Della parte orientale apprezzai il carattere monumentale, i grandi palazzi, l’ordine, le strade, i ristoranti elegantissimi dove si poteva mangiare spendendo appena quattro marchi e mezzo, seduti al tavolino, con i camerieri in smoking che servivano. Erano posti alla portata di tutti i portafogli. Avevano una metropolitana efficientissima. Un giorno la presi senza biglietto, ma fui pizzicato da un sorpresissimo controllore. Probabilmente quella era una delle prime volte che gli capitava un fatto simile. Resosi conto della situazione, mantenendo la calma e guardandosi attorno come per accertarsi che nessuno ci stesse osservando, insistette nel chiedermi di mostrare il biglietto. Io feci scena muta. Dissimulando un certo imbarazzo, di colpo si allontanò. Provai pena per lui. Mi domandai: “Ma perché cazzo non l’ho comprato il biglietto?”.
Era una città davvero bella, soprattutto per i contrasti… perché magari dopo si andava all’Ovest e ci si trovava in un altro centro amministrativo, una classica città occidentale con gli artisti di strada che suonavano, il tossicodipendente svenuto, i poliziotti che fermavano il ladruncolo. Queste cose si vedevano all’Ovest. All’Est era tutto ordinato, “freddo”, ma bello.

Tornato a Dresda, decisi di comprare dei pantaloncini. Era agosto, faceva un caldo della madonna… un paio di pantaloncini costava… che so… 100 lire. Entrai in un negozio di abbigliamento molto spazioso, rischiarato da un’ampia vetrina dedicata interamente ad un manichino mezzo rinsecchito, con tanto di parrucca che… quasi cadeva per terra, e a quattro paia di pantaloncini buttati lì. Indicai alla commessa il capo che mi interessava. Lei, annoiata e scortese, me lo porse per la prova. Calzavano bene, ma le chiesi comunque se era possibile provarne un secondo paio. Quasi le cascarono le braccia! Quello che intendeva farmi capire era: hai bisogno di un paio di pantaloncini? prenditeli e vai! perché devi stare qui a cincischiare?
Acquistai “quel” paio di pantaloncini e me ne andai.

Ha ragione chi sostiene che, se non c’è la logica della proprietà privata, gli individui sono poco incentivati? No, io non lo credo. Anche in quel caso il problema risiedeva altrove. La società era ormai priva di stimoli. Era come se il Paese fosse stato anestetizzato. Noi, per ragioni che derivano dalla nostra storia, la storia del PCI e del movimento comunista, siamo ancora in una fase che, se si parla male di quell’esperienza, è come se si stesse parlando bene dell’occidente. Bisogna liberarsi di questo approccio tutto ideologico alla questione!
continua...

lunedì 4 maggio 2009

14° puntata - Manolo - parte 1/3

Manolo visitò la Germania Democratica per la prima volta nel 1989 in compagnia della madre, originaria di Dresda. “… Sia pur con le aperture che si notavano nel quotidiano, il clima, la cultura, la socialità, lo stesso stile di vita erano profondamente diversi da quelli che avevo conosciuto durante i miei diciotto anni di vita in Italia. Finalmente potevo mettere il naso in un vero paese dell’Est”. Sino ad allora ne aveva soltanto sentito parlare.

Nella DDR avevo due zii, entrambi fratelli di mia madre. Uno viveva a Radeberg (cittadina di circa 15000 abitanti a pochi minuti da Dresda), l’altro a Berlino. Il primo era un operaio, un tecnico, che conduceva una vita dignitosa in una casa con mobili che, in molti casi, si era costruito da solo. Era capace di lavorare il legno. La casa era molto accogliente, vi erano persino angoli riservati alla discussione. La sua era una famiglia normale, come la sua vita, una vita routinaria. Era rimasto molto umano. Fummo suoi ospiti per un paio di settimane, assaporando il gusto della vera DDR. Dopo un lunghissimo viaggio, con svariate coincidenze, eravamo finalmente riusciti a raggiungere Dresda e lui venne a prenderci alla stazione a bordo della classica Trabant. L’altro zio era un personaggio più spigoloso. Funzionario della SED, a tutti gli effetti uomo di partito, rigido, chiuso, con moglie e figlio, era molto meno espansivo del fratello. Viveva in un piccolo, ordinatissimo e asettico appartamento nei palazzoni della periferia di Berlino. Anche la stanza del bambino era “fredda”! Ciò che li accomunava era una radicata disillusione accompagnata da evidente noia di fondo. Col primo si passavano belle serate intorno al tavolo e l’alcol scorreva abbondantemente. Era un fortissimo bevitore di birra che amava mangiare e stare a tavola. Lì finiva la serata, anche perché non c’era la possibilità di andare per locali. Non c’erano bar e, se c’erano, erano posti di una tristezza assoluta, arredati squallidamente. I locali erano luoghi vuoti dove si entrava a bere una birra e a fumare una sigaretta. Non c’erano giovani. Si viveva molto la dimensione della casa.
Il primo fratello era più disponibile a parlare con noi di politica. Io chiedevo, criticavo, contestavo, ma lui era completamente disilluso dalla storia e dalla politica della DDR. Il secondo lo era ancora di più. La militanza nel Partito invadeva la sua dimensione personale. Pur essendo funzionario, era assolutamente disilluso dalla situazione che stava vivendo. Non lo dava a vedere, non ne parlava con piacere e si limitava, anche con mia madre, ad un rapporto di forma, quindi poco propenso ad approfondire. Una pesante noia caratterizzava i giorni di entrambi gli zii.
A Radeberg avevo una cugina poco più giovane di me e altri due cuginetti dell’età di mio fratello. Avevano 14 anni. Con loro si stava bene. Gli spazi per divertirsi esistevano. Si giocava a pallone, si andava a fare il bagno in una mega-piscina, di fatto gratuita, molto ben attrezzata, dove si poteva praticare la pallanuoto con due porte “serie”, da vero campo di pallanuoto, e con trampolini per tuffarsi. C’era un candore in quei ragazzini che… non si poteva trovare nei nostri coetanei italiani. Erano abituati a vivere con maggiore gradualità le fasi della crescita, erano ancora capaci di timidezze che noi non dimostravamo più perché mascherate da atteggiamenti precostituiti, preconfezionati, come ci insegnava la televisione. La televisione della DDR era inguardabile, altrettanto inguardabile quanto la nostra, ma per altre ragioni. Non ero incentivato a sedermi davanti alla tv per vedere Bonanza o un film russo degli anni ‘20 con sottotitoli in bulgaro.
Loro erano poco curiosi nei nostri riguardi. Erano stimolati dalla nostra presenza, ma non chiedevano mai troppo della nostra vita. Eravamo noi i più curiosi. Noi eravamo dei ragazzini particolari… un ragazzino comune si sarebbe messo a piangere nel rendersi conto che lì non avrebbe trovato nulla di ciò a cui era abituato... niente cinema, niente amici o giostre, niente Macdonald’s. Io e mio fratello, invece, ci divertivamo come pazzi. Non ci facevano domande, sembravano abbastanza apatici da questo punto di vista. Devo ammettere che davano l’impressione di essere un po’ tristi.

Quell’esperienza era giunta al capolinea. La sua fine ha liberato forze sociali, nonostante gli odierni criteri di valutazione della qualità della vita evidenzino scarsi miglioramenti… ora c’è la prostituzione, che all’epoca era nascosta, c’è la droga, strumento di controllo dei poveri, che prima era solo per ricchi e funzionari di partito. I risultati si vedranno più avanti.
Qual è il dato? Il loro socialismo non aveva lasciato nulla nel tessuto proletario: quarant’anni non furono sufficienti per costruire un’adeguata coscienza di massa rispetto a quello che capitava nel Paese!
continua...

giovedì 30 aprile 2009

13° puntata - Gianni - parte 4/4

Deviammo per Praga. La macchina era piena di fango, sembrava un’auto da rally. Soggiornammo per una settimana intera in un albergo del centro. Non si poteva parcheggiare liberamente, ma studiai un escamotage. Considerato che avevamo prenotato tramite l’Associazione degli Alberghi Cecoslovacchi, lasciammo il volantino dell’associazione e il depliant dell’hotel in bella mostra sul cruscotto. Tutti i vigili che passavano per fare la multa alla fine notavano i depliant e desistevano. Il nostro era l’unico hotel di quella via a non disporre di un parcheggio per i clienti. La macchina restò ferma una settimana. Utilizzavamo i mezzi pubblici. Non dimenticherò facilmente i videoclip di musica cubana proiettati nei mezzanini del metro. Praga si rivelò molto più tranquilla di Budapest. La parte nuova, però, era orribile. Come “vita” era meglio Budapest, che aveva locali jazz, locali rock. In giro per Budapest potevi sentire musica degli Iron Maiden! In Cecoslovacchia si percepiva un maggiore senso di oppressione, la gente era più triste.
In tangenziale i poliziotti ci fermarono più volte, continuavano a rompere, con fare cattivo. Rendendosi conto che tutto era in ordine, diventavano cordiali. Fummo obbligati a portare la macchina ad un’officina. La Fiat si trovava dall’altra parte della città. Un signore ci consigliò di rivolgerci alla più vicina Renault. Ci accompagnò e ci fece persino saltare la fila. Sistemarono la macchina e non volevano soldi. Io regalai mille corone al meccanico che l’aveva aggiustata. L’officina aveva macchine occidentali, belle, come la Golf e altre che in giro non si vedevano.
Ci furono diverse scampagnate e visite, come quella alla fabbrica Skoda - vista solo dall’esterno - e agli impianti della birra Pilsner a Plzen, che in verità ci delusero: capannoni brutti, messi male, niente da rilevare. Plzen sembrava una città tedesca, con i numerosi tram, i viali lunghi e deserti, senza nessuno in giro. Karlovy Vary, città termale, era bellissima. Dormimmo in camere singole, con la radio. Particolare che ci fu fatto notare al check-in. Peccato che le trasmissioni fossero in lingua cecoslovacca! Non passavano neanche un po’ di musica. Le prostitute in hotel erano tante e ci fu anche un piccolo scandalo. Protagonisti alcuni mediorientali con due ragazze cecoslovacche. Alla fine della serata i mediorientali non volevano andare con le ragazze e loro piangevano perché non potevano concludere. Le avevano rifiutate e a loro saltava la serata. Tornammo in Italia.

L’anno dopo era il 1987: capodanno a Berlino Ovest. Attraversate le Alpi e la Baviera, prendemmo l’autostrada che portava dalla Germania Federale a Berlino Ovest . La campagna era bruttissima, sembrava un "day after", ricordava Chernobyl, spoglia... Non si potevano superare i 110 km l’ora. Ad un certo punto vidi un lampo. Pensai “vuoi vedere che ci hanno fatto la multa, che abbiamo superato il limite?” e infatti, dopo un po’ di chilometri, ci accodammo a macchine tedesche occidentali in fila, ferme per pagare la multa. Noi con loro. Quaranta marchi. Con la foto. Ripartiti, dopo venti chilometri fummo affiancati dalla 124 della polizia tedesca con l’agente che urlava in italiano dal finestrino “ueh! bel viaggio? tutto bene? perché non mettete le cinture di sicurezza?” Quaranta marchi. C’erano altane da tutte le parti, con soldati che controllavano. Da lì non si poteva fuggire. Finalmente arrivammo a Berlino Ovest e al controllo documenti. Passammo ad Est dal check-point Charlie. Imbracciavo l’ombrello a mo’ di mitra, per scherzare. Il soldato col colbacco e la stella fece il duro all’inizio, poi divenne gentile. Prese addirittura la cartina e ci indicò le cose da non perdere: le ambasciate americana e russa; l’Opera; la torre della televisione; musei vari… Le donne sembravano uscite dal set di "Star Trek", con quelle tutine anni Sessanta… La parte vecchia di Berlino era diroccata, la tenevano così apposta per far ricordare gli avvenimenti della guerra. Ad Ovest prendevamo spesso il metrò che faceva il passaggio sotterraneo ad Est. I mezzanini di questa linea erano chiusi da reti di ferro, erano fermate non arredate, e si vedevano i poliziotti di guardia. Solo ad una stazione era permesso scendere per entrare in DDR, ma ovviamente c’era il controllo documenti. I locali sparavano musica cubana a tutto spiano. Ci capitò di girare insieme ad altri italiani, in tutto eravamo forse una decina. In un bar ordinammo dei dolci e, nell'accomodarci, unimmo i tavoli. Niente di strano. Fummo sgridati da un furioso cameriere: “Non si può! (Assembramento!) Mettetevi dove ci sono tavoli liberi!”
La gente, in generale, era molto cordiale. Un signore mi lasciò curiosare nella sua Trabant, mentre l’aggiustava.
Ci concedemmo il piacere di un pasto all’Opera, allietati da un chitarrista, con del buon cibo che costava pochissimo. Bellissimo!

lunedì 27 aprile 2009

12° puntata - Gianni - parte 3/4

Lasciammo Budapest alla volta della Cecoslovacchia. L’autostrada era brutta, gibbosa, chilometri di gibbosità a pagamento. Alla frontiera venne a controllarci una poliziotta. Io indossavo un cappellino vietkong e lei lo voleva per sé: “Tu fai un bel regalo a noi cecoslovacchi”. Io le dissi che non facevo un bel regalo di niente. Purtroppo scoprirono il walkman nascosto sotto il sedile. Misero gli specchi sotto la macchina per l’ispezione, ma alla fine la vinsi io, senza perdite. Una volta entrati in Cecoslovacchia notammo che il paesaggio mutava. Diventava duro, più nordico, meno mediterraneo. L’Ungheria, alle nostre spalle, aveva molto del mediterraneo. Fummo subito colpiti da una serie di immagini di forte impatto: prima un bellissimo campo da calcio solcato da due squadre di ragazzini con le maglie rosse, belle, poi l’entrata in scena della simbologia comunista: falce e martello. Non si trovava “benzina privata”. Inoltre, in teoria, non era permesso soggiornare in appartamento.
A Bratislava erano continui i controlli per l’alcol. I poliziotti aspettavano regolarmente che, uscito dal bar, accendessi il motore per venire a rompere. Bevevo molta coca-cola perché guidavo io. Cambiammo soldi in nero dal facchino. Uscendo incontrammo una ragazza molto bella che ci si rivolse in italiano “Ciao milanese! Tutto bene? Senti, vuoi andare in città, io ti porto in giro”. Ci portò a vedere la casa di Havel e un sacco di altre cose. Poi l’accompagnammo a casa. Accese la tv sul canale austriaco. L’appartamento era bellissimo, molto simile a quelli occidentali. Noi eravamo un po’ insospettiti. Poteva essere una confidente della polizia alla ricerca di informazioni. Ci disse che, per la sera stessa, avrebbe preparato una torta e ci invitò a tornare. Nel frattempo arrivò una sua amica bionda che conosceva qualche parola di inglese. La prima ci spinse ad uscire con questa ragazza. Anche lei era molto bella. Dopo un ulteriore giro in città, la bionda ci riaccompagnò in hotel. Fissammo un appuntamento per poi raggiungere la ragazza della torta. All’ora stabilita scendemmo nella hall e lei intanto si era comprata le Marlboro, con la scusa che stava con noi. Le domandammo dell’amica, che non arrivava. Arrivò invece un’altra sua amica, poi un’altra ancora e alla fine ci dissero che la prima non sarebbe arrivata più. Proposero allora di andare a ballare. In macchina si lamentavano perché non avevamo lo stereo: “Italiano senza radio!”. Guidai fino alla discoteca di un grande albergo. Presto si formò al nostro tavolo una grande adunata. Ci presentarono cugini, nipoti… Il cameriere mi chiese se doveva segnare ogni volta che mi portava da bere, e io gli dissi di segnare pure, così ogni volta lui metteva un trattino. Vidi però che prendevano da bere anche gli altri e lui segnava, segnava, segnava, segnava... Ad un certo punto il mio amico, che era tirchio, mi confidò un sospetto: “Gianni, ma questo mi sa che dobbiamo pagarlo tutto noi, questi non tirano fuori una lira!”. Per noi c’erano prezzi occidentali! Mi misi d’accordo col mio amico per riuscire a pagare solo le nostre consumazioni. Poi feci finta di andare a fare un giro. Gli ospiti erano tranquilli, allegri, distratti. Raggiunsi il bancone e chiesi di pagare la birra del mio amico, la coca che avevo bevuto e le rose. “E il resto?” mi chiesero. “Loro!” sentenziai. Il barista non mi credeva: “Come, loro?” e io ribadii “Loro!”. Avevo una gran paura, fuori poteva fermarci la polizia e far storie perché non avevamo pagato. Ma il mio amico mi tranquillizzò dicendomi che non sarebbe capitato nulla. Pagai il mio conto, lui si risedette e mi fece cenno di andare verso il bagno, che era vicino alla scaletta per uscire. Come d’accordo, uscii e… fregatura! Arrivò la polizia a farmi l’esame del tasso alcolemico: mentre soffiavo, sentii arrivare il mio amico. Ce l’aveva fatta! Gli dissi che sarebbe successo un casino con la polizia che ci bloccava e quelli che prima o poi sarebbero usciti dal locale a cercarci. E invece finii l’esame appena in tempo. Partii e vidi uscire la tipa bionda dalla discoteca che gridava “Gianni! Gianni!” Il mio amico si affacciò dal finestrino e le urlò “Italiani sì, ma coglioni no!”. Ero preoccupatissimo, quella notte ebbi paura per la macchina... Il giorno dopo cambiammo albergo, per evitare sorprese. Passò un altro giorno a Bratislava tra un salto in birreria, un sacco di propaganda socialista, un incidente tra camion e tram ed un matrimonio in chiesa.
Di nuovo in macchina, ci dirigemmo ad una località di villeggiatura in montagna, al confine con la Polonia, Starý Smokovec. Tentammo senza troppa convinzione di passare la frontiera, ma non fummo abbastanza fortunati. L’offerta per il pernottamento era di soli cottage-monolocali e c’era molta gente della DDR in vacanza. Il paese era bello, tipo Cortina. Ci dedicammo alla birra e alle mangiate nei grandi posteggi per camion. Il mio amico chiedeva puntualmente il menu. Io gli chiedevo il perché, visto che non ci avrebbe capito niente e infatti non ci capiva mai niente. Avevamo però identificato e memorizzato quattro cose da ordinare. La birra annaffiava tutto. Non potevamo aprire il cofano della macchina per dare una controllata che... subito si formava un capannello di curiosi che volevano vedere il motore Fiat con gli occhi fuori dalle orbite! Provavamo a spiegare che era un’auto di merda, ma loro: “no no, buna buna!”.
continua...

domenica 26 aprile 2009

giovedì 23 aprile 2009

11° puntata - Gianni - parte 2/4

La vacanza successiva fu quella del settembre 1986. L’itinerario toccava nuovamente la Jugoslavia, poi l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Per prima cosa ottenemmo i visti da Roma. Partimmo a bordo di una Fiat Uno senza stereo. Si ascoltava una scalcinata radio portatile. Lasciammo Milano al mattino e, giunti molto tardi a Lubiana, con tutti i benzinai chiusi, decidemmo di dormire nel parcheggio del distributore. Al mattino ci svegliò proprio il benzinaio dicendoci che dovevamo aspettare ancora perché doveva prima arrivare l’autobotte per il rifornimento. Facemmo il pieno di benzina alle otto e mezza del mattino. La strada era bellissima, non sembrava neanche di essere in Jugoslavia: bei panorami, tanta natura, ma molta gente con la faccia stanca. Al confine ungherese ci aspettavano un sacco di pratiche da sbrigare. C’erano tre o quattro sbarre da oltrepassare in circa un chilometro di strada in piena campagna. Cinque minuti d’attesa alla prima sbarra. Dopo la prima, ci fermammo altri cinque minuti alla seconda. Infine si aprì e arrivammo al confine vero e proprio. Ci venne incontro un poliziotto. “Buongiorno, benvenuti”, in italiano, “ passaporti!”. Li prese e li mise in una borsa. Non si fece vivo per un’eternità. Con noi un pullman di napoletani in attesa di uscire. I napoletani, incazzati neri, facevano casino perché i doganieri volevano fare un cambio di soldi slavi con altri soldi slavi. Gli ufficiali ci chiesero per quanto tempo avevamo intenzione di fermarci. Rispondemmo “quindici giorni!” e ci mandarono a cambiare soldi per quindici giorni. “Compra i fiorini!”. Finalmente ci restituirono i passaporti con molti timbri, le scritte della durata della permanenza e dell’entrata. Entrammo in un paese bellissimo, una campagna meravigliosa, sotto il sole, che sembrava la Lombardia degli anni Sessanta. Ammiravamo le loro macchinine. Anche in Ungheria non demmo molto nell’occhio. Avevano un socialismo libero. Guardavano la tv occidentale, facevano benzina dove volevano, avevano appartamenti privati da affittare ai turisti. Le indicazioni stradali erano incomprensibili. Gustammo del buon gulasch con paprika in una località sul Balaton, poi ci dirigemmo al capoluogo della regione del Balaton, Siofok, che sembrava Rimini. Era piena di gente di Budapest e di austriaci. Appena arrivati fummo intercettati da un livornese, sposato con una ungherese, che ci affittò casa sua dopo averci portato alla centrale di polizia per la segnalazione. A casa c’era una vecchietta che pregava di nascosto. In quel luogo facemmo un mucchio di conoscenze, ad esempio pranzando nei ristoranti privati, dove peraltro il cibo era pessimo… la cucina era mitteleuropea classica a base di wurstel, pollo fritto, patatine, cose da fast food prodotte con macchinari. Invece nei ristoranti statali… conoscevano tutti l’italiano, c’era il violinista zigano, ci trattavano bene e costavano poco, pochissimo.
Partimmo fiduciosi per Budapest, la grande delusione. Affittammo un appartamento composto da quattro locali e servizi in pieno centro, sul Danubio, ma che si sarebbe liberato soltanto il giorno successivo. Conoscemmo due livornesi che ci ospitarono per la notte, furono cortesi… visto che erano già stati registrati. Noi non ancora, quindi avevamo un po’ di paura. Alle nove del mattino seguente suonò il campanello dell’appartamento. I livornesi erano già andati via. Aprii la porta e mi trovai di fronte un gran pezzo di figliola: le chiesi che cosa voleva da noi. Lei provò a spiegare qualcosa, ma non si capiva niente. Nel dubbio, le sbattei la porta in faccia. Dopo qualche minuto suonò ancora il campanello: era il padrone. Ci spiegò che quella era la donna delle pulizie. Diventammo amici. Ci fece visitare il cortile della casa, che per la verità versava in cattivo stato, con l’erba incolta e altri chiari segni di incuria... Chiedemmo il perché di quel disordine e ci spiegò che era tutto statale e non si poteva fare granché. Il padrone ci portò a casa sua, che non era grande neanche la metà dello spazio che affittava ai turisti. Parlottammo in inglese. Credeva che la Juve fosse di Milano!
L’inquinamento era spaventoso. L’alloggio si trovava nei pressi della circonvallazione ed ogni giorno la sveglia era data all’alba dal fracasso causato dal traffico di automobili. La nostra macchina era stata parcheggiata sul marciapiede che divideva i due sensi di marcia. Trascorsi sette giorni, senza che venisse mai utilizzata, risultò interamente coperta da almeno “due dita” di polvere nera.
I quartieri nuovi di Budapest somigliavano ai milanesi Gratosoglio e Gallaratese. La città vecchia, invece, era bella. La notte andavamo nei locali frequentati dalla nomenklatura, pieni di prostitute che si distinguevano a fatica dalle ragazze “regolari”. Gente ungherese benestante vestita all’occidentale, ma piuttosto pacchiana, arrivava con i taxi. Ah… i tassisti ci imbrogliavano di continuo e noi gettavamo i soldi a terra, in segno di disprezzo. Usavamo il metrò, il tram, da capolinea a capolinea. Di musei non ne visitammo affatto, non ne avevamo voglia. I contatti con gli ungheresi furono buoni, ma l’impressione era di essere presi per il culo: gli interessava uscire a mangiare gratis, stare sulle nostre spalle.
Ci furono una escursione per andare a mangiare a Pécs e alcuni piacevoli giri in campagna. Mi colpirono delle strane colline, per metà coperte da boschi, per l’altra metà dal prato…
Nei giardini delle case la gente prendeva il sole in costume. La natura era rigogliosa. Tanti facevano l’autostop e fu bello condividere le gioie del viaggio con diverse persone.
continua...

lunedì 20 aprile 2009

10° puntata - Gianni - parte 1/4

Il mio ex-collega Gianni è stato un fenomenale viaggiatore. I suoi racconti hanno tante volte risollevato il mio umore in giornate di duro lavoro. Registro l’intervista durante la pausa pranzo, in ufficio. Abbiamo solo un’ora di tempo, poco rispetto alla gran mole di storie che lo hanno visto protagonista. Gianni parte a velocità supersonica. Si comincia con un viaggio datato 1983 in Jugoslavia, nei giorni di Pasqua, in compagnia dei suoi amici Massimo e Cisio.

Affittammo un bungalow a Lubiana, nel campeggio comunale. Dopo esserci sistemati, partimmo per un giro della città. Nell’avvicinarci alla macchina notammo che ignoti avevano staccato alcuni adesivi, per dispetto, in particolare quelli con riferimenti agli Stati Uniti d’America. Passammo la serata in una discoteca con selezione musicale di salsa e merengue. Lubiana... classica città mitteleuropea di derivazione austro-ungarica, si vedeva il segno del passato austro-ungarico... nello stesso tempo città modernissima, fatta di grandi viali alberati e molto pulita. Circolavano alcune Fiat 600 color carota delle società dei telefoni, un po’ buffe. Gli abitanti conoscevano tutte le lingue. Ci chiedevano caffé italiano, perché lì si beveva solo caffé turco. Si potevano trovare distributori di benzina Agip! Quello slavo era un socialismo riformato, dove si poteva intraprendere un’attività privata, aprire un negozio o un albergo, sia pur con certe restrizioni.
Lasciammo Lubiana per pranzare sull’isola di Cherso e viaggiammo in compagnia di truppe dell’esercito jugoslavo. I passeggeri erano o italiani come noi o militari slavi, circa tre o quattrocento, che andavano sull’isola di Cherso per svolgere il servizio di vigilanza. Avevamo portato una colomba e la dividemmo con tutti i passeggeri a bordo, salvo che con i soldati, i quali si tenevano a distanza. Grande festa! Scesi su Cherso, incontrammo degli slavi-italiani con la Gazzetta sotto braccio. Alcuni ci chiamavano dalle finestre gridando “Siete italiani!”. Il posto era bello, ci salutavano i vecchi dalle case…

Durante la vacanza successiva, nel 1984, transitai da Sofia mentre viaggiavo in autobus diretto in Turchia. Al confine jugo-bulgaro gli autisti regalavano Marlboro a tutto spiano per passare prima, sia agli jugoslavi che ai bulgari. I poliziotti bulgari presero i passaporti e ce li restituirono quattro ore dopo. Ci fu una sosta ad un autogrill bulgaro, trascurato e malandato: l’addetta lavava e chi entrava pisciava per terra. A Sofia ci fermammo in un quartiere turco, non fu possibile avventurarsi. Al confine tra Bulgaria e Turchia i doganieri bulgari controllarono un tir ungherese che andava in Turchia e che trasportava mattonelle: le mattonelle finirono tutte in cocci!

Nel 1985 organizzai un nuovo viaggio in Croazia, puntando al mare, prima a Pula, poi Parenzo. Scelsi la Croazia perché era più vicina della Spagna. Non c’era una particolare atmosfera socialista, non vedevo grandi differenze. Incontrammo molti italiani del nord-est.
Per Pula ci vollero sette ore di treno da Trieste, cambiando a Divaccia, dove perdemmo la coincidenza e fummo costretti a dormire sulle panchine con turisti spagnoli che mangiavano per terra e ferrovieri slavi che bestemmiavano in italiano.
Un giorno notammo una discussione in un bar dove alcuni croati parlavano male a dei tizi serbi, un po’ di battibecchi… alla fine qualcuno ci spiegò che si guardavano di traverso tra loro. I croati ci dicevano: tu non hai conosciuto uno slavo, ma un croato! Conoscevano le squadre di Milano, non avevano senso di inferiorità, si sentivano alla pari. Non c’era neanche troppa differenza nel look. La vera differenza stava nei negozi: vuoti. Erano cooperative con mattonelle alle pareti e sembravano cessi.
continua...

giovedì 16 aprile 2009

9° puntata - Isa - parte 2/2

Stesso “clima umano” in Jugoslavia. Nei ristoranti a gestione statale potevano passare ore prima che ti servissero qualcosa. Mangiai cose incredibili e non si capiva mai cosa mettessero nel piatto. Vana fu il più delle volte la ricerca di ristoranti “non statali”. Gli “statali” avevano degli orari prefissati per mangiare, c’era un orario di entrata e di uscita. I camerieri erano scassatissimi! In queste situazioni vidi la rappresentazione concreta dell’immaginario occidentale del socialismo. Quando si aveva a che fare con qualcosa di governativo saliva l’angoscia, per le code, i tempi lunghi. Passare la frontiera per entrare in Jugoslavia non era cosa da un minuto. I doganieri prendevano i documenti, sparivano dentro l’ufficio e dopo un bel po’ ritornavano. Ma alla fine, con molta pazienza, si riusciva a fare tutto.
La mia prima visita risale all’estate del 1983, in occasione di una vacanza in moto con il mio fidanzato. Percorremmo buona parte della costa adriatica, partendo da un punto a nord di Spalato. Ci piaceva fare campeggio.
La moto ebbe dei problemi e fummo ben assistiti dai meccanici jugoslavi. Ci dissero subito che il mezzo si poteva riparare, non era un grave guasto, ma c’era da aspettare. Grazie all’efficienza “socialista” non esistevano cose impossibili!

Tornai ancora in Jugoslavia per una vacanza in camper al mare, a sud, non lontano dal Montenegro. Le vacanze al mare in Jugoslavia erano molto convenienti rispetto a quelle che avrei potuto organizzare in Italia. C’erano pregiudizi nei riguardi di questo Paese. La gente in Italia non diceva mai “ah sì, bello! ci andrò anch’io!”.
Molti jugoslavi parlavano italiano e ne rimasi colpita. Ebbi l’impressione che stessero ricercando qualcosa dell’occidente. La gente, per esempio, aveva la mania delle magliette con le scritte o dei jeans: gli piacevano le “americanate”. Ancor di più a livello musicale!
Indimenticabile Mostar! La visitai per ben due volte, sia in moto che in camper, e il suo bellissimo ponte... Questa zona era già turistica, c’erano molti negozietti. In seguito, nel corso della guerra balcanica, fu teatro di aspri combattimenti. Assieme alla città bombardarono i miei ricordi. Pensai ai luoghi visti, alle persone conosciute…

Il viaggio in Cecoslovacchia può essere ricordato per i miei “acquisti socialisti”.
Giunsi a Praga in treno, con un’amica e un amico, per trascorrervi le vacanze di Pasqua, credo nel 1987. Ci eravamo procurati una guida “Clup”. In un capitolo spiegavano che, recandosi in una determinata piazza, si potevano trovare persone che avrebbero proposto soluzioni alternative agli hotel, cioè le loro abitazioni. Scesi dal treno, camminammo fino alla piazza menzionata nel libro e fummo presto avvicinati da una signora, che ci concesse l’uso del suo appartamento, in periferia. I termosifoni erano roventi, la casa caldissima. Tante porte, tante stanze, ma piccole, come in Asia. Io e la mia amica avevamo a disposizione la camera da letto, che non aveva finestre. Il nostro amico Enrico dormiva sul divanetto in sala. Quante cose “plasticose” in giro! Il rivestimento del tavolo, oggetti fuori corso, non decadenti, ma del tipo “casa della nonna”, cose passate. E tanto cibo in scatola.
Feci acquisti. Scatolame, la spilletta dello Sparta Praga e, soprattutto, il prosciutto di Praga che portai a mamma e papà da assaggiare. I miei genitori gestivano una salumeria. Fu curioso sentire il loro commento, infatti sostenevano che questo prosciutto non era stato affumicato come il “Praga” che si vendeva in Italia.
Praga era bellissima, ma gli abitanti mi sembrarono persone poco solari, i visi erano duri.
I bar restavano aperti fino a tardi, noi andavamo in giro anche la sera. Facevamo dei tour con i mezzi pubblici da capolinea a capolinea, per curiosare. Una sera trovammo una birreria così affollata che dovemmo rinunciare ad entrare.
Praga si rivelò piuttosto vivace. Nessun problema dal punto di vista della sicurezza, né qui, né negli altri posti!
Enrico era molto insofferente, li trovava maleducati, rudi. Era scocciato e innervosito da questo loro aspetto cupo. Io, quando viaggio, mi adatto e non penso mai che il tipo del posto ce l’ha con me perché sono straniera, non me la prendo per il trattamento che ricevo. Sono caratteristiche dei popoli che visiti.
I miei coetanei di Varsavia e di Praga sembravano degli “adulti cresciuti”, tutti sistemati, con famiglia…Le donne dell’Est avevano il viso rubicondo ed erano grandi lavoratrici. La “nostra” signora di Praga girava sempre con un bellissimo foulard in testa che non tolse mai in nostra presenza. Chissà di che colore erano i suoi capelli…

lunedì 13 aprile 2009

8° puntata - Isa - parte 1/2

Questo è il racconto di una donna che abita lontano dall’Italia e che si trova qui per pochi giorni all’anno. Grazie all’intermediazione di amici comuni è venuta a conoscenza del mio progetto e si è detta subito disponibile.
Isa transitò dalla Polonia nel 1987, a ventisette anni, non proprio per scelta. In precedenza aveva infatti comprato un biglietto aereo per la Thailandia, per trascorrervi le vacanze di Natale insieme al suo fidanzato. Il vettore che offriva la soluzione più economica era Lot, la compagnia di bandiera polacca. La tratta di ritorno, considerata la lunga sosta tecnica a Varsavia (2 giorni), includeva il costo di un pernottamento.


Tornavo allora dalla Thailandia, Paese del sorriso. Era stato il mio primo viaggio in Asia: spiagge, sole... Arrivata a Varsavia, appena scesa dall’aereo, cominciai a perdere sangue dal naso! In Thailandia c’erano più di trenta gradi. A Varsavia un freddo da pinguini! Sotto zero. Un dramma, da far spavento! Ci accompagnarono in hotel. Sulle mura esterne era stato appeso uno striscione, con scritte in polacco, ma sicuramente di Solidarnosc. Era in corso uno sciopero del personale della durata di due giorni. Di conseguenza il servizio si rivelò pietoso. Per cena, nel freddo e spoglio ristorante, ci servirono una foglia di insalata e un uovo sodo.
Alla reception trattennero sia il biglietto aereo che i passaporti, fino alla partenza. Non ci lasciammo intimorire. In albergo c’erano altri due ragazzi italiani con cui si faceva “comunella”. Ci avventurammo prendendo il tram tutti insieme ad una fermata posta su un grande viale alberato. Io avevo ricordi letterari di Varsavia, la credevo una Parigi del nord. Nella mia testa c’era una città affascinante. Vi era nata Marie Curie, Chopin vi aveva studiato: immaginavo che avesse un aspetto romantico! La città vecchia era in effetti molto bella e scoprii che il centro era stato ricostruito con cura. Il mio fidanzato ne parlava bene, lui aveva studiato arte. Quanto ai palazzi in stile socialista, i “casermoni”, erano proprio come ce li aspettavamo.
“Freddo umano”: è un’espressione che uso per indicare i tanti ubriachi per strada, in centro, gente trascurata e rissosa. Insomma, quello era il socialismo come solitamente veniva “venduto” in Italia: freddo, buio e poco umano. Passanti imbronciati, come i milanesi di oggi. La sera, in giro, notammo che gli esercizi chiudevano presto e si vedevano ovunque persone alticce. I poliziotti erano veri “marcantoni” in grandi cappotti. Sembravano prodotti in serie, tutti così ben piazzati!
Amo l’organizzazione e quello che poteva piacermi del socialismo era ciò che la maggior parte delle persone indicava come suo aspetto dominante. La città nel suo carattere ordinato, nella sua linearità, non mi dispiacque affatto.
Ma io avevo altre attese da questo stop a Varsavia, accresciute dall’episodio della lunghissima resistenza ai nazisti: giorni e giorni di lotta...
Fu una delusione, forse dovuta al fatto che provenivo dalla Thailandia: un contrasto troppo forte.
continua...

giovedì 9 aprile 2009

7° puntata - Antonio - parte 2/2

Transitai da Mosca ormai ventenne, nel 1989, sulla rotta per il Sud America. Conobbi una ragazza ecuadoregna in hotel, anche lei di passaggio. In un certo senso ci fidanzammo. Nel corso di un appassionato bacio dentro i magazzini GUM, fummo richiamati da una signora russa. Voleva che interrompessimo il bacio perché non era consentito. Più tardi, mentre eravamo seduti sul pullman, una scocciatissima e determinatissima signora anziana ci ordinò di lasciarle il posto. Probabilmente era arrabbiata per il fatto che, per la nostra scarsa attenzione, si era vista costretta a chiedere ciò che le era dovuto e l'avevamo messa in una situazione imbarazzante.
Ero partito da Milano con un visto che mi avrebbe consentito di uscire dall’aeroporto di Mosca. Senza quel documento i due giorni di scalo tecnico li avrei dovuti trascorrere in sala d'attesa. Al ritorno per lasciare l'aeroporto bastò il visto dell’andata. Credo che ciò dipese dai grandi cambiamenti in corso in quei mesi (era il settembre 1989). All’andata alloggiai nell’albergo vicino all’aeroporto. Scrissi il nome dell’aeroporto, presi un bus e me ne andai a Mosca, con la ragazza dell’Ecuador. Metro, Piazza Rossa, all’avventura, con una cartina banalissima. Per rientrare chiedemmo indicazioni ai passanti mostrando il bigliettino. Quelli facevano certe facce come dire “ahhh, come cazzo fate a tornarci!”. Ci accompagnarono per prendere i mezzi giusti, gentilissimi. Scritte e lingua incomprensibili, disagi compensati dalla grande cortesia dei moscoviti. All’ingresso del metrò non c’era il tornello, almeno così sembrava. Volli provare! Passai senza biglietto e... tac! Blindato! Spuntava una sbarra! Lì pagavano tutti. Non come da noi. Se si passava senza pagare pensando “è libero”... tac! Usciva la barra. Non so dire se fosse un congegno installato in tutte le fermate o solo in quella particolare metropolitana, però mi sorprese, come del resto mi colpirono le lunghissime scale mobili. A Milano da un po’ di tempo proviamo a spiegare che sulla scala mobile si deve stare a destra, lì ci erano già arrivati. Educati nelle file, alle fermate dei pullman. Una cosa logica.
Altre cose parevano meno logiche. Ai chioschi, dove si prendeva da bere, tutti usavano lo stesso bicchiere, senza mai lavarlo. Ne rimasi schifato.
Comprai molte spille, due per tipo, così da poterne regalare una diversa ad ognuno dei miei amici e tenerne la copia per me. Ricordo che a Mosca spesi molti soldi, era cara: una telefonata a mia madre costò uno sproposito!

Interessante è il commento politico e la visione di mio padre, filosovietico, che riporto. Nasce da una domanda: Antonio, cos’è la libertà? Quando hai il lavoro, la casa, studi e ti curano all’ospedale. Lì sei libero, il resto sono chiacchiere.
Per lui quello era il metro di giudizio per identificare la libertà. L’Urss queste cose le garantiva. Qui non sei libero. La democrazia è il modo migliore per vivere in assoluto, anche rispetto ad un paese socialista, se hai i soldi. Se ha i soldi sei un uomo libero, sennò conti meno di niente. Quindi la libertà nel capitalismo è per pochi, nel socialismo è per tutti. Lascia stare le cazzate sulla libertà di stampa, sulla libertà di viaggiare…perché, in Europa tutti possiamo viaggiare? Certo. Ma chi viaggia? Tutti ci possiamo curare? Certo. Ma chi è che si cura. Tutti possiamo studiare? Certo. Ma chi è che studia? Questo è il senso della libertà nella difesa di mio padre dell’Urss e del socialismo reale.

lunedì 6 aprile 2009

6° puntata - Antonio - parte 1/2

Il primo soggiorno di Antonio in Unione Sovietica risale al 1980. Riconosco al padre il merito di averlo saputo coinvolgere nel suo personale sforzo di comprensione della realtà.


Il viaggio del 1980 fu un'esperienza indimenticabile. Avevo solo dodici anni, ma conservo lucidi ricordi, anche se influenzati delle tendenze politiche di mio papà. Lui amava viaggiare, aveva già visitato gli Stati Uniti con mia madre. Non ricordo il motivo della scelta di questa meta così suggestiva. Probabilmente fu spinto dalla curiosità.
Era il periodo che precedeva le Olimpiadi, infatti ci furono consegnati diversi gadget nel corso della vacanza.
Il mio pensiero non può che andare al volo, il primo per me. Viaggiammo con Aeroflot. Ne fui entusiasta! Giunti a Mosca, fummo sottoposti a un severo controllo dei bagagli. Ci chiesero di aprire le valige per poterle ispezionare. Mio padre aveva, tra i vari giornali, una rivista che si collocava a sinistra nel panorama editoriale italiano e il poliziotto, nel vederla, non nascose un sorriso di compiacimento.
Era un tour organizzato e ci spostavamo in gruppo. La guida, una bella signora moscovita bruna e con gli occhi scuri, ci prese in consegna. In albergo si mangiava malissimo, la colazione era costituita da una zuppa di salsicce. Trovare da bere era un'impresa. L’acqua aveva un sapore strano. Un giorno chiesi della coca-cola e mi portarono una strana bibita tipo tamarindo.
Era proibito allontanarsi per conto proprio, ma io e mio padre una mattina ci alzammo prestissimo e ci avventurammo per Mosca. Entrammo in una panetteria dove, a gesti, riuscimmo ad intenderci col commesso e pagammo con una moneta italiana da 200 lire. Mio padre per strada continuava a ripetere “Guarda qua! Guarda là!”. Notammo una fila incredibile e ci avvicinammo per capirne l'origine. Era un’edicola: tutti in coda per comprare il giornale! Più tardi, in una macelleria, mi stupii del fatto che usassero proprio la carta di giornale per preparare i pacchetti di carne da portare via.
La bellezza della metropolitana mi sconvolse! Nel magnifico Museo della Rivoluzione rimasi come incantato ad osservare un plastico che mostrava la presa del Palazzo d’Inverno... le statuette e i soldatini si muovevano. Potei ammirare scarpe e vestiti dell’epoca.
Assistemmo ad uno spettacolo al Bolshoi. Tutti i presenti erano elegantissimi e il loro contegno esprimeva solennità mista a rispetto per il luogo.
Mia sorella, in visita ad una chiesa, si presentò in pantaloncini e la guardia all’entrata del tempio le vietò l'ingresso. Papà avrebbe voluto entrare al mausoleo di Lenin, ma non ci fu verso: la coda era infinita. Fece il cambio nero. Era proibitissimo, ma si poteva trovare l' “uomo giusto” anche in metropolitana. Mia mamma conserva ancora un quadro che rappresenta una piccola chiesa della Piazza Rossa, quella bianca con le cupole d’oro. Il pittore che ci vendette il dipinto lo incartò con fretta e circospezione a causa del compromettente soggetto dell’opera.

Ci aspettava Leningrado. Viaggio memorabile, in treno... portavano il tè col carrellino, viaggio strano e lungo. Leningrado ci accolse in tutto il suo splendore. Visitammo l’Ermitage, museo enorme e stancante, e la residenza degli Zar, costruita per rivaleggiare con Versailles, con le sue fontane di giochi d’acqua bellissimi. Mia mamma e mia sorella comprarono diversi dischi di musica classica, da vere appassionate. L'hotel sorgeva su un'isola. Dopo un certo orario non era possibile lasciarla perché si alzava il ponte levatoio. Il meccanismo consentiva il passaggio delle navi. Percorremmo un tratto della Neva in aliscafo ed ebbi l’onore di salire sull’Incrociatore Aurora con due serissimi marinai di sentinella. Mia madre acquistò per me la maglietta tipica dei marinai, bianca e azzurra.

Tornammo a Mosca in aereo.
Per la capitale non si vedeva polizia in giro… mai fidarsi delle apparenze! Ecco ciò che accadde. Sulla riva della Moscova stazionavano alcune papere. Io cominciai a tirare sassi ai volatili, per gioco... spuntarono due poliziotti dal nulla per rimproverarmi! Mi spaventai parecchio.
A Mosca regnava un traffico allucinante: tre corsie in un senso, tre corsie nel senso opposto. Io, mia mamma e mia sorella tentammo di attraversare un vialone di questo tipo, senza usare il sottopassaggio. Sfiorammo appena la strada col piede: uscirono quattro arrabbiatissimi poliziotti, chissà da dove, gridando probabilmente che l’attraversamento era vietato. In entrambi i casi la stranezza fu che fino ad un secondo prima non si vedeva un poliziotto nel raggio di 30 chilometri. Tirata la pietra e messo giù il piede... guardie dappertutto.
Vidi i veterani dell’Afghanistan, tanti giovani, rispettati dai concittadini, che portavano la divisa zeppa di distintivi insieme agli anziani in borghese, anch'essi a spasso con le medaglie di una vita in bella mostra. La gente in giro era cordiale. Una città unica!
Sono cose che ricordo bene anche se ci ho messo del tempo per comprenderne a fondo il significato. Con i ricordi hai una fotografia delle situazioni che capirai col tempo.
Per spirito di sperimentazione, una notte presi il termometro della camera dell’hotel e lo misi sul balcone. La mattina seguente lo trovai rotto per il forte calo della temperatura!
Durante la lezione di geografia di una prof sicuramente poco comunista (o poco simpatizzante ogni volta che si parlava dell’Urss) sentii predicare “in Urss non c’è questo, non c’è quello… non ci sono le macchine...” e io, beato, con tutto il gusto proprio di un bambino, alzai la mano e le dissi “prof, non è assolutamente vero che non ci sono macchine, io sono appena tornato da Mosca e Le assicuro che c’è un traffico della Madonna!”. Lei rimase di sasso, sputtanata davanti all'intera classe.
continua...

giovedì 2 aprile 2009

5° puntata - Davide - parte 2/2

In Cecoslovacchia feci amicizia con il giovane ungherese vincitore della mia gara (“200 dorso”). Io mi classificai oltre il decimo posto. Bisogna tener presente che per noi italiani quello invernale non era il periodo migliore. A dicembre si “caricava”. Le gare importanti si svolgevano a marzo, giugno e luglio. Per questa ragione, e per il fatto che i “comunisti” erano nettamente più forti di noi, l’ungherese trionfò nei “200 dorso”. Mi complimentai con lui e gli consegnai una bottiglia di Campari che mi ero portato dall’Italia. Divenne mio amico, per sempre. Al vincitore della gara toccava un trofeo in cristallo di Boemia. Lui mi obbligò ad accettarlo come contropartita. Mi arresi solo perché non volevo offenderlo. Disse che avrebbe bevuto la bottiglia insieme ai compagni dell’Hotel Mosca.
Tutte le sere incontravamo ragazzi stranieri nei corridoi dell’hotel, magari per giocare con la pallina a calcetto. La loro attenzione era captata da varie cose, per esempio dagli occhialetti della “Diana”, dalle tute, dalle magliette, ma non dai costumi (erano meglio i loro). Gli occhialetti della Diana erano perfetti per nuotare, scurissimi, neri, con la spugna tutt’intorno, piccolini, comodissimi: in Italia erano comuni, mentre ad Est non si trovavano e li cedevamo volentieri.
Un mio compagno a Berlino fu protagonista di un baratto memorabile: tuta della nazionale italiana di nuoto in cambio di impermeabile “Adidas” azzurro con le tre tipiche bande bianche e grande scritta “DDR” dietro la schiena, foderato con pelo all’interno, bellissimo! Adidas era sponsor dei tedeschi.
Il nostro hotel di Berlino ospitava gruppi di lavoratori vietnamiti. Lavoravano nell’industria pesante per imparare il mestiere. Bastò incrociarli un paio di volte in albergo perché cominciassero a chiederci di tutto: vestiti, calze, scarpe, tute. Loro offrivano in cambio le loro cose. I nostri vestiti ad Est erano sempre molto ambiti.
La gente poneva domande sull’Italia, sul mare, sul cibo (sapevano che si mangiava bene), sulle città, sui monumenti... l’italiano “tirava”.
Alla fine delle gare tutti i ragazzi cenavano nel medesimo ristorante. Si trovavano tavolate di cechi, ungheresi svedesi e russi. Proprio un russo, dopo aver ottenuto i miei occhialetti, mi omaggiò di un cucchiaio in legno lavorato e dipinto a mano. Non c’era verso di cedere qualcosa senza contropartita. Per comunicare parlavamo inglese. Erano tutti nuotatori di altissimo livello, viaggiavano già all’estero. L’ungherese Tamàs Deutsch (bronzo ai mondiali, argento agli europei, fonte Wikipedia) e il delfinista cecoslovacco Marcel Gery (bronzo agli europei, fonte Wikipedia ) parteciparono più tardi alle Olimpiadi di Seul del 1988.
Girava voce che le donne fossero pompate. Erano grosse e poco femminili. Avevano muscoli dorsali che quasi spaccavano i costumi!
Gli atleti dell’Est dominavano negli sport individuali (specialmente le femmine). Quelli venuti a gareggiare con noi erano tutti molto preparati. Li osservavo in azione e non vedevo mai un movimento fuori posto. Tamàs Deutsch nuotava a dorso con una acquaticità spaventosa e – non esagero - sembrava che il corpo uscisse dall’acqua, tale era la spinta prodotta da braccia e gambe grazie alla perfetta applicazione della tecnica. Però si facevano un bel mazzo, più di quanto non facessi io. Per loro andar forte era un incentivo, perché andar forte significava poter viaggiare all’estero.

Lo shopping era triste, scaffali vuoti, poca scelta. Ma c’erano anche cose belle. Nell’83, durante il soggiorno a Magdeburgo, acquistai come regalo per mia sorella un grande pupazzo-panda. Il giorno del ritorno, in aeroporto, gli zelanti doganieri tedeschi lo stavano per squarciare, ma fortunatamente cambiarono idea prima di rovinarlo, così il panda poté salire incolume sul mio volo Interflug. Mia sorella lo tenne con sé per 15 anni, finché non si ruppe.
In giro si potevano scorgere manifesti pubblicitari con scritte, magari affiancate da un marchio, ma senza modelle o modelli, eccetto che per la pubblicità della Trabant.

Mangiavamo salamini pepati, i "cevapcici". La birra era buonissima. A Magdeburgo ottenemmo il permesso di trascorrere un’intera serata in birreria. Il cameriere rimase al nostro servizio per tutto il tempo e ci fece un sacco di domande: c’era tanta gente, ma lui badava solo a noi. Era l’ultima sera e lasciammo una lauta mancia, soldi che non potevamo comunque riportare a casa.
Alla discoteca dell’albergo Mosca di Gottwaldov, frequentata per lo più da ricchi russi e occidentali, feci la conoscenza di un ragazzo bergamasco che si sarebbe sposato tre giorni più tardi con una cecoslovacca. I suoi parenti erano appena giunti dall’Italia, dove era previsto un matrimonio bis con la bella fidanzata. Sicuramente per lei quello era un modo di andare via. Ai giovani doveva star stretto quel sistema. Mi dicevano che in un mondo pre-impostato per loro non c’era futuro. Avevano tutto l’essenziale, una casa, una macchina, un lavoro, le medicine, ma non potevano scegliere e quando c’era scelta, questa era limitatissima. Anche per banalità come, ad esempio, “il colore della macchina” bisognava accontentarsi e tenersi quello che arrivava: se c’era azzurra, si prendeva azzurra.
Vidi donne belle e donne brutte: in comune avevano la scarsa propensione alla depilazione delle gambe, anche quelle belle! La guida di Berlino era molto carina, ma aveva certi peli che…
Rimasi impressionato dallo stato in cui versavano le mani delle signore di una certa età: mani devastate e unghie sporche, mani di donne gonfiate da un’alimentazione sbilanciata, forse per il gran freddo. Il freddo determinava molte cose. A Gottwaldov una volta trovammo la neve alta un metro e un freddo tremendo… non si riuscivano a tenere i denti fermi. In hotel, al contrario, c’era un caldo incredibile… tanto da dover lasciare le finestre aperte!

lunedì 30 marzo 2009

4° puntata - Davide - parte 1/2

Davide ha visitato la Germania Est, la Cecoslovacchia e la Jugoslavia in varie occasioni tra il 1982 e il 1987. E’ uno degli ispiratori di quest’opera e il protagonista della prima intervista. Stasera è grande l’emozione per entrambi, nella piena consapevolezza di iniziare un importante lavoro di salvaguardia della memoria.

Io sono di Sesto San Giovanni, “Città Medaglia d’Oro per la Resistenza”, che era (ed è ancora) gemellata con la città ceca di Gottwaldov, ora Zlìn. I cechi venivano a Sesto tutti gli anni, il 25 aprile, per il trofeo della Resistenza, una competizione di livello internazionale organizzata dal Geas (storica società sportiva sestese, ndb). Noi ricambiavamo la visita a dicembre. Era emozionante! Nella lista degli invitati provenienti dall’Europa Occidentale figuravamo soltanto noi italiani di Sesto e gli svedesi, che festeggiavano Santa Lucia. Il blocco comunista, invece, era presente al completo. Ci si divertiva parecchio! Ai miei tempi si affrontavano rappresentative di Paesi come Cecoslovacchia, DDR e quindi campionesse del calibro della fortissima Kristin Otto (vincitrice di sei medaglie d’oro a Seul ‘88, fonte Wikipedia).
Questi viaggi occuparono un lungo periodo della mia adolescenza, ben cinque anni, a partire dall’ultimo anno di scuola media.

Prima di ogni partenza si doveva affrontare la questione dei visti. Alla trafila pensava il Geas. Quando si andava in aereo in Germania Est non c’erano mai problemi. All’arrivo non si facevano lunghe code. Diversamente, quando si gareggiava in Cecoslovacchia (e si andava col Ford Transit, due giorni di viaggio per arrivare a Gottwaldov con sosta a Vienna per dormire) potevano sorgere complicazioni. Una volta fummo trattenuti alla frontiera austro-cecoslovacca per tre ore: ad animare una landa desolata c’eravamo solo noi e dei corvi e … un freddo terribile!
Portavamo vini, Cinzano, Martini appositamente per le autorità: il nostro accompagnatore donava queste bevande ai dirigenti delle società straniere. L’alcol di tutti i tipi era gradito. Solitamente ci lasciavano un giorno libero per visitare la città ospitante.

Nell’82 a Gera (DDR) alloggiammo in un classico hotel internazionale, il “Mosca”. All’ultimo piano si trovava un “night”.
Di sera non c’era in giro nessuno (comunque era inverno, noi andavamo sempre d’inverno, se si esclude il viaggio a Berlino Est che si svolse ad agosto) e gli unici capannelli di gente si vedevano fuori dall’hotel internazionale, di fronte al quale si riunivano gruppi di ragazzi e ragazze che parlavano con gli stranieri ospiti dell’albergo, per fare amicizia o il cambio valuta. Nel piazzale antistante l’hotel si trovava sempre gente. In giro, no.
Quell’anno conobbi due giovani nuotatori polacchi i quali mi parlarono ininterrottamente di Solidarnosc per quattro giorni. Cercavano di farmi capire le ragioni della lotta. Erano miei coetanei, avevano 13 anni. I problemi della Polonia li conoscevo grazie al telegiornale. Capivo che stava accadendo qualcosa di speciale nel blocco sovietico, però non ero in grado di mettere a fuoco il problema.

Alle gare gli spalti erano pieni. Rimasi colpito dalla modernità e dall’efficienza degli impianti di quelle città… impianti che Milano nel 2008 ancora non ha: vasche coperte da 50 metri, spazi ampi, tribune, palestre. Noi abbiamo solo il calcio, a Milano. Io mi allenavo in zona Mecenate, dentro un “pallone”, col buio, l’umidità. All’Est avevano le vetrate tutt’intorno, impianti chiusi… faceva più freddo, lo so, la piscina restava coperta anche in estate, però…
In una circostanza ci fecero notare la differenza, un anno in cui, da ospitanti, gareggiammo in una piscina di Sesto col canalino laterale di scolo, stile anni ‘50: una tomba. Quando possibile, le gare si tenevano al Saini, perché all’aperto le differenze si notavano meno: all’aperto, anche se era solo il 25 aprile!

A Berlino Est la società ospitante mise a disposizione una ragazza per accompagnarci in un giro della città. Parlava anche italiano. Raccontò che dovevano trascorrere cinque anni dalla domanda prima di poter acquistare un’automobile, che non bisognava tirare pugni troppo forti sulla carrozzeria perché era fatta di pezzi di cartone pressato, che lei conosceva le macchine dell’Ovest e quelle dell’Est erano una cosa inaccettabile. Berlino Est era bella, ordinata pulita. A Berlino Ovest, invece, c’era gente che non avevo mai visto prima, conciata, del tipo “ragazzi dello Zoo di Berlino”. In metropolitana passammo da Est a Ovest e viceversa, usando il medesimo convoglio e giunti alla fermata posta ad Est fu necessario mostrare documenti e Pass per il controllo di frontiera.
continua...

sabato 28 marzo 2009

Comunicazione dal blogger

Informo i lettori che da settimana prossima inizierò la pubblicazione delle interviste... so che siete in trepidante attesa... un po' di pazienza e vedrete che ci sarà da ridere!

Un grazie particolare ai sostenitori già registrati sul blog.

venerdì 27 marzo 2009

Intro e 3° puntata - Io e l'Est parte 3/3

Spero che questo lavoro possa servire ad imparare qualcosa di nuovo su come si viveva nei paesi socialisti, attraverso gli occhi di cittadini italiani che li hanno visitati senza interesse giornalistico o politico-professionale. Altri mi hanno preceduto compiendo l’errore di giudicare questi paesi secondo criteri meramente comparativi con la situazione europea occidentale o con ciò che si aspettavano di trovare per quello che avevano studiato del marxismo. Ho trovato toni ironici e sarcastici in libri scritti da corrispondenti di giornale e da funzionari di stato. Che spreco! Il privilegio di viaggiare in quelle terre di esperimento sociale, esperienza irripetibile, è toccato a pochi fortunati che nei resoconti hanno ignorato i temi che contano per le persone comuni. Ho iniziato a cercare volontari da intervistare nella convinzione che il punto di vista di un operaio sarebbe stato diverso da quello di un console o di un qualsiasi prezzolato, viziato inviato di testata nazionale.

Purtroppo gli operai non scrivono libri… o almeno... non abbastanza spesso.

Uno degli errori più frequenti che compie chi parla della storia dell’Europa orientale è quello di considerare come un blocco omogeneo le varie nazioni che ne facevano parte. Non si può parlare della Bulgaria di Dimitrov come se fosse la Cecoslovacchia di Gottwald. La Polonia di Jaruzelski non somigliava alla Romania di Ceausescu. Storie, popoli, stili di vita diversi. Come varie sono state le motivazioni che hanno mosso i personaggi che conoscerete tra poco ad oltrepassare la cortina di ferro.

Subito una piccola delusione.
Non sono riuscito a trovare nessuno che si sia recato in Albania prima della svolta capitalista del 1990. Pertanto non sarà possibile dirimere la questione delle scarpe.

Ora si parte. Non scordate il passaporto e soprattutto il visto!

giovedì 26 marzo 2009

Intro e 2° puntata - Io e L'Est parte 2/3

Dalle nostre parti, all’Ovest, nel corso degli anni si è affermato un atteggiamento mentale di commiserazione nei riguardi degli abitanti dei paesi socialisti. Nell’immaginario delle famiglie italiane estranee alla cultura, alla tradizione e alla militanza comunista o socialista l’uomo dell’Est è sempre stato visto come un ossessionato dalla politica, affamato e malvestito, abituato a convivere con grandi difficoltà quotidiane, recluso, sorvegliato da dittatori miopi e paranoici, posti al comando di grotteschi regni dell’uguaglianza che di democratico non avevano nulla, a parte il nome. Se l’edizione del libro di geografia proponeva la linea di interpretazione indulgente e moderata tipica di una larga parte dei testi usciti fino agli anni Settanta sulla questione dello sviluppo dei paesi socialisti, diversa fu l’esposizione dell’insegnante di geografia, che dopo aver elencato le fondamentali differenze esistenti tra i modelli economici antagonisti sul pianeta, decise di chiarirci le idee portando come esempio l’Albania di Enver Hoxa. Raccontò che in Albania la gente non comprava le scarpe come normalmente avveniva in Italia. A Milano come a Roma o a Palermo, davanti ad un negozio, i passanti osservavano la merce esposta ed eventualmente entravano a provare il paio di scarpe che preferivano. In Albania le cose andavano in maniera differente: ci si recava al negozio solo quando le scarpe avevano suole consumate o buchi smisurati. La scelta era assai limitata. L’acquisto del nuovo paio era seguito dal lancio di quello vecchio in un’apposita vasca, posta all’uscita del negozio, che ne conteneva altre centinaia, abbandonate dai precedenti clienti. Questa immagine dell’enorme vasca piena di cuoio sporco, rotto, puzzolente, mi ha accompagnato per anni. Dovete sapere che mio padre è originario della provincia di Foggia. Sulla cartina appesa al muro della classe la Puglia appariva vicinissima alle coste albanesi. Diedi un’occhiata alle mie Reebok fiammanti sotto il banco e pensai che l’avevo scampata bella.
Un anno dopo quella lezione, il granitico blocco socialista cominciava a sgretolarsi. La tv diede gran risalto agli avvenimenti di Romania. Io stesso, che storcevo il naso appena sentivo parlare di politica, rimasi inchiodato per alcuni giorni davanti allo schermo tentando di capire cosa stesse accadendo. Il Muro non c’era già più e mio fratello, diciottenne esperto viaggiatore d’Europa, comprò una guida dell’Ungheria. La sfogliò e mi disse: “Sai che se vado a Budapest non posso portare il walkman! E’ vietato dalle autorità. Forse hanno paura che la gente veda che noi stiamo meglio”. Mi convinsi che quei comunisti erano dei gran rompiballe.

Gorbaciov intanto stringeva mani a destra e a manca come un qualunque capo di stato. Lo presentavano come un bravo comunista, avevano capito che non era per niente comunista e ciò faceva piacere. Avevano visto bene. Le radio commerciali passavano anche una tremenda canzone in lingua russa, stile lirico, in cui lo si nominava. Meno di due anni più tardi anche l’URSS non esisteva più.
continua...

mercoledì 25 marzo 2009

Intro e 1° puntata - Io e l'Est parte 1/3

Il 1988 è l’anno in cui ebbi la prima consapevole percezione dell’esistenza di un mondo alternativo a quello dove vivevo e nel contempo confinante con il mio. Accadde durante una lezione di geografia. L’insegnante presentava alla classe di dodicenni, alunni di scuola media, la realtà degli Stati socialisti europei. Nell’aprire il libro alla pagina indicata sentii che quella lezione avrebbe lasciato il segno. Si trattava di un testo del 1979, edito da Garzanti, che avevo ereditato da mio fratello. In seguito fu prestato ad un amico, poi vittima di un tragico incidente stradale. Non mi è più capitato di rivedere il libro, né a casa dei suoi genitori, né sulle bancarelle dell’usato, né in negozi specializzati e me ne rammarico perché offriva una formidabile sintesi delle caratteristiche del campo socialista. Ne avrei ripreso volentieri alcuni passi per arricchire questa raccolta di racconti di viaggio.

Prima di quel fatidico giorno i “Paesi dell’Est” non occupavano neanche una piccola parte dei miei pensieri, se escludiamo alcune situazioni ben precise.
Olimpiadi e campionati mondiali o europei d’atletica. In vetta al medagliere femminile c’erano puntualmente Repubblica Democratica Tedesca, Bulgaria e URSS. Avevo notato che i maschi bulgari e della DDR non erano altrettanto bravi e ad ogni occasione ne chiedevo spiegazioni a mio fratello.
Coppe europee di calcio del mercoledì. Stadi grigi, campi innevati, militari sugli spalti e palla arancione per giocare contro le varie Dinamo, Lokomotiv, CSKA: nomi che incutevano timore.
Cernobyl, aprile 1986. Un mattino mia madre annunciò che non si poteva bere latte fresco a causa dell’esplosione di cui aveva parlato il telegiornale tre giorni prima. Maledii i responsabili e fui costretto a bere tè per un paio di mesi, fino a quando fu dichiarato cessato il pericolo radiazioni.
continua...