100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)

Regala il libro "Viaggi Pianificati" in occasione del
100° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (1917-2017)!


Presentazione del blog

Dall’intervista di Antonio (Mosca 1980), parlando del suo rientro in Italia:

<… Durante la lezione di geografia di una prof sicuramente poco comunista (o poco simpatizzante ogni volta che si parlava dell’Urss) sentii predicare “in Urss non c’è questo, non c’è quello… non ci sono le macchine...” e io, beato, con tutto il gusto proprio di un bambino, alzai la mano e le dissi “prof, non è assolutamente vero che non ci sono macchine, io sono appena tornato da Mosca e Le assicuro che c’è un traffico della Madonna!”. Lei rimase di sasso...>

Non cercavo soltanto un libro che descrivesse la vita quotidiana dei lavoratori nei paesi socialisti. Per me era importante l’identità dello scrittore, la sua professione.

Storico? Giornalista? Politico? Ambasciatore? No, grazie. L’autore del libro che non sono mai riuscito a trovare sarebbe dovuto essere uno come tanti, magari un operaio/a, un impiegato/a, una persona qualunque, un tipo pulito. Avete mai provato a prendere in mano i testi in commercio sull’argomento? Vi siete resi conto che sembrano fotocopiati? E continuano a sfornarne di nuovi! Vi è mai capitato di soffermarvi sulle risposte dei principali quotidiani nazionali ai quesiti dei lettori interessati alla storia del socialismo reale? I commenti sono preconfezionati! Sono sempre gli stessi! Superficiali, piatti, decontestualizzati, buoni per il “consumatore di storia” massificato. Non parliamo dei documentari. Diamine! La storia è una cosa seria. E’ la memoria! Non bisognerebbe neanche scriverne sui giornali!

Ciò che mi fa salire la pressione è il revisionismo. Passa il tempo, i ricordi sbiadiscono e una cricca di farabutti si sente libera di stravolgere il corso degli eventi, ribaltare il quadro delle responsabilità e di combinare altre porcherie che riescono tanto bene agli scrittori più in voga. Tale è l’accanimento… vien da pensare che il Patto di Varsavia esista ancora da qualche parte!

Un giorno mi sono detto: io non mi fido, il libro lo scrivo io.

Ho iniziato a rintracciare gente che si fosse recata nei paesi socialisti europei prima della loro conversione all’economia di mercato. Ho intervistato quattordici persone esterne ai giochi di potere e libere da qualsiasi condizionamento (eccezion fatta per le intime convinzioni proprie di ciascun individuo che non mi sento di classificare tra i condizionamenti). I loro occhi sono tornati alle cose belle e a quelle brutte regalandomi un punto di vista diverso da quello dell’intellettuale o dell’inviato televisivo. Grazie ad alcuni libri di economia usciti nel periodo 1960-1990, ho tentato di rispondere ai quesiti sorti nel corso delle registrazioni.

http://viaggipianificati.blogspot.com/ è l’indirizzo web dove è possibile leggere le straordinarie avventure a puntate di italiani alla scoperta del vero socialismo e delle cose di tutti i giorni. A registrazione avvenuta, è possibile lasciare un commento.

Visitando il blog potrete idealmente gustarvi un’ottima birretta di fabbricazione “democratico-tedesca” seduti in un bel giardino della periferia di Dresda, nuotare nella corsia accanto a quella occupata da un “futuro” campione olimpico ungherese, discutere coi meccanici cecoslovacchi, e… molto altro. Buon divertimento!

Luca Del Grosso
lu.delgrosso@gmail.com


Il libro "Viaggi Pianificati" è in vendita ai seguenti indirizzi:

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giovedì 3 dicembre 2009

49° puntata - Paolo - parte 3/3

"Paesaggio quotidiano": una ragazza tedesca su un pullman con un sacchetto dell’Esselunga, giallo, di plastica, indossato come se si fosse trattato di una borsetta di lusso! Era l’unica borsa dell’Esselunga presente in città. Non c’erano sacchetti di plastica. Si andava a fare la spesa con la propria sporta. Le cose acquistate venivano confezionate in splendida carta riciclata, quella che, se si guarda bene, è fatta di tanti pallini di colori diversi. Un paese senza borse di plastica è un paese straordinario! Anche la carta igienica era diversa, non era mica bianca: era carta riciclata versione carta vetrata, beige, che raspava, come la carta dei quaderni che non era di grandissima qualità, era riciclata anche quella. Le bottiglie erano tutte quante (più o meno) uguali, non c’erano le differenze che conosciamo noi. Le nostre birre sono tutte diverse. Nella DDR tutte le birre erano contenute da un unico tipo di bottiglia, cambiava solo l’etichetta, poi il vetro veniva riciclato come vuoto a rendere. Il latte era dentro la bottiglia di vetro, come lo yogurt e il latte al cioccolato: stessa bottiglia, senza etichetta, dentro bellissime cassettine di metallo. Al supermercato bisognava agitarle per capire se si trattasse di latte o di yogurt. Non si vedeva pubblicità in giro, ad eccezione di qualche scritta propagandistica. Era piacevole gironzolare, i nostri occhi intossicati si riposavano. Si vedevano case, vie e persone senza il disturbo della pubblicità. Le case non erano sgarruppate. Era come fare un viaggio indietro nel tempo, nell’Italia degli anni Sessanta. Arretrato, ma non brutto, non squallido. Ragazzini con il pettine inserito nella tasca dei jeans, il pelo intorno al volante di "macchinette" (Trabant, ndb) quasi tenere, senza alcuna varietà, un po’ ridicole. Essere semplici non vuol dire essere disonorevoli. Abituato all'abbondanza, alla sovrabbondanza, conscio della varietà inutile degli anni Ottanta, forse avrei potuto vivere bene anche lì. C’erano ragazze ungheresi molto carine, ventenni... ripensando al loro modo di fare... non mi sembravano scontente, né oppresse. Erano persone normali e non c’era chissà quale gap tra noi e loro, non si lagnavano mai. Un professore dell'Institut un giorno narrò alla classe l'intera storia della Germania Est. Era uno di quelli che ci credeva. Dava la spiegazione ortodossa del perché era stato costruito il Muro, del perché ad un certo punto erano stati messi brutalmente dei confini con l’Ovest. Raccontava con sincerità, senza termini ideologici, la sua convincente versione, basata sulle date. Ad un certo punto la Germania Ovest aveva chiesto di aderire alla NATO, suscitando apprensione oltre a non pochi interrogativi nella parte orientale che disse: "Allora aderiamo anche noi alla NATO!" La risposta fu: "No, voi non potete." La riforma monetaria occidentale (1948, ndb) fu accolta come una grande provocazione. Quelli di Berlino Ovest andavano ad Est a fare la spesa, mentre quelli dell’Est in possesso di una certa qualifica partivano per sempre. Vennero a mancare di colpo i medici, gli ingegneri, altri professionisti. Furono obbligati prima ad imporre il "Blocco di Berlino" (primavera 1948 - primavera 1949, ndb), poi a costruire il Muro (1961, ndb).

Nel 1988 soggiornai nella regione dei laghi a nord di Berlino, in una sorta di campeggio internazionale per ragazzi. Mi innamorai perdutamente di una kazaka, Yelena. Viso mongolo, occhi chiari, molto carina, capelli biondo-platino decolorati. A causa di alcune sfavorevoli circostanze entrò in crisi la mia speciale considerazione nei riguardi del "mito socialista". Mi chiesi perché dovessimo stare divisi. Io non parlavo una parola di kazako e lei non parlava altro che kazako. Niente di compromettente, eravamo ancora giovani, ma che sbandata! Il problema si percepiva nettamente già in campeggio. Una ragazza tedesca di vent’anni, nostra accompagnatrice, spesso diceva: "io studio francese, ma Parigi non la vedrò mai." Non era contenta. A differenza delle altre volte sentii che c’era qualcosa che non mi convinceva, nel fatto del non potersi muovere... vigevano restrizioni per il bene del popolo, per non lasciare che fosse contaminato dal morbo del consumismo. Ma così non andava.
La delegazione ripartì senza di me. Mio fratello aspettava che lo raggiungessi a Berlino Ovest. Ci arrivai in metrò e vidi per la prima volta il Muro. Guardavo al di là del confine e pensavo alla kazaka, pensai che non l’avrei più vista. A casa, servendomi di un dizionario di russo provai a scriverle mettendo insieme le parole. Puntavo a procurarle un invito formale. Molti mesi dopo mi fu recapitato, con mia grande sorpresa, un suo telegramma. Ma io ero già cotto di un’altra.

lunedì 30 novembre 2009

48° puntata - Paolo - parte 2/3

Il cambio nero ci seguiva costantemente. Soprattutto a Berlino era facile che in centro qualcuno si avvicinasse per proporre l'acquisto di marchi occidentali o dollari, fissando un cambio molto favorevole per il turista. Il cambio si faceva, eludendo il controllo degli accompagnatori, gente dei sindacati tedeschi FDGB, persone fidate, selezionate, che per poter frequentare i turisti occidentali dovevano essere reputate più che integerrime. Ci si aspettava, ad esempio, che non proponessero il cambio nero ai turisti per vantaggio personale! A Oberhof il traduttore era di origine italiana. Ex prigioniero dei nazisti, si era fermato in Germania ed aveva sposato una tedesca. Era stato internato a Buchenwald e ritornandoci… tradì la sua emozione. Secondo alcune fonti, tempo dopo l'uomo sarebbe stato vittima di un grave incidente d'autobus insieme ad un’altra delegazione: seduto nella parte anteriore del mezzo e sbalzato in avanti finì col perdere le gambe.
Nel 1978 il nostro aereo per l'Italia fu protagonista di un incidente sulla pista di decollo a Schoenefeld. In piena velocità, a metà pista, il pilota si accorse che uno dei motori non funzionava bene. Invece di alzarsi, frenò. La pista non era finita. Un po’ di panico perché non si capiva cosa stesse accadendo: le hostess correvano avanti e indietro! Aprirono infine le uscite di sicurezza. Uscimmo sulle ali per scendere da lì, senza scivoli, e alcuni si fecero male. Si infortunarono alle gambe saltando dalla fusoliera! Dalle ali il salto era più basso. Voltandoci potemmo notare il motore in fiamme. Io mi misi a correre sulla pista di decollo, poi arrivarono i pompieri sparando schiuma sull'aereo. Ci riportarono all’aeroporto. L'attesa durò ore senza che potessimo capire nulla. Nella notte fu predisposto un volo alternativo per ricondurci a casa. Ecco un appunto per i superstiziosi. Mia madre quell’anno, complice il cambio illegale, mi aveva comprato un violino a Berlino Est in un negozio di musica del centro... un bel violino, di quelli non proprio economici... una figura da sceicchi, visto che io non ero neanche capace di suonarlo... il nome del liutaio? Hermann Tod. "Tod" in tedesco vuol dire morte!
Un'altra volta io, mia mamma e mio fratello, sempre in delegazione, visitammo il campo di concentramento di Sachsenhausen. I giri nei "lager" erano parte di una liturgia! Per i tedeschi orientali i "campi" erano monumenti nazionali in cui si accompagnavano gli stranieri per mostrare cos'era successo. Erano dei sacrari degli orrori del nazismo. Davano grande peso alla bestialità nazista, scaricando così un po’ di responsabilità dalle spalle dei cittadini comuni. La lettura era che i nazisti avevano ingannato e sedotto i lavoratori tedeschi, quindi il popolo era stato anch'esso vittima. Semplificando, si attribuiva tutta la colpa ai gerarchi. All’Ovest vidi un maggiore senso di responsabilità della persona comune nei riguardi di quegli anni.
A sedici anni tornai nella DDR. Era il 1986. Restai a Lipsia per un mese, frequentando l’equivalente tedesco-orientale del Goethe Institut, ovvero lo Herder Institut che organizzava corsi estivi di tedesco in una specie di scuola, un campus universitario pieno di occidentali, americani, italiani, francesi, finlandesi. Mia madre aveva prenotato delle lezioni private di violino da un musicista. Ero stato a casa di questo signore, che nutriva una formidabile passione per il ferro battuto. Abitava in una normale casa. Non vi era nulla che non ci fosse anche nell'appartamento di mia nonna.
continua...

giovedì 26 novembre 2009

47° puntata - Paolo - parte 1/3

"La Germania Est si era assestata ad un livello economico molto basso che offriva poche cose, ma non parlerei di desolazione. Poca varietà, però non penuria. Non c’era molto, ma quello che c’era... c’era per tutti, oltre ai servizi sociali che erano assicurati ad ogni cittadino: lo "stato sociale" funzionava. Un po’ di tristezza diffusa causata dalla mancanza di varietà dei beni. Sembrava che tutti avessero il grigiore addosso."

Paolo ha soggiornato nella DDR più volte: nel 1977 (quando aveva solo 7 anni), nel 1978, nel 1979, nel 1984, nel 1986 e nel 1988. Sarete curiosi di sapere del perché di tanti viaggi…

Mia madre insegnava tedesco, inoltre i miei genitori erano entrambi convinti comunisti. Le ferie si trascorrevano volentieri nella Germania Democratica, dove l’agenzia ETLISIND organizzava vacanze per gruppi di italiani.
La prima volta toccò a Kuehlungsborn, piccola località turistica sul Mar Baltico. Era estate, anche se l’estate sul Baltico non è proprio da magliettina e costume. L’anno dopo optammo per Oberhof (Turingia). Per il periodo di villeggiatura le delegazioni erano alloggiate in complessi turistici destinati di norma ai lavoratori tedeschi.
Si atterrava a Berlino-Schoenefeld con la compagnia “Interflug”. Il primo volo fu emozionante! Servirono un pranzetto tedesco-orientale a base di salame e medaglioni di cioccolato con l’effige dell’aereo Interflug in rilievo su entrambe le facciate. Durante il viaggio mi sentii male e dovetti far ricorso al “sacchettino”. Note sono le lunghe attese al "controllo documenti"! Mia mamma mostrò un timbro sul passaporto che non si riusciva a leggere bene e che fu origine di discussioni. Si passava da un corridoio strettissimo sormontato da un vetro obliquo che consentiva al doganiere di vedere tutto, persino quello che si teneva in mano. Si consegnava il passaporto che spariva per un tempo indefinito. Poi, due giorni in transito all’hotel "Stadt Berlin", uno dei palazzi più alti di Berlino (ben 39 piani). Non c’erano molti altri alberghi per stranieri. Era enorme, aveva un ristorante panoramico all’ultimo piano ed ascensori che si muovevano a velocità supersonica. In pullman si raggiungevano le destinazioni finali, dove si restava per circa due settimane. A fine vacanza si tornava a Berlino Est per una notte.
Il fondale del Baltico era basso, non si finiva mai di camminare. L’acqua era molto fredda e vi crescevano alghe foltissime. Gigantesche casse di vimini riparavano dal vento.
In Turingia situazione molto bella: montagne, boschi, stazioni di sport invernali, attrezzature per il salto con gli sci. Poiché la neve non c’era, per sciare e saltare si usavano delle spazzole che la sostituivano ed erano orientate nel verso della discesa del trampolino.
Quella a Greifswald (terza volta) fu la più deludente delle tre vacanze... un po’ campagna, un po’ cittadina di provincia senza nessuna particolare attrazione. Non c’erano passeggiate nei boschi, né l’acqua gelata del Baltico. Ci annoiammo.
Globalmente, per i bambini, quelle nella DDR erano vacanze divertenti. C'erano giochi, attività organizzate come la ginnastica sulla spiaggia, il ping-pong o il tiro a segno con la pistola a piombini.
Nel complesso turistico si potevano incontrare famiglie di lavoratori tedeschi, polacchi, russi, ungheresi, cecoslovacchi e qualche rumeno. Ci si incrociava a pranzo e a cena nei pressi degli enormi buffet con tavoli distinti da bandierine della nazione di riferimento, anche se il cibo era uguale per tutti. I buffet, caratterizzati quasi sempre da cibo freddo, erano ricchi di salumi, formaggi e pesce. L’unità di organizzazione era la delegazione, che era sempre accompagnata dalla guida e dal traduttore. C’era sicuramente una motivazione politica che ci spinse così lontano tante volte, ma anche il fatto che per una famiglia era una buona occasione di vacanza, una vacanza che funzionava. Attività ricreative e culturali, natura, visite nelle cittadine: la guida spiegava tutto. Visitammo persino Buchenwald.
continua...

lunedì 23 novembre 2009

46° puntata - Annalisa - parte 3/3

Conobbi una giornalista che, per mantenersi gestiva un maneggio sul Golfo di Finlandia. Mi fece montare a cavallo per una galoppata sulla spiaggia… straordinaria esperienza.
Visitando le case dei nostri conoscenti notai che le radio, spesso attaccate al muro, funzionavano a pile ed erano sempre accese. Non c’era il tasto “off”, si poteva soltanto abbassare il volume. Posso dire di non aver mai sentito la mancanza di qualcosa in particolare. E' anche vero, però, che si faceva la fila per pane e biscotti e che nei mesi precedenti il mio arrivo Miriana aveva fatto la scorta di cibo e piatti tipici "pronti": pollo ripieno di mele verdi; formaggio con cioccolato di Leningrado; salsicce affumicate; aringhe affumicate... a me piace la colazione salata. Miriana aveva comprato cibo ogni volta che le si era presentata l’occasione e refrigerava. Come regalo da parte mia le portai sigarette ed alcolici (Martini).

La carenza alimentare era imputata ad un boicottaggio nei confronti del governo.
Gorbaciov era denigrato, preso in giro per la sua pronuncia. Non parlava in maniera corretta, neanche a livello grammaticale. Immagina... De Mita. Shevarnadze, invece, come ministro degli esteri era molto apprezzato.

Ricordo con piacere la visita alla residenza estiva di Pietro il Grande, Petrodvoretz. Era noto il grande attaccamento da parte dell’Unione Sovietica alla tradizione storica e culturale dell’Impero Russo, al mito di Pietro il Grande, così come a tutti i palazzi delle città vicine a Leningrado, come Pushkin. Mi spiegarono che i russi, in preparazione della scontro con i tedeschi e della probabile invasione, avevano preventivamente fotografato gli interni dei palazzi prima di portar via i mobili. I palazzi furono distrutti dai tedeschi, ma alla fine della guerra i russi poterono ricostruire tutto come prima. Si entrava con le pattine. Il successo della ricostruzione era un vanto per i russi, tanto che venivano esposte le foto del prima e del dopo.
Grazie ad alcune conoscenze presi parte ad un giro "non canonico" dell’Ermitage. Ci permisero di entrare in stanze solitamente chiuse al pubblico. Resta uno dei ricordi più belli.

Miriana mi proibiva di visitare le viuzze secondarie. Secondo lei non erano interessanti. Mi incuriosiva l'aspetto decadente di queste vie rispetto alle ben tenute principali.
Trovai del tempo per un viaggio in treno a Tallinn. Otto ore, treni sovietici molto belli, con cuccette grandi e lenzuola di cotone. Pensava a tutto una “babushka”, che al mattino portava anche il samovar.

Grazie al viaggio scoprii una nuova gestualità e molti modi di dire, il più delle volte presi dalla letteratura. Anche il modo di contare sulle dita mi colse di sorpresa: i russi contano come gli americani, partendo dall’indice e il cinque è il pollice. Il "vaffanculo" si esprime mettendo il pollice tra l’indice e l’anulare. Le parolacce non erano ammesse. Assolutamente. Non si dicevano.
Quella a Tallinn fu una visita clandestina. Avevamo il visto solo per Leningrado. Andare a Mosca voleva dire ancora "viaggio clandestino". Decidemmo ugualmente di prendere il treno per Mosca e di lasciare Leningrado un giorno prima del previsto (l'aereo per l’Italia sarebbe comunque decollato da Mosca). A Mosca trovai il tempo per visitare il Mausoleo ed i GUM, vuoti. Sulla Piazza Rossa avevano installato cartelli con la scritta “Vietato Fumare”, ma c'erano cicche spente dappertutto! Nel corso della vacanza fumai tutti i tipi di sigarette sovietiche: pessime.

L’esperienza non fu positiva, almeno a livello umano (al mio ritorno smisi addirittura di studiare il russo!). Andava esaurendosi la fascinazione per una lingua che ha sempre espresso una potenzialità letteraria molto elevata. Purtroppo mi scontrai con una persona dal forte carattere che riuscì a procurarmi cocenti delusioni. Non mi riferisco alla politica! Quello che rappresentava l’Unione Sovietica dell’epoca mi era molto chiaro. Di certo non pensavo che fosse così dura!

giovedì 19 novembre 2009

45° puntata - Annalisa - parte 2/3

Mi confrontavo quotidianamente con una persona che aveva grande padronanza della lingua italiana e notevole capacità di apprendere le lingue. Lei cercava di conversare esclusivamente in italiano e solo quando non capivo bene quello che mi stava dicendo provavo io a parlare in russo! Io ero lì per parlare russo! Assolutamente repressiva. Mi accompagnava tutti i giorni a scuola. Non mi lasciava mai sola. Io fin dal primo giorno, imparata la strada, avrei preferito spostarmi in piena indipendenza. Una volta cercai di fuggire. Mentre lei faceva la doccia, scappai verso la metropolitana. Uscii senza neanche lavarmi. Miriana mi raggiunse in metropolitana prima che potessi prendere il treno.
Una mattina, al mercato, io (scuretta) ed un amico italiano fummo interrotti nel bel mezzo di una discussione da un vecchietto che, scambiandoci per georgiani, ci ordinò di parlare russo. Obiettammo che eravamo italiani, ma lui disse che se capivamo il russo dovevamo parlare russo. Un certo razzismo era già piuttosto diffuso.
Era evidente l'esistenza di un fiorente mercato nero rivolto agli stranieri. Ce n’era uno proprio di fronte alla scuola. Si trovava di tutto, anche la droga.
Era un paese in rapido cambiamento. La vita culturale clandestina era intensa.
Un'amica, che trascorse un soggiorno migliore del mio, raccontò che i suoi ospiti la portavano di sera in fabbriche di periferia abbandonate dove si svolgevano concerti jazz, cabaret e spettacoli musicali. Espressi il desiderio di partecipare, io infatti uscivo sempre con gli italiani e Miriana. Una pomeriggio telefonarono per invitarmi, ma Miriana rispose che ero in doccia: non era vero! Ero in casa, ma non volle passarmi il ricevitore.
Il rapporto tra noi andò via via deteriorandosi, fino al periodo della sua visita a Milano (il primo giorno le diedi le chiavi di casa facendole capire che poteva fare quello che voleva, esattamente come sarebbe piaciuto fare a me a Leningrado).
Riflettendo sulle grandezze e sui possibili paragoni, mi resi conto con stupore che attraversare un viale come la Prospettiva Nevski era come attraversare Piazza Duomo a Milano. Lunghissima e larghissima! In generale, le distanze e le dimensioni erano incredibili.
L’insegnante era una donna, bassa, bionda, molto disponibile. Ci invitò a casa sua, una tipica casa russa, piccolina, curata, arredamento stile impero, barocco, un mix di finti arredamenti antichi. Cucinò dei bliny con la crema appositamente per noi.
A scuola, alla nostra richiesta di poter vedere dei film per imparare il russo risposero con una proposta didattica che includeva solo film muti! L'edificio, sede della Casa dell'Amicizia tra i Popoli, era molto bello. Comprendeva un ristorante-mensa che era anche l’unico posto a Leningrado dove servivano acqua minerale non ferrosa. Dalla doccia di casa veniva giù acqua rossa. L'acqua, se bevuta, lasciava il sapore del ferro tra i denti.
Assaggiata l’acqua di Leningrado, capii perché si pasteggiasse a vodka e succhi e non ad acqua.

Miriana era ingegnere meteorologico. Conduceva una vita da classica giovane sovietica. Aveva preso marito all’università, perché sposandosi si aveva automaticamente diritto alla casa.
Parlando con lei e con altre donne di vari aspetti della vita sociale e sessuale capii che lì mancava il '68, inteso come emancipazione femminile da una serie di blocchi. Il percorso era stato diverso.
Nelle persone c’era il rifiuto dell'indottrinamento e la ricerca di una forte criticità. Purtroppo tale criticità non era ben sviluppata né opportunamente orientata, in quanto non c’era la preparazione per essere critici. Il rifiuto del Marxismo-Leninismo si sviluppava in contrapposizione netta nei riguardi del pensiero ufficiale, con sbocchi nella religione e in prese di posizione retrograde, a volte grette e razziste.
continua...

lunedì 16 novembre 2009

44° puntata - Annalisa - parte 1/3

Dopo tre anni di studio della lingua russa Annalisa si era rivolta all’ "Associazione Italia - URSS", dichiarandosi disponibile ad un eventuale scambio culturale per approfondirne la conoscenza.
Grazie a quest'iniziativa, nel luglio del 1990 fu ospite di una studentessa di Leningrado che studiava italiano. Annalisa avrebbe ricambiato la cortesia nell’autunno dello stesso anno.

Partii con un gruppo di ragazzi. Alcuni frequentavano come me l’università, altri studiavano russo all'associazione. Sul volo Aeroflot casualmente incontrai alcuni amici diretti in Giamaica. Aeroflot offriva la combinazione più conveniente per raggiungere l'America centrale. Fui entusiasta del loro servizio, competitivo per i prezzi, ottimo anche per i contatti umani. L’impatto con la Leningrado degli anni ’90 fu... originale! Mi accolsero con due arance, segno di benvenuto da parte della ragazza che mi avrebbe ospitato. Io avevo 23 anni, lei 25 e si chiamava Miriana. Abitava nei pressi della fermata metrò Kirovsky Zavod, molto famosa perché prendeva il nome dallo storico stabilimento che sorgeva lì vicino, una delle fabbriche occupate da cui era partita la Rivoluzione. La casa era molto bella, un alloggio in condivisione tipo primi del Novecento, molto spazioso. Lei la condivideva con suo fratello e una signora. Avevano bagno e cucina in comune, poi c'erano le stanze singole con porte di ingresso che davano sul locale principale e che ricordavano le porte esterne dei nostri appartamenti, perciò era come se ci fossero due ingressi da oltrepassare prima di ritrovarsi in camera. Le stanze erano davvero ampie, ognuna misurava circa quaranta metri quadrati. Belle e più grandi del mio bilocale milanese dell'epoca! Soffitti alti, bagno enorme. Ebbi l'opportunità di visitare anche case di nuova costruzione in periferia, talvolta molto carine, più piccole, ma arricchite da un'intelligente suddivisione degli ambienti. Camere da letto piccole e spazi comuni (cucina e soggiorno) più grandi.
Ricordo che in ascensore fumavo sempre, perché lo spazio equivaleva a quello delle cabine telefoniche inglesi e i russi lo usavano come pisciatoio. Nelle case vecchie e nuove mi colpì il fatto che fino all’entrata vera e propria dell’appartamento tutto era molto sporco. Dalla porta di ingresso in poi regnava una pulizia eccezionale. Credo che disprezzassero le parti comuni. Anche nei condomini l'aria era pervasa dal tanfo di spazzatura fermentata e urina. Odore di sporco fermentato. La casa di Miriana mi piaceva molto. Disponeva di un divano letto e di un armadio molto grande posizionato lungo la parete. In fondo, un'ampia finestra illuminava il salotto e il tavolo rotondo con quattro sedie. C’era anche un criceto. Era il periodo delle notti bianche... che spettacolo! Dormivo nel suo letto (lei si faceva ospitare dal fratello nella stanza attigua) insieme al criceto e ad una serie di blatte che percorrevano il mio viso nel corso della notte. Non avevo pensato all'eventualità di trovarmi a combattere contro le zanzare, non mi ero portata neanche il repellente! Il primo giorno non potei uscire di casa perché avevo la faccia gonfia per le innumerevoli punture. Cominciai ad usare prodotti sovietici per non essere punta dagli insetti. Dormivo sotto un poster gigante di “Rambo”. Questa cosa mi piacque molto, perché Miriana a Milano avrebbe dormito davanti al poster di Lenin (a Milano cercò di dirmi che davanti al poster di Lenin non ci voleva dormire, dal canto mio feci presente che avevo dormito sotto “Rambo” senza lamentarmi e che Lenin era un po’ meglio di “Rambo”). Per lei tutto quello che era sovietico era negativo, tutto quello che era occidentale era positivo.
continua...

sabato 14 novembre 2009

Paradossi del Socialismo

Dal libro "Stalinismo e antistalinismo nell'economia sovietica" di Alec Nove, Einaudi, Piccola Biblioteca Einaudi, 1968 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, seconda edizione (Alec Nove si ispira ad un articolo comparso sulla "Ekonomiceskaja Gazeta" il 29 settembre 1962, pag.39):

Secondo un eminente dentista moscovita, le otturazioni sovietiche restano nei denti sovietici per pochissimi mesi; sembra che ciò sia dovuto alla qualità scadente delle sostanze usate nella preparazione del materiale per otturazioni ("cemento", nota di richiamo all'articolo). I dati statistici riflettono una produzione non necessaria di materiale per otturazioni come pure un'alta frequenza di ricorsi al dentista. Il passaggio alla produzione di un amalgama per otturazione dentaria più durevole, ed evidentemente non molto più costoso, avrebbe l'effetto di ridurre, in termini assoluti la produzione e, con grande soddisfazione di tutti gli interessati, l'URSS "retrocederebbe ancor di più rispetto all'America" in questo settore della vita economica. Allo stesso modo, gli pneumatici sovietici, i tubi catodici televisivi ed un gran numero di altri prodotti, si logorano molto più rapidamente di quanto ci si potrebbe aspettare tenendo conto dell'attuale livello conoscitivo e tecnologico. E' vero, naturalmente, che la produzione americana di certi beni di consumo durevoli "beneficia" della caduta in disuso pianificata e della deliberata tendenza ad evitare la durevolezza. Ma nel caso sovietico, che si estende su di un campo molto più vasto, la fonte dei guai sta proprio nella tendenza a concentrarsi eccessivamente sul raggiungimento degli obiettivi quantitativi di produzione, ad adattare cioè l'assortimento dei prodotti alla misurazione statistica dello sviluppo.

Più chiaro di così!

giovedì 12 novembre 2009

43° puntata - Fred - parte 4/4

Durante la sosta a Mosca chiedemmo alla guida di portarci a comprare delle valige "vere". Non riuscivamo a trovarne di solide. Ci condussero fino ad un centro commerciale a circa 40 chilometri da Mosca, passando per periferie collegate da strade di fango, zeppe di palazzoni di trenta piani uno attaccato all’altro: clamorosi! Il grande magazzino doveva essere la nostra salvezza e invece non c’era niente, le valigie facevano schifo e mi arrabbiai con l’accompagnatore. Gli domandai se ci stesse prendendo in giro.
Comprai comunque spillette del PCUS e busti di Lenin. Ci tenevano a mostrare i loro simboli. I simboli a volte diventano pop, nel senso che non sono solo simboli politico-ideologici, ma anche estetici. Avevano un valore anche solo per quello.
Rimasi turbato dalla questione estetica di Mosca: la pur apprezzabile grandeur bolscevica era contrastata dagli hotel per stranieri dove potevi comprarti qualsiasi cosa occidentale, dollari alla mano. All’interno del sistema c’era un altro sistema corrotto e già occidentalizzato. C’era qualcosa che non andava. A volte si davano mance senza cognizione di causa, importi pari a stipendi settimanali e la gente rimaneva un po’ frastornata.

Esperienza agrodolce. Tra il 1989 (ultimo anno di socialismo) e il 1990 in Polonia si verificarono grandi cambiamenti. L'inflazione e l'impoverimento spinsero le donne anziane a uscire di casa per vendere mazzi di fiori e scarpe usate.
In Polonia nell’88 e nell’89 alcune persone, scrivendo il mio indirizzo, dissero di avere intenzione di venirmi a trovare in Italia. Successivamente mi sarebbero state recapitate diverse lettere con la preghiera di avviare la procedura ufficiale di invito dal consolato polacco. Una ragazza conosciuta in Polonia durante i concerti, incontrata in più occasioni, mi parlò del suo desiderio di passare le vacanze in Italia. Anche lei diceva di aver bisogno dell’invito… era una pratica diffusa quella di chiedere e chiedere e carpire la fiducia per avere informazioni e fare addirittura "business". In Polonia evitai per quanto possibile di trattare argomenti politici. Sapevo che Solidarnosc era lo strumento migliore per introdurre la democrazia, ma anche quello per far diventare la Polonia come tutti i paesi occidentali, con il loro carico di problemi.
Non ebbi avventure con ragazze polacche. Notai una sorta di sudditanza da parte loro. Si attaccavano perché vedevano in noi lo spiraglio per cambiare vita. Erano delle grandi opportuniste. Sognavano di poter mollare quello che non amavano della loro terra. Da uomo ribadisco che la constatazione della loro piena disponibilità non poteva considerarsi motivo di orgoglio o di alcunché che somigliasse ad una sensazione di soddisfazione.

Vidi tanti jeans sbiaditi (del tipo finto "Stone-washed"). Tendevano a scimmiottare i costumi occidentali con prodotti interni. Le donne, però, erano proprio carine. Me ne resi conto particolarmente firmando autografi.

Quanto alla musica, molto “taroccame”. Trovai miei pezzi mixati con brani di Michael Jackson e Madonna! Addirittura un collaboratore sostenne che un mio album riuscì a vendere più di 200mila copie in cassetta pirata. Non vidi mai una lira!

lunedì 9 novembre 2009

42° puntata - Fred - parte 3/4

Per assistere alla finale di coppa Campioni Milan - Steaua Bucarest mi recai a casa di giovani moscoviti che vivevano in un appartamento di tre stanze. In ogni stanza abitava una coppia. Cucina in comune. Duecento paia di scarpe all'ingresso! Erano amici di una donna che lavorava per l’agenzia che organizzava i concerti. A metà partita dissero di volermi mostrare la registrazione di un gruppo reggae che si chiamava "Perestrojka" perché fosse chiaro che loro la pensavano diversamente. Ci fu una discussione. Spiegai che mi trovavo a casa loro prima di tutto per vedere la partita e in secondo luogo che l’Italia non era quel paradiso che credevano e che si informassero a riguardo. Non la presero bene...
Senza una lauta mancia in albergo non ti assistevano. A volte ci servivano piatti avariati, probabilmente per ritorsione. Immagina un ristorante all’interno di un albergo, i camerieri vestiti di bianco, col papillon, e una band con una cantante che fa la cover di Sabrina Salerno “Boys Boys Boys”, il batterista che fa finta di suonare la batteria visto che accanto ha una batteria elettronica... ripensandoci, avrei potuto girare un film.

Un giorno mi misi in coda per comprare dei francobolli. Ad un certo punto l’impiegato prese un foglio e vi scrisse due righe a mano. Appese il seguente messaggio: “chiuso dalle 11 alle 11,15”. Bisognava aspettare. Passai giorni interi senza riuscire a trovare una bottiglia di acqua minerale. Nel nostro albergo vendevano soltanto una bibita verde. Dovetti accontentarmi di quella roba. Orinavo verde. L’acqua del rubinetto… si riempiva la vasca per fare il bagno e l'acqua era marrone. Mi ammalai. Febbre a 39. Non avevo medicine, non avevo niente. Chiesi a quelli dell’albergo se potevano mandarmi un dottore. Tre tipi sospetti entrarono in camera, due uomini e una donna. Cominciarono a rovistare tra le mie cose, a sfogliare le carte nella valigia. Al termine della perquisizione fui sollevato di peso e trasportato in bagno. Volevano obbligarmi a fare una doccia fredda! Io opposi resistenza urlando in francese: rifiutai di obbedire. Ci capivamo solo in francese. Mi ostinai tanto da riuscire a far convocare con il mio management. Chiesi subito un biglietto aereo per scappare via. Niente Yerevan. Trascorsi tre giorni da solo in albergo. Niente da mangiare. Sia in Polonia che in URSS avevo comprato pellicce e un sacco di altra roba. Ero pieno di mercanzia. Per fortuna mi ero preventivamente procurato un permesso dello Stato polacco che mi autorizzava a transitare. In aeroporto mi imbattei in Ugo Tognazzi che tornava a Roma... la prima persona con viso non ostile dopo giorni e giorni di musi. Io presi un aereo per Varsavia (a Mosca non avrebbero pagato il volo diretto per l’Italia). Rimasi in casa di amici per circa tre giorni abbandonandomi alle agognate cure.

Mosca era una città difficile, caotica. Le strade erano dominate da tassisti che tagliavano le corsie senza neanche guardare, i taxi si rompevano in mezzo alla strada. Una sorta di fatiscenza globale, l’albergo pieno di acari vecchi di un secolo... Passavamo le serate ad ubriacarci con la vodka nella stanza di qualcuno perché era l’unico svago che avevamo. Compravamo al mercato nero la bottiglia avvolta in un foglio di giornale. Costava dieci dollari. Non si andava in giro. Una sera gli organizzatori ci offrirono una cena in un albergo. Lo spettacolo consisteva in una sottospecie di danza del ventre: una cosa patetica.
Pensai che se quello era il socialismo a me non interessava. Troppe contraddizioni! La gente lo subiva e non lo accettava.

Il fascino che l'Est europeo aveva sempre incarnato era per me sfumato. Le mie posizioni infatti cambiarono, ma non a livello ideologico! Mi convinsi del fatto che il socialismo era stato messo in atto in modo poco congruo, anche per colpa degli individui che componevano la classe dirigente, molto attenta al proprio benessere. C’erano personaggi con mega-macchine, frequentatori di ristoranti in cui si poteva pagare solo in dollari. Al ristorante “Lasagne” un pranzo costava cento dollari! C’erano negozi che accettavano solo bigliettoni. Il dollaro circolava in una maniera subdola, sotterranea.

Quest’idolatria per il dollaro, per il benessere, per la cioccolata, i jeans e i collant era palese. Passavano il tempo pensando ai negozi con prodotti internazionali. Un mattino mentre facevo la coda per il "Raketa" fui di colpo circondato dalla gente perché mi vedevano interessato a dieci orologi diversi. C’era un fare losco e poco sincero nell’ambiente che ruotava intorno a noi. Quelli del management sembravano tramare continuamente alle nostre spalle. Non dicevano mai la verità e continuavano a spostarci le date. Una disorganizzazione imbarazzante. In Polonia fummo costretti a percorrere centinaia di chilometri sotto la neve con un autista ubriaco, i finestrini che si aprivano e lasciavano entrare i fiocchi gelidi... noi provavamo a coprirci con giubbotti e coperte. Era normale. A Varsavia si verificò il “sold-out” per un concerto da tenersi in un palazzetto dello sport circondato dalla Milizia. La polizia picchiava la gente che voleva scavalcare per entrare. Questo "ordine" era in realtà un caos organizzato.
continua...

giovedì 5 novembre 2009

41° puntata - Fred - parte 2/4

Seguii i programmi musicali della televisione polacca di Stato. La cosa clamorosa era che la musica dance italiana (mia e di altri artisti) diventava sempre più popolare tra i giovani, ma senza grandi dischi in circolazione, perché c'erano solo bootleg (riproduzioni non autorizzate, ndb)! Le cassette giravano e facevano sì che la gente si informasse, tramite la Germania confinante da cui arrivavano molte cose, magari via radio. Comunque la gente era attenta. Si tennero concerti, bagni di folla, da circa cinque-diecimila persone! Tutto gratis, perché non si poteva convertire la loro valuta, ma fu una grande esperienza... girare per le strade, guardare nei negozi di strumenti musicali con i sintetizzatori russi in vetrina, esibirsi in un night con due pezzi, il dj che vedendoci entrare suonava i nostri dischi... C’erano anche le prostitute che si avvicinavano, tantissime, in tutti gli alberghi di lusso (ogni hotel aveva un night), nelle discoteche sottoterra. Il loro modo di fare era inequivocabile, impossibile non notarlo. Non eravamo tipi anonimi, ci conoscevano tutti. Ci fermava la gente per strada! Quando si compare spesso in tv, su giornali e riviste la cosa diventa complessa, occorre saper gestire l’entusiamo delle persone.

Da lì nacque l’interesse per l’Urss. Organizzarono un tour su misura che ebbi la sfortuna di non poter completare per motivi di salute. Dopo aver trascorso circa un mese in Polonia, ci spostammo a Mosca in attesa di un volo per Yerevan, in Armenia, dove si sarebbe tenuto il primo concerto in terra sovietica. Alcune date programmate in Siberia saltarono subito per motivi di ordine pubblico... infuriavano scontri che non venivano pubblicizzati, ma che di fatto modificarono l'itinerario della tournée. Nel momento in cui giungemmo a Mosca fummo alloggiati in un hotel per soli russi. Nessun impiegato parlava inglese, zero comunicazioni con l'esterno... si poteva telefonare in Italia solo prenotando e attendendo ore ed ore... completamente sotto controllo e spiati in tutto quello che dicevamo. Tirando su il telefono si sentiva un misterioso "clak-clak"... c’era qualcuno che ascoltava! Girai per la città in lungo e in largo per una decina di giorni, insieme a guide che ci portavano nelle periferie, nei supermercati a comprare i dischi di contrabbando di Paul McCartney (era uscito solo un disco per il mercato sovietico), sull’Arbat a cercare gli orologi Raketa. Avevamo un sacco di soldi da spendere e non sapevamo cosa farne.

Mosca? Enorme, contradditoria, abitata da persone anonime e ordinarie, sempre in coda a comprare cibo o una bottiglia di vodka, in contrasto con altri soggetti che scendevano da automobili enormi, in una città dove teoricamente tutti dovevano essere uguali. Quest’uguaglianza non c’era. Cominciai a notare che qualcosa non quadrava. Sia in Polonia che in Urss c’era la tendenza ad essere molto gretti, attaccati ai soldi. L'ossessione di pervenire al benessere! Un continuo lamentarsi ... “Ah, voi state bene! Beati voi in Italia, un paese dove non ci sono problemi!”, malgrado io tentassi di spiegare che le cose non stavano proprio così, che avevamo problemi grossi. Loro insistevano e mi davano del comunista. Quella gente, specialmente la gioventù, era profondamente anticomunista.
continua...

lunedì 2 novembre 2009

40° puntata - Fred - parte 1/4

Grandi esperienze per Fred: nel 1985 a Lubiana; in Polonia dal 1988 almeno cinque volte fino al 1990; a Mosca nel 1989.
Motivo di questi viaggi? Il suo lavoro in campo musicale, esibizioni, concerti, serate in locali, festival. Fred Ventura, artista italo-dance, italo-disco, a partire dal 1983 intraprese tale attività con buoni riscontri in tutta Europa e anche nei Paesi dell’Est, sul finire degli anni Ottanta. Primo viaggio in Jugoslavia...

...per una serata in un posto incredibile situato nella periferia di Lubiana. Ancora oggi ricordo l’atmosfera! Avevo... paura no, ma ero emozionato, perché sentivo che c’era qualcosa di diverso nell’aria. Avevo 22 anni. La città era molto bella, però... i lampioni erano fatti con i tronchi, in albergo c’erano insetti da tutte le parti... e un disco costava solo 500 lire. Sembrava un "luna park" del passato.

Lubiana è molto vicina all’Italia. Le persone erano a conoscenza di ciò che accadeva da noi. L’informazione arrivava. La Jugoslavia non applicò mai il "filtro" che fu tipico dell'Urss e della Polonia. L’atmosfera era da paese dell’Est, poco evoluto, ma non chiuso e rigido come avevo immaginato.

L'autentico impatto con l’Est si verificò nel 1988, quando partecipai al festival di Sopot, nel nord della Polonia, vicino Danzica. Fui contattato dall’organizzazione tramite la mia etichetta italiana proprio mentre ero impegnato nel "servizio civile". Chiesi ed ottenni la licenza per poter partire. Ero il concorrente italiano di un festival internazionale che si svolgeva ogni anno. Da Varsavia presi un piccolo aereo ad elica con a bordo un soldato armato di fucile, ben piantato davanti alla cabina di pilotaggio. C'erano 50 gradi, niente da bere, niente da mangiare. A Danzica i trattori trascinavano le valige da una parte all'altra della pista. Pensai: ecco il vero Est europeo!
Alloggiavo a Gdynia, insieme ad artisti provenienti da tutto il mondo. Per i polacchi era una zona abbastanza "out". Il polacco medio non poteva frequentare quegli ambienti ovattati. Mi ritrovai catapultato in una specie di Festival di Sanremo, della stessa importanza, in diretta televisiva, 20-25 milioni di audience ogni sera. L'orchestra contava almeno trenta elementi. Presentai i miei pezzi dance (arrangiati per l’orchestra) di fronte a milioni di persone che dal giorno dopo mi avrebbero eletto piccolo eroe, idolo per i giovani che a quei tempi non avevano la possibilità di conoscere gli artisti internazionali. Molti artisti occidentali non andavano nei paesi socialisti perché non pagavano in valuta convertibile. Un contesto con organizzazione rigida, ferrea, fatta di permessi, firme e un ambiente concepito per le sole esigenze televisive. La gente comune era tenuta lontana da quella realtà. Il festival si svolse all’interno di una foresta, in un anfiteatro scoperto. I polacchi potevano assistere alle serate, ma i dischi non si trovavano. Ebbi un discreto successo che diede il via ad una serie di tournées. Mi esibii in molte città polacche... Varsavia, Danzica, Poznan, Wroclaw, Katowice e anche in un palchetto di provincia per i generali della milizia! Era una realtà che veniva manipolata ad uso e consumo di chi organizzava gli eventi per ottenere benefici, nient'altro che una manovra politica filo-governativa. Ai cantieri di Danzica cantai di fronte a giovani operai inneggianti a Solidarnosc... era un momento critico! Al mio ritorno a Varsavia (2° viaggio) fui fermato dalla Milizia. La città in quei giorni era teatro di pesanti scontri. Fui perquisito perché non avevo i documenti (lasciati in albergo). L'atmosfera era molto tesa. Aria di cambiamento. Durante le altre tournées potei condividere un po' del mio tempo con gente che faceva parte di Solidarnosc. Mi portarono a visitare la chiesa del prete ucciso anni addietro dalla milizia.
continua...

giovedì 29 ottobre 2009

39° puntata - Bruno - parte 3/3

La fiera apriva alle nove. Un giorno, verso le nove e venti si presentò una delegazione con a capo una donna, funzionario, affiancata da un direttore di stabilimento e dal direttore di produzione. Offrimmo subito un buon caffé. Lo preferirono "corretto". Appoggiai sul tavolo un pacchetto di Marlboro, che la signora gradì particolarmente. Cominciò a fumare. Gli altri due, zitti... a mezzogiorno non avevano ancora aperto bocca, nonostante fossero i veri esperti. La signora non capiva niente di tecnica. Improvvisamente si rivolse a Vlako chiedendo un Martini. Avevamo un accordo con la vicina ditta espositrice che produceva pane. Scambiavamo le nostre buste di plastica con i loro prodotti. Prendemmo delle pagnotte, due fettine di prosciutto e salame, del Martini... Il pacchetto si svuotò rapidamente. Alla fine della mattinata la signora si era fumata due pacchetti e mezzo. Terminato il Martini, chiese altro da bere, qualcosa di più forte però. Passammo al cognac. Due ore più tardi ne erano forse rimaste due dita. Alla fine della giornata fummo contattati dai suoi collaboratori per chiudere la trattativa. Chiesero il cinquanta per cento di sconto. Io dissi che li ringraziavo, ma che, a quelle condizioni, la macchina sarebbe tornata in Italia. Mi chiesero se sapessi quanto sarebbe costato trasportarla di nuovo in Italia. Io, deciso, risposì che, sì, lo sapevo, ma non ero andato fino a Mosca per svendere. Avevamo scelto di compiere quel viaggio in URSS per far conoscere il nostro prodotto. La mattina seguente ci fu un nuovo assalto del ministero. Nuova richiesta di sconto: venticinque per cento. Fui irremovibile. La mia offerta rimaneva tale e quale. Alla fine decisero di comprarla. Costava diverse decine di migliaia di dollari. Furono così gettate le basi che ci avrebbero consentito di vendere altre sette macchine, tutte uguali, nel corso dell’anno successivo. Ahimè! Ritengo che molte potrebbero ancora trovarsi nelle casse, dimenticate ed arrugginite. Alcuni colleghi venditori di prodotti complementari al nostro raccontarono delle difficoltà a cui si andava incontro nell'ottenere i permessi di viaggio indispensabili per poter raggiungere le apparecchiature, eventualmente guaste, dislocate in punti dell'Unione Sovietica lontani dalle rotte commerciali. Quei beni, privati della manutenzione per mano della burocrazia, erano così destinati al rapido deterioramento.

Cene a non finire, ma sempre per lavoro. Vlako mi aveva consigliato di portare dei tic tac dall'Italia. Era per caso impazzito? "Le devi prendere di tutti i tipi, sia bianche che colorate. Quando si va alle cene ufficiali, loro continuano a bere, brindisi su brindisi, per quello e per quell’altro. Vodka e champagne. Poi attaccano il discorso "lavoro". Però rispettano la salute altrui. Basta dire che hai il mal di stomaco, la gastrite... queste sono le medicine (tic tac!) e loro ti lasciano perdere! Continuano a far brindisi, ma tu sei esentato dal bere." Pagavamo noi, nel nostro albergo o in ristoranti di altri hotel... burro, caviale, dolci... uno spettacolo infinito. Vederli mangiare era bellissimo. Un giorno invitammo a pranzo un importante esponente del Ministero dell’Agricoltura seguito da altri tre impiegati. Il tavolino dello stand non era molto largo. Spaghetti e olive. Loro sputavano il nocciolo nel piatto. Un nocciolo rimbalzò e finì la corsa proprio nel mio! Ero un esperto viaggiatore e non mi facevo intimorire da questi soggetti. Non capivano niente di macchine. Erano lì per mangiare.

Un mio zio è disperso in Russia. Un giorno, passando in taxi davanti agli uffici del KGB, dissi a Vlako: “Non si potrebbe chiedere…” Pedata negli stinchi! Mi fece segno di stare zitto. Tornare a casa fu una liberazione, non sopportavo più quella costante sensazione di essere osservato, controllato e "intercettato".

lunedì 26 ottobre 2009

38° puntata - Bruno - parte 2/3

Verso la fine del soggiorno, durante una normale conversazione, un paio di giornalisti russi visitatori dello stand mi proposero di uscire dai capannoni per discorrere apertamente. Volevano un invito ufficiale che gli consentisse di raggiungere l'Italia.
L’atmosfera dominante era cupa.
Nel corso di tutte le fiere organizzate in giro per il mondo avevamo stampato buste di plastica che pubblicizzavano la nostra azienda. Le buste recavano un'immagine che doveva essere studiata preventivamente. Per l'URSS, ad esempio, da un lato figurava un busto di Lenin e dall’altra un campo di fiori. Quando cominciammo a distribuirle, i visitatori si accalcarono davanti allo stand, manco fossero d'oro! Fu avvisata la vigilanza della fiera. Potemmo continuare solo consegnando una busta alla volta. Inoltre le persone si sarebbero dovute allontanare subito. I capannelli non erano graditi.

Il circo russo: uno spettacolo meraviglioso, indescrivibile! La struttura era in muratura, niente tendoni! Mi colpì il modo di applaudire della gente, un lento "clap-clap" privo di entusiasmo. Da automi. Pieno zeppo. Una tribuna enorme. Gli stranieri, quasi tutti italiani giunti a Mosca per la fiera, applaudivano più calorosamente. Una volta usciti, per disobbligarmi con Vlako e sua moglie, proposi di cercare un bar. Mi sarebbe piaciuto offrire qualcosa da bere. Lui mi guardò, fece una smorfia e si mise a ridere. Disse che per strada non esistevano bar. Ed io: "Ma come? Siamo a Mosca!" Ci fermammo davanti ad una macchinetta che erogava acqua in un bicchiere disinfettato automaticamente dopo ogni uso. Fuori dagli alberghi, niente bar!

Normalmente avevamo a disposizione una macchina. Ma una mattina, improvvisamente, si verificò la necessità di raggiungere con urgenza l'agenzia moscovita della nostra banca e l'autista era via. Non sapevamo come muoverci. Uscendo dalla fiera notammo una macchina delle "loro", con vetri oscurati, tipo vettura diplomatica, e relativo autista. Vlako si avvicinò e... per molti dollari quel tizio ci accompagnò alla banca, ci attese e ci riportò indietro, mentre il suo capo era in fiera per un appuntamento.

Molti conoscevano l'italiano. Una sera a bordo di un taxi, fumavo la mia Marlboro. Pacchetto nuovo. A destinazione chiesi quanto dovevo (ero solo, quindi con l'italiano andavo). L'autista, invece del denaro, voleva il pacchetto di sigarette appena aperto ed una penna che aveva notato. Tentai di spiegare che il pacchetto era "usato". Lui lo sapeva benissimo e disse che andava bene così.

Durante il giorno si vedeva gente che vendeva quattro cipolle e due teste d’aglio appoggiate su un cartone, roba che, se l’avessimo avuta noi in casa, sarebbe finita nell'immondizia.
Mosca era una città fantasma. Bellissima, strade larghissime, metropolitana stupenda, la più bella che abbia mai visto. Le scale mobili facevano paura... un'inclinazione da far girare la testa, lampadari lussuosi, pulizia assoluta, marmo dappertutto, meravigliosa, un milione di persone, ma tristi. Non vedevo mai la gente sorridere. In superficie questo milione di persone scompariva. Non c'era gente in giro. La polizia? Pochissima, solo nei punti nevralgici come la Piazza Rossa, a tarda notte, si poteva scorgere qualche macchina.
continua...

giovedì 22 ottobre 2009

37° puntata - Bruno - parte 1/3

Nel 1984 mi recai a Mosca per partecipare ad una fiera organizzata da alcune aziende italiane, tra cui la mia. All’arrivo in aeroporto i doganieri si prodigarono in severi controlli che durarono circa quindici minuti per ciascun viaggiatore. In prossimità del gabbiotto, dove l'ufficiale esaminava il passaporto, era stato installato uno specchio per controllare il "lato B" di ogni persona. Fummo trasferiti in un albergo apparentemente bellissimo, costruito da americani, ma rifinito dai russi. Trattennero i documenti alla reception. Ebbi la fortuna di andare nell'URSS insieme ad un nostro agente, Vlako, che viveva lì sei mesi all'anno. Quindi ero stato preparato a ciò che sarebbe potuto accadere. Nei pressi della camera, appena prima di entrare, Vlako mi sussurrò: “Quando telefoni in Italia: tutto bello, tutto ottimo, tutto splendido, tutto efficiente, tutto fantastico.” Si presumeva che un albergo per uomini d’affari stranieri occidentali fosse pieno di microspie. Anzi, lui lo dava per certo. Con ironia feci presente che non stavamo girando un film della serie "007". Una volta nella stanza, accese l'interruttore della filodiffusione, poi iniziò a spostare mobili. In camera scoprì almeno tre sospette microspie, una dietro il quadro posto sopra al letto, una vicino al comodino del telefono, più un'altra nel lampadario. In bagno ce n'erano altrettante. Le rifiniture dell’albergo eseguite dai russi erano paragonabili a quelle di un hotel italiano da "una stella". La struttura, però, offriva una gamma completa di servizi e bar spettacolari frequentati da donne bellissime (non c’erano vie di mezzo: o erano fotomodelle o completamente sfatte). Gran giro di soldi! Mi avevano avvertito dell'alta probabilità di essere tampinato dai loschi individui del cambio nero. Tutte le donne (prostitute) che frequentavano i bar dell'hotel erano in contatto con i "servizi" o con la polizia. Si offrivano per cento dollari.

Finalmente in fiera. Avevamo portato dall'Italia una macchina da stampa. Il nostro settore era quello dell’imballaggio e avremmo avuto a che fare con tutti i ministeri. Gli operatori privati erano inesistenti. Il ministro comprava la macchina, secondo il suo criterio che era un criterio "fuori dal mondo" rispetto alle esigenze dell’azienda cui era destinata... tanto pagava lo Stato. Lo Stato dava la macchina all’azienda e diceva: questa è la macchina, adesso lavora! Lo Stato era il cliente.

Eravamo stati invitati ad organizzare la fiera facendo in modo che ci fosse sempre la possibilità di mangiare qualcosa. Rimasi sconvolto! Ministri con relative delegazioni venivano sempre verso mezzogiorno apposta per pranzare. Dall'Italia avevamo fatto arrivare un container occupato per metà da forme di grana, bevande alcoliche di tutti i tipi (dal Martini al cognac), spaghetti, pomodoro, salsa. Una cuoca russa lavorava senza sosta nell'angolo cottura predisposto alle spalle dello stand. La macchina ed un pannello nascondevano la sala da pranzo con cucina. Era una fiera di soli espositori italiani. Una ditta aveva persino assemblato la macchina per fare il pane e la pasta.

Per far funzionare la macchina da stampa occorreva del solvente, alcol puro. Ne avevamo un fusto pieno. Una bella mattina, dopo un paio di giorni di fiera, lo stampatore, venendo da me, disse di non riuscire a comprendere... insomma, il solvente sarebbe terminato molto prima della fine della fiera: ne mancava parecchio. Incredibile! Ne parlai a Vlako e lui, carico di sospetti, mi chiese: “Il fusto di solvente, la notte, dove lo mettete?”. Risposi che veniva lasciato nello stand. "No!" urlò lui. "Lo rubano! Lo rubano i facchini della fiera! Lo bevono!" I maschi russi, bevendo come lavandini, si mettevano fuori gioco con le proprie mani. Di conseguenza le donne... Vlako mi raccontò di molte ragazze che non avevano la possibilità di farlo con i loro uomini perché erano sempre ubriachi. Parlo di donne giovani! Ventenni! Chiedevano "amore" agli stranieri in cambio di niente, non per soldi, non per le famose calze...
continua...

lunedì 19 ottobre 2009

36° puntata - Ernesto - parte 5/5

I grandi viali alberati di Dresda si distendono tra eleganti palazzi. Quella volta dovevamo andare in banca per cambiare i soldi da marchi occidentali ad orientali. Faceva caldo. Trovata una banca, vi entrammo. Le finestre erano spalancate. Il bancone dove operavano i commessi era interamente ricoperto da una sfilza di banconote ben ordinate, a mucchietti, dal pezzo più alto a quello più piccolo. Alla fine del bancone c'era una grande finestra, anch’essa aperta, che dava sul marciapiede. Sarebbe bastato allungare la mano dalla strada per afferrare un pezzo da 500 marchi. Gli impiegati se ne infischiavano. Io e mio fratello guardavamo il denaro allibiti, con la bocca aperta, pensando al modo di sgraffignare il contante. Mia madre, notate le nostre facce, ci disse di non azzardarci, nemmeno col pensiero. Nessuno combinava mai niente! Non passava nemmeno per la testa! Con quei marchi non c’era niente da fare, niente da comprare. Inoltre, fuori dalla Germania Est quei soldi non valevano niente. Non c’era nulla che già non si sarebbero potuti comprare. Non avevano bisogno di acquistare una casa. La casa… bastava chiedere e gliene davano una. Tutti avevano la casa. Due mie anziane parenti vivevano in perfetta solitudine. Tante (zia, ndb) Anni, una nobile della parte di mia nonna, abitava nella sua grande casa. I servizi sociali si occupavano di lei. Era un’artista. La stessa casa in Italia sarebbe stata valutata milioni. Dentro si trovavano pendoli di fine Settecento, pianoforti... era una che aveva goduto della massima gloria nei primi del Novecento, come compositrice. Era rimasta nel suo mondo. Sua sorella Erika, la seconda moglie di mio nonno, viveva invece in una casa “prodotta” dalla Germania dell’Est. Era stata adattata alle sue necessità, fatta sulla persona, con tutti gli ausili necessari per superare difficoltà di ogni genere, priva di barriere architettoniche e con sofisticati dispositivi come quello delle luci che si accendevano battendo le mani, porte scorrevoli che si aprivano automaticamente o con grande facilità, niente impianto a gas, ma piastre elettriche. Mia nonna, persona dalla dolcezza infinita, dai modi cortesi, nobili, ma semplici, malata grave di Alzheimer, viveva tutta sola. Il senso dell’edificio era la relazione sostenibile, famiglie giovani insieme agli anziani, come fanno oggi nei paesi occidentali, solo che quella era una villa di fine Ottocento, pagata dallo Stato, colonnato e sedie stile liberty e un parco per giardino. Una bellezza tale da poterci ambientare un romanzo! In generale per tutti gli anziani la situazione era dignitosa, anche se questa mia nonna era stata molto fortunata, perché vi abitava già da prima.
Un’altra cugina, andata a finire male, viveva in una casetta prefabbricata… un contesto degradato, come ebbi modo di riscontrare nel corso della visita. In generale, però, la situazione era dignitosa.

Devo proprio raccontare la storia della zia, una zia giovane.
Situazione di festa, molti i parenti presenti, faceva caldo e questa zia era in costume da bagno. Era uso comune bagnarsi con l’acqua della canna. Lei, seduta insieme agli altri, ad un certo punto si alzò per servire qualcosa. Istantaneamente ci accorgemmo che dagli slip le usciva una peluria rossastra che le arrivava fino alla metà della coscia! Una roba a ciuffi, boccoli, riccioli… Io e mio fratello ci guardammo esprimendo non so quale stupore. Lei si avvicinò al tavolo, vi si appoggiò, proprio vicino alla minestra da servire. Io e mio fratello scambiammo battute del tipo "che schifo i peli nella minestra", sicuri di non essere compresi... sguardi e ghigni fino a che la zia, servendoci, non disse: "Buon appetito!" Che figura! Mia madre, tempo dopo, ci spiegò che lì queste cose non si guardavano. Raccontò che in piscina, quando aveva già compiuto quattordici anni, la obbligarono a indossare il costume perché fino a quell’età ci era sempre andata nuda! In Germania non si badava alla peluria e ai peli delle ascelle, l’estetica era diversa.
Piscina. Situazione spartana. Profonda, bellissima, con trampolini affollati da centinaia di bambini che si buttavano… circondati da una pineta... però l’acqua era marrone, senza cloro, una vasca d’acqua con pelurie e oscenità in bella mostra.
Quello era il socialismo della DDR. Quello era il socialismo. Il suo valore? Va stabilito da altre cose. L’organizzazione della vita umana non era stata determinata da eventi rivoluzionari, ma dalla decisione di trasformare quello che si era ottenuto con la vittoria sul nazismo in uno stato socialista, mantenendo il piano che stabiliva l’equilibrio che ben conosciamo. Di conseguenza molto era venuto a mancare.

giovedì 15 ottobre 2009

35° puntata - Ernesto - parte 4/5

Visioni. Berlino. Confermo tutto ciò di cui parlano i libri di architettura socialista, lo confermo in pieno: quartieri enormi di casermoni enormi, squadrati, dentro pulitissimi, poche relazioni tra le persone, però non meno che in occidente. Erano organizzati in comitati di abitanti, c’erano momenti di assemblea e partecipazione. Grandi viali e, in mezzo alle costruzioni, vastissime piazze squadrate dove si trovava un po’ di tutto, anche un campo di pallacanestro, magari messo male. Si vedeva che la macchina era un di più. La gente camminava molto. Il figlio a scuola ci andava a piedi. Si vedeva camminare tantissima gente. Per arrivare alla fermata di un mezzo pubblico bisognava attraversare piazzali larghi un chilometro e mezzo e… per forza, si camminava e si incontravano gli altri e quando li incontravi, era ovvio, una parola si scambiava. Si passava dal campo di basket all’associazione. Corsie per le biciclette, molto usate, e tantissima gente che andava e andava... Se pensi alla tua città, il prezzo della casa in cui abiti dipende dalla vicinanza alla metropolitana. Esci di casa, corri verso il metrò e scendi e vai e non potrai mai incontrare nessuno, anzi: fai in modo di evitare di fermarti!

Il centro di Berlino... l’impressione davanti a Marx ed Engels, uno seduto e l’altro in piedi... le foto di rito. Feci una bellissima fotografia al busto di Lenin nel giardino dell’Ambasciata Sovietica, appena oltrepassato il cancello, bellissimo busto... grandi piazze e la torre della televisione con il caffé rotante, dove vendevano le torte a fette. Le torte in Germania Est non mancavano mai. Lassù sedersi ed ordinare costava mille lire. Dopo un’ora, completato il giro, bisognava alzarsi. Locale elegantissimo, impeccabile dal punto di vista del servizio. Panorama mozzafiato.

Un giorno i miei cugini portarono me e mio fratello a fare la spesa e a visitare Radebeul, il paese di mio zio, vicino Radeberg. I mezzi di locomozione erano i tram a tre carrozze, trenini che correvano veloci e coprivano grandi distanze. Collegavano a Dresda le cittadine e i paesi. Radebeul aveva viali alberati, strade con voragini, piccoli marciapiedi, quadrilateri di case molto schematici, tutto sommato era carino. I giardini… mia nonna aveva un giardino immenso perché una ventina di membri della sua famiglia abitavano nello stesso posto, in una casa bellissima, con fontane, patio… ed erano semplici proletari di Radebeul! Era normale in quel periodo che in talune case provviste di giardino si coltivasse della frutta o della verdura e, per comodità di chi passava, si piazzavano dei tavolini fuori dai cancelli con sopra sacchetti pieni di patate o di altre verdure insieme ad una scatoletta per i soldi (la cassa) con scritto “1 marco”. E nessuno che controllava! Le buste erano già pronte, quattro patate ciascuna. I miei cugini si fermarono nei pressi di una ringhiera: "Ah, ci hanno detto di prendere le patate! Ah sì, prendiamo, prendiamo!" Contammo i soldi. Mancavano 30 centesimi. Niente da fare. Rimisero giù le patate, tornammo tutti a casa a prendere il necessario. Nuovamente al tavolino, soldi in cassetta, prese le patate. In Italia, senza andare fino a Napoli, prodotto, salvadanaio e tavolino sarebbero spariti in un secondo.
continua...

lunedì 12 ottobre 2009

Paradossi del Socialismo

Cito l'articolo del 5 novembre 1963 comparso su Izvestija (giornale moscovita), a sua volta richiamato dalla mia fonte, ovvero il libro "La pianificazione sovietica" di Oleg K. Antonov, Vallecchi Editore Firenze (1968):

Spesso alla sera dalle finestre delle case emana una luce accecante, come di proiettori. Guardi, e ti accorgi che una stanzetta è illuminata da una lampadina da 150 watt. Non è possibile impiegare una lampadina più piccola?
Purtroppo non si può, e per la semplice ragione che le lampadine più deboli non si trovano nei negozi. Qui vi propongono lampadine di 75, 100 o addirittura 1500 watt, ma non di 15 o di 40.
La città di Kujbysev, per esempio, riceve le lampadine dalle fabbriche di Ufa, Saransk, Erevan e Mosca. Su 1.800.000 lampadine inviate quest'anno a Kujbysev, solo 330.000 avevano una potenza inferiore a 400 watt.
Il fatto è che i produttori non trovano vantaggio a fabbricare lampadine di scarsa potenza. Il loro programma viene calcolato non in unità di articoli prodotti, ma in potenza complessiva delle fonti di illuminazione. Per questa ragione essi premono sulla produzione vantaggiosa, mentre la produzione di lampade da 10, 15 e 25 watt è stata, di fatto, sospesa.

34° puntata - Ernesto - parte 3/5

Una delle gite che organizzammo fu quella ad Ober-Behrinburg, località sulla collina più alta della Sassonia dotata di favolosi impianti sciistici. Vi sorgeva la casa della mia nonna materna. Una casa incredibile: chalet in stile alpino-tedesco su quattro piani, venticinque o trenta piccole stanze, saloni al piano terra. Mia nonna proveniva da una famiglia ricca. All'avvento del socialismo le concessero di mantenere una piccola porzione della casa, una stanza grossa come uno sgabuzzino, quattro metri quadrati. Avrebbero potuto conservare molto più spazio, infatti era stata accordata la disponibilità per svariati locali. Era la casa dove mia madre, da piccola, andava a fare le vacanze, ma il disinteresse dei fratelli fece sì che, alla fine, venisse mantenuta un’unica stanza. Mia madre all'andata raccontava... "tutta questa casa, vedrai che bella, era la mia casa!" con un po’ di nostalgia. Dopo l'arrivo mi condusse in una stanzettina, bellissima, tutta in legno… piumone d’oca, faceva abbastanza freddo anche se era agosto. La cosa particolare era che in un posto come quello, non frequentato da professionisti, avevano costruito un impianto olimpionico di bob. Una cosa pazzesca! Sembravano montagne russe! Incredibili!
Al ristorante mia zia, nonostante quello che era capitato, la guerra, il socialismo, era trattata ancora come la vecchia tenutaria, come quando era ancora ricca, prima della guerra. Entrava con tutta la sua eleganza, il cameriere serissimo... con duemila lire, mangiavi dall’antipasto (cose buonissime, salumi particolari, patè spalmabili) al gulasch "mit nudeln" o "ohne nudeln" (con o senza pasta), agli gnocchi di patate di semolino, tondi, come una pallina su cui mettevano la puccia del gulasch. Bella situazione e accessibile. Dormivamo nella stanzetta... mia madre, molto commossa, mi teneva vicino ed io, incazzoso, protestavo nei riguardi del socialismo che toglieva tutta la casa per dare una cameretta in quella che era la propria casa. Mia madre diceva che non ci dovevo pensare. Guardando nei cassetti trovai almeno una cinquantina di bandierine di carta dei paesi dell'Est europeo fatte con stuzzicadenti di formato gigante. Venivano distribuite dallo Stato in occasione delle parate. Ne usai una soltanto, quella dell’Unione Sovietica, che, incazzato, appesi fuori dalla porta. Andammo a dormire... mia madre era quantomeno divertita dalla cosa. Mi raccontò che, dopo l'esproprio, vi erano tornati spesso per sciare. Mio nonno era un dentista, "Medaglia d’Oro dell’Armata Rossa", che, in guerra, aveva curato i denti dei soldati russi senza chiedere nulla. Tranne che per il periodo del conflitto mondiale si erano sempre potuti considerare benestanti e andavano persino a sciare.

L’intera vacanza trascorse tranquillamente. Non sentii la mancanza di nulla… ora che ci penso… a Dresda ci fu una discussione tra mia madre e mio fratello, a cui poi partecipai anch’io. Quel giorno, dopo aver visto i grandi viali, i negozi, i giganteschi ristoranti (tipo mensa) dove si mangiava in maniera spartana, non riuscivamo a trovare dell’acqua minerale: avevo sete, una sete tremenda, e non trovavo da bere. Bisognava organizzarsi prima, ma uno sprovveduto avrebbe dovuto fermarsi e chiedere acqua dagli abitanti di una casa. Mia madre esplose "...Incredibile che non riesca a dare da bere ai miei figli...". Mio fratello si incazzò parecchio: "Ma dài! Queste cose stupide! Qui hanno la casa, case bellissime e su queste cose stupide tu vieni a protestare…". La discussione si fece accesa e mio fratello mi guardò, certo che io, da vero duro, gli avrei dato ragione. Invece quella volta, probabilmente per la grande sete, mi schierai con mia madre.

Quando chiesi ai nostri cugini cosa facevano la sera, se uscivano per andare a bere con gli amici, a ballare in discoteca, loro risposero: "Sì, una volta in discoteca... qualche mese fa... capita."
La sera alle nove e mezza chiudeva tutto, non si andava in giro con gli amici al bar. C'erano alcuni bar, quattro, controllatissimi, tutti sapevano chi erano gli alcolizzati del bar. Normalmente la gente si alcolizzava a casa. Si viveva con un po’ di alienazione, nel profondo, in solitudine.

giovedì 8 ottobre 2009

33° puntata - Ernesto - parte 2/5

Dresda è una città d’arte di valore indescrivibile. Si inserisce a pieno titolo nel gruppo delle grandi città europee. Vanta straordinari esempi di architettura e piazze bellissime, all’epoca ancora semidistrutte. L’Opera era interessata da lavori di ristrutturazione a sostegno delle parti rimaste. La devastazione di una vasta area non impediva che il teatro fosse fruibile al suo interno. Un anno dopo, al mio ritorno, a muro caduto, ma con ancora la DDR in piedi, vidi che avevano pensato di installare un pannello su cui era rappresentata la parte mancante a completamento della facciata. Quell’anno ebbi l’onore di assistere alla messa in scena dello “Zauberfloete” di Mozart. Suonava la Filarmonica di Berlino. Un’esperienza da pelle d’oca. Ci andai con mia madre, indossando un vestito di mio nonno (non avevo portato vestiti adatti per l’Opera). A Dresda anche l’ultimo del popolo poteva permettersi un biglietto per l'Opera, però occorreva un minimo senso del decoro. Per me fu un problema e anche per mia madre. Lei era vestita da contadina tedesca dell’Est, sembrava uscita da una fattoria ed io col mio vestito mezzo gessato, marrone, della prima metà del Novecento... ci stavo dentro almeno una volta e mezza... quasi da fare i risvolti ai pantaloni. Ci presentammo così.
La periferia e l’hinterland di Dresda erano fatti di piccoli paesi. Non c'erano solo casermoni, ma anche case alte al massimo tre piani, con un piccolo spazio di verde e un cancelletto. Le strade erano bucate dappertutto, chi guidava faceva zig-zag. I responsabili dei lavori di manutenzione erano dipendenti statali che non avrebbero perso l’impiego nemmeno se in una di quelle buche ci avessero messo la moglie, per cui se ne fregavano delle riparazioni. Non mancava il cemento, mancava la voglia di fare. Il sistema si muoveva con estrema lentezza. Mio zio Stefan lavorava in una falegnameria per circa sei ore al giorno, con grande flemma. A cinquant’anni passati si sentiva “seduto”. Aveva una bellissima casa di sei locali che da noi te la sogni, uno stipendio normale, senza doversi particolarmente impegnare. Questa cosa lo aveva fatto “sedere”. Lo aveva spossato, privandolo di spinta e di iniziativa. Non si poneva il problema della qualità, dei principi e dei diritti. Osservava placido quello che accadeva, godendo dell’essenzialità. Si pensava che in terra socialista non potesse verificarsi l’alienazione dal lavoro, ben conosciuta nei paesi occidentali. Non c’erano stimoli di nessun genere, non c’era altro dal momento che non ci si doveva più preoccupare del proprio contributo attivo alla produzione, alla distribuzione del prodotto e alla sua vendita. C’era una redistribuzione continua di risorse limitate. La pianificazione era visibile, una pianificazione non progressista, però applicata con la capacità di essere vicini all’Occidente rispetto ad altri paesi dove c’era quasi sempre l’austerity. In Germania Est si vide una certa propensione a tenere il passo, sia per la vicinanza alla Repubblica Federale, sia per la cultura tedesca del lavoro. La gente era annichilita nel senso del non avere necessità, bisogni particolari. Erano gli stimoli americani e occidentali a spingere perché qualcosa nascesse. Per il popolo il pericolo era il "grande sonno".
continua...

lunedì 5 ottobre 2009

32° puntata - Ernesto - parte 1/5

Le tante sfaccettature del socialismo…
La Germania dell’Est, paese che manteneva una discreta solidità nel campo socialista, senza particolari situazioni di degrado, abitato da un popolo che viveva con dignità nonostante le privazioni e la denuncia di un certo malessere, teneva duro. Al tempo della mia visita, nell’agosto del 1989, non si percepiva nulla che potesse far pensare allo stravolgimento verificatosi alcune settimane dopo. Solo un occhio particolarmente esperto come quello di mia madre, che conosceva, da originaria della DDR, l’anima del regime, poteva riuscire a insinuare il dubbio partendo da piccole cose e ce lo manifestò. Come in una particolare occasione, durante una visita ad un suo amico d’infanzia nonché di suo fratello Stefan, Micke (che non vedeva da quarant’anni), con cui trascorremmo un intero pomeriggio vicino a Dresda, in una bellissima casa, come tutte le case che vidi, dotata di un delizioso giardino. Io, mia madre, mio fratello, mio zio Stefan, Micke, due casse di birra accanto al tavolino, all'aperto, birra Radeberger Pilsner che lui e mio zio Stefan aprivano a rotazione, finita una ne aprivano un’altra e a fine giornata erano finite le birre... e non erano nemmeno così alticci... come per noi l’acqua, per loro la birra… cenno di nostra madre a cose strane. Sopra la nostra testa, sui cieli di Dresda, passavano ogni dieci minuti gli aerei supersonici dell’Aviazione Sovietica. Esercitazioni. La presenza militare sovietica era imponente. Migliaia e migliaia di soldati. Passavano e ripassavano gli aerei. E Micke, barbuto, alticcio, sudaticcio, un po’ un chiacchierone, parlante esclusivamente un dialetto sassone strettissimo paragonabile al nostro bergamasco dell’alta bergamasca, fece commenti sui soldati dell’Armata Rossa, usando un’ironia del tipo: ah, bravissimi i nostri liberatori dell’Armata Rossa che vengono qua e guardano che a noi non succeda nulla! Salute! Prosit! Ed io e mio fratello, da buoni comunisti che andavano lì per cercare proprio l’Armata Rossa, dicevamo: "Che bravo, pensa il compagno Micke, che ogni volta che passano inneggia!". Mia madre poi spiegò che le cose stavano diversamente. Era strano che nel proprio giardino, dove chiunque poteva udire, ma anche nel proprio cesso si facssero esternazioni di quel genere sui soldati sovietici, neanche in quel modo, che probabilmente tutti avevano già imparato per evitare di essere sospettati di dissenso. Mia madre ci disse a posteriori che tutte quelle affermazioni a voce alta la facevano pensare. Qualcosa si stava muovendo. L’ironia sull’Armata Rossa ad alta voce non era cosa appropriata. Nessuno si pronunciava pubblicamente sull’Armata Rossa. I toni erano bassi quando si parlava di politica. Io e mio fratello, giovanissimi, desideravamo ricercare e verificare ciò che in tanti anni avevamo sentito raccontare del socialismo. Da comunisti, quando incontravamo i soldati dell’Armata Rossa trasportati dai camion per le strade tra Dresda e i paesi vicini, noi salutavamo col pugno chiuso e sorridenti quei soldati col cappello su cui spiccava la stella rossa. Loro, anch’essi giovanissimi, ci guardavano esterrefatti. Noi, biondi, salutavamo da una macchina tedesca e loro ci scambiavano per autoctoni. Si stupivano del fatto che li salutassimo con tanto entusiasmo. La gente di solito non li degnava di uno sguardo. Mia madre ci lasciava fare, il nostro non passava per atteggiamento ironico. Certe sottigliezze tipicamente italiane non c'erano in Germania. Se tu mi saluti, è perché veramente mi stai salutando, dopodiché rimane lo stupore.
continua...

giovedì 1 ottobre 2009

31° puntata - Silvia - parte 5/5

Durante un'escursione ad un’altra residenza dello zar, sul golfo, fuori Leningrado, comprammo la bandiera dell’Urss, l'autentica bandiera rossa costellata di spillette che noi stupidamente staccammo. Finalmente assaggiai il buon gelato russo, anche se al mare faceva molto freddo.
La sera, stanchissimi, leggemmo ad alta voce alcuni testi in italiano per il papà di Jura, mentre lui ci registrava su cassette che, diceva, avrebbe poi consegnato ad una scuola per fini didattici. Ci domandavamo se avesse intenzione di rivenderle e l’idea ci fece sbellicare dalle risa!

Il mattino dopo, a colazione, servirono un vassoio pieno di dolci simili a crostatine di pastafrolla, con marmellata di lamponi e un ciuffo di panna montata, solo che la panna era burro: disgustoso! Non si potevano mangiare!
Provammo i semi di girasole, che ai russi piacciono tanto. Come le nostre caldarroste, si mettono in un cartoccio. Si mangiano col sale. Buonissimi.
Altra sera, altro spettacolo: messa ortodossa cantata alla Filarmonica. Super! La nonna e la mamma erano religiose, i maschi no.

Penultimo giorno. Tornammo in centro, nella strada degli artisti che facevano i ritratti (il mio dovrei averlo ancora da qualche parte...). Volevamo comprare dei regali per gli amici in Italia e ci accompagnarono ad un negozio per stranieri, dove si poteva pagare solo con i dollari. Vi si trovavano cose bellissime. Regalai sigarette al papà di Jura e rose alla mamma. Presi del caviale (una rarità) sotto banco da un ristorante.
La sera il papà raccontò dei suoi giri per il mondo e altre cose interessanti, come un aneddoto sui russi, incapaci di risolvere i propri guai:
“I russi tagliavano la legna dalle foreste e la facevano trasportare dal fiume. Siccome non erano sincronizzati, quelli che avrebbero dovuto raccoglierla a valle, non lo facevano, quindi la legna viaggiava fino alla Finlandia, dove i finlandesi raccoglievano i tronchi, costruivano i mobili che poi rivendevano ai russi.”
Aveva visitato tutto il mondo tranne l’India, il Giappone e l’Australia. Mi regalò una conchiglia che aveva ricevuto da un vecchio in Tanzania.

Giorno di partenza. Pronti ad uscire per andare all’aeroporto. Fermi tutti! Ci chiesero di sedere per alcuni secondi. Era un loro uso che avrebbe dovuto portare bene ai viaggiatori. Purtroppo il nostro viaggio non andò bene. Lasciammo Leningrado su un aereo piccolissimo insieme ad un gruppo di italiani. Sopra Mosca una voce ci informò che il comandante si apprestava a fare dietrofront a causa delle cattive condizioni meteorologiche!
Atterraggio a Leningrado. Tre ore di attesa in aeroporto, allietate da un gruppo di cubani in transito che trasportavano a Cuba assi del gabinetto, gomme delle bici e secchi di plastica (assi e gomme a tracolla). Nuova partenza per Mosca. Atterraggio alle sei e mezza del pomeriggio. Persa la coincidenza col volo Alitalia.

All’ufficio Alitalia dell’aeroporto, in chiusura, l'impiegato provò a tranquillizzarci dicendo che avrebbe mandato un telegramma in Italia ai genitori e che noi saremmo ripartiti il giorno dopo. L’ufficio transiti organizzò il transfer per l’hotel. L’autobus attraversò Mosca in piena notte. Avremmo trascorso le nostre ultime ore nell’URSS sostando in un albergo deserto, dove non c’era niente da mangiare o da bere. La mamma di Jura aveva preparato degli involtini per il viaggio che furono divisi tra tutti i presenti. Per fortuna saltò fuori del pane e salame oltre a dell'ottima limonata. Grazie alla “soffiata” di due napoletani che erano lì con noi, venimmo a conoscenza dell’esistenza di un volo Aeroflot previsto per il mattino seguente, su cui riuscimmo a riservare due posti.
1° novembre. Sulla pista di decollo i camion cisterna scioglievano il ghiaccio presente sulle ali del nostro aereo spruzzando acqua bollente.Mia mamma conserva ancora il telegramma in una bella cornice.

lunedì 28 settembre 2009

30° puntata - Silvia - parte 4/5

A casa, la sera, prima di andare a dormire discutevamo tutti insieme. Loro erano esasperati da quella situazione, rimpiangevano il passato, quando la merce e il lavoro erano quelli che erano, ma almeno c’erano e dicevano che non ne sarebbero mai venuti a capo. Si lamentavano continuamente e davano la colpa a Gorbaciov, bravo nella politica estera, ma inadatto a gestire il Paese. All'epoca della loro “contro-visita” in Italia rimasi davvero stupita. Evitavano di fermarsi alle vetrine perché non avrebbero potuto comprare niente e provavano fastidio persino nel gettare un semplice sguardo. Tutta quella merce li irritava. Molto rigidi! Jura era arrabbiato per la sua condizione e vedeva nero. Non so se fossero comunisti...

Un giorno andammo a caccia di cartoline, inutilmente. In posta vendevano solo le buste. Alla Libreria Centrale non potemmo comprare nulla, i testi erano in russo, però acquistammo alcuni calendari molto belli e degli eccezionali poster di Lenin, da regalare.
Jura ci portò a vedere quartieri anonimi, tristi palazzoni su viali alberati. Era un tipo ombroso e per lui evocavano chissà quali sentimenti. Ad un certo punto sulla Neva udimmo un colpo di cannone sparato dall’Incrociatore Aurora che ci fece sobbalzare. Si trattava di una commemorazione.
La sera, al circo, numeri grandiosi e acrobazie. Ogni singolo spettacolo era pieno, sempre. Costavano poco. La cultura era l’unica cosa disponibile in abbondanza e che tutti potevano permettersi. Quando feci presente che doveva essere stato oneroso per loro il condurci ogni sera ad uno spettacolo diverso, liquidarono la questione dicendo di non preoccuparci perché il costo della cultura era ridicolo.
Il mattino seguente ai Grandi Magazzini vendevano le camicie: unico modello, file fino in mezzo alla strada.

“Non è vero che sembra di essere rimasti fermi nel tempo. Il tempo è trascorso, ma sono gli oggetti che non sono cambiati. Sono gli stessi di cinquant’anni fa, però vecchi rotti e consumati.”
Annotai questo pensiero. Non mi sbagliavo! Sembrava un paese di cinquant’anni prima, vecchio, cadente e vuoto. La gente era cambiata, l’involucro no.
Scelsero il teatro Kirov per offrirci "La Traviata" in italiano. Bellissimo ricordo!
Quella sera, al rientro, assistemmo al secondo tempo in diretta tv di Napoli-Spartak Mosca: c’era la coppa.
L’indomani ci immergemmo nello sterminato Ermitage. Ne visitammo una parte piccolissima. Enormi vasi di pietra verde, una signorina che ci accompagnava per le sale calzando ciabatte di pezza e che parlava francese…
Dopo cena, ancora teatro Kirov: balletto "Il Lago dei Cigni". Fantastico.

Continuavo a chiedermi come il povero Gorbaciov avrebbe potuto aiutare la Russia. Avrebbe dovuto cambiare tutto, gli autobus, i negozi, i distributori di acqua minerale, i servizi, la burocrazia, le strade, le case, il traffico. Mancavano calzini, carne, cartoline, sigarette, scarpe, cappotti, giocattoli. Provavo pena per i russi.
La trasmissione televisiva più in voga era “600 Secondi”, programma anticomunista che raccontava i mali del socialismo. Era la prima trasmissione libera ed era nata dall’occupazione della Televisione da parte di alcuni deputati progressisti.

Il giorno successivo, in giro per negozi, mi sentii poco bene. Decisi di avviarmi da sola verso casa. Presi un metrò e un autobus, non so come. Giunsi infine nel mio quartiere, senza ricordare assolutamente il numero del palazzo. Non c’erano citofoni, non c’era niente, una landa desolata. In qualche modo chiesi indicazioni e riuscii a rientrare. Quel pomeriggio andammo di nuovo al circo. Nei pressi della metropolitana notammo che il solito ponte era scomparso: l’avevano smontato per effettuare alcuni lavori di manutenzione. Consentiva di superare il canale che precedeva la fermata del metrò. Al suo posto c’erano due putrelle buttate lì. Il papà di Jura, per incoraggiarci, gridò: “Venite! Venite!”. Il problema era che la gente andava e veniva sulla stessa passatoia, per cui bisognava incrociarsi passando sopra un corso d’acqua fangosa. Ero fifona e fui presa di mira dagli operai che, per spaventarmi, cominciarono a dare martellate al metallo. Ero terrorizzata dalle vibrazioni! Jura non aveva percorso la nostra strada. Aveva preferito camminare per qualche decina di metri in più, così da poter transitare da un ponte ancora montato. Ci aveva abbandonati al nostro destino!Il circo era senza mezzi, non avevano niente, ma compensavano grazie a incredibili numeri acrobatici. Bravissimi. Quel giorno mangiammo zuppa georgiana con alghe di mare.
continua...

sabato 26 settembre 2009

Paradossi del Socialismo

Cito l'articolo del 20 gennaio 1962 comparso su Izvestija (giornale moscovita), a sua volta richiamato dalla mia fonte, ovvero il libro "La pianificazione sovietica" di Oleg K. Antonov, Vallecchi Editore Firenze (1968):

Il boicottaggio di fatto dei mobili moderni da parte della maggioranza delle fabbriche e degli stabilimenti si spiega con il fatto che questi mobili costano poco e che le imprese non trovano vantaggioso produrli. Il piano si realizza più facilmente con costosi armadi delle dimensioni dell'Università di Mosca, che non, poniamo, con armadi corrispondenti all'altezza del soffitto di una casa moderna. Come via di uscita dalla situazione venutasi a creare, si propone quindi la pianificazione dei mobili in pezzi.
Ed ora immaginate per un attimo che questa proposta venga accolta. Lo stabilimento di Skhodno, il più grande del mondo, sfruttando al massimo la potenza delle linee automatiche e delle catene di montaggio, nel giro di un mese subisserebbe Mosca di un tal numero di pezzi, da lasciare il compratore col fiato sospeso.
Si troveranno dei dirigenti che, partendo dalla considerazione: il piano è fatto così, forza quindi con i pezzi - trasformeranno, senza andare tanto per il sottile, gli armadi in scatole di fiammiferi.

Comunicazione dal blogger

Novità! Paradossi del Socialismo.
Ad arricchire l'offerta di storie dal socialismo entra in scena una nuova rubrica: Paradossi del Socialismo.
Vi compariranno citazioni prese da vecchi saggi incentrati sullo sviluppo delle economie pianificate che faranno sorridere anche i profani.

Casa dello studente - Casa comune - Mosca - 1930


Foto di Luca Del Grosso (2000)

giovedì 24 settembre 2009

29° puntata - Silvia - parte 3/5

Il primo giorno visitammo Puskin, la residenza estiva degli zar, insieme ad una tal Anna, amica o compagna di classe di Jura. Simpatica ragazza, studiava italiano. Tranquilla. Viaggiammo in treno. Puskin era un palazzo bellissimo, immerso in un vasto parco. Gli interni erano dorati e arricchiti da stufe di ceramica bianca e blu. La cosa straordinaria fu che all’ingresso ci fecero indossare scarpe di pezza per non rovinare il parquet.
Parlavano molto bene la nostra lingua. Anche la mamma di Jura conosceva un po’ di italiano, mentre il papà parlava inglese. Era stato marinaio e aveva girato il mondo intero!
La sera stessa ci recammo in centro per ammirare il Palazzo d’Inverno, illuminato: uno spettacolo! Poi a casa di Anna, dove gustammo un’ottima cena.
Il giorno dopo piombammo nella realtà russa. Bisognava registrarsi presso le autorità. Uscimmo di casa. Per strada nessuno ci offriva il passaggio. Alla fine si fermò un tizio che guidava come un pazzo. Terrore! Dalle strade, dove mancavano qua e là i tombini, uscivano getti di vapore, forse aria calda che al contatto col freddo si condensava. I geysers! Lui schivava macchine e tombini come un pazzo. Gli incidenti gravi erano la norma, per colpa dei buchi e del modo in cui guidavano. Le automobili erano proprio scassate…
La questura era uno scenario da film, un postaccio pieno di gente in attesa: le nostre questure erano dieci volte meglio. Ci sedemmo insieme a tutti gli altri. La mamma di Jura conosceva una poliziotta. Tra le proteste, riuscimmo a passare davanti a tutti. Che figura!
Più tardi ci portarono a fare la spesa. Entrammo in un negozio che quel giorno vendeva solo burro, quindi comprarono del burro. Qualche giorno dopo notammo che per il centro di Leningrado girava solo gente con gli sci. Stessa misura e stesso colore. Era arrivata una partita di sci e tutti li compravano. Anche se non servivano, valevano come merce di scambio. I "Grandi Magazzini" erano immensi, ma gli scaffali restavano vuoti. Stanze e stanze di ripiani vuoti, poi di colpo si trovava un gruppetto di persone perché in quel locale avevano stoccato dei rastrelli: tutti compravano i rastrelli. Non è un esempio, lo vidi con questi occhi! In un altro magazzino vendevano solo secchi di plastica azzurri e tutti compravano secchi azzurri. Immagina la Rinascente, grigia, con scale e scale mobili, ma vuota. Un giorno c’erano scarpe di cuoio gialle di una sola misura, orribili, e tutti le compravano. Mancavano prodotti banali per noi. Non esisteva lo scotch, l’adesivo: le commesse erano bravissime a fare i pacchettini e fermavano la carta in modo perfetto, senza scotch. Non esistevano i fazzolettini di carta, si usavano quelli di stoffa. I detersivi? Avevano un detersivo con cui lavavano tutto: non c’era quello per il pavimento, quello per il bagno, per i vetri…
Non c’erano bar, non potevi entrare in un bar a bere qualcosa. Non esistevano.

C’erano però due cose meravigliose.
I baracchini che vendevano gelati. Faceva un freddo cane e la gente mangiava gelato continuamente. I gelati erano di tre tipi: coni di panna, come il cornetto, senza accessori; ricoperti, come quelli da noi, al cioccolato con sotto la vaniglia (da urlo); con lo stecco, ricoperti, alla vaniglia con sopra una cosa gialla, margarina!
L’altra cosa strepitosa era che nelle stazioni del metrò si trovavano dei distributori di acqua minerale, da bere tramite un bicchiere di vetro che doveva restare sul posto, a disposizione dei passanti. Usavano tutti lo stesso bicchiere! Noi non provammo a bere, ma il padre di Jura sì.
Le stazioni del metrò erano effettivamente ben tenute, notevoli, tranne che in periferia. Lì sembravano topaie. Appena si lasciava il centro…

Quella sera finimmo al teatro lirico a vedere “Rigoletto” in russo. Non si capiva un tubo, ma fu divertente. Seduto dietro di noi c’era il signore italiano del viaggio Mosca-Leningrado!
continua...

lunedì 21 settembre 2009

28° puntata - Silvia - parte 2/5

All’aeroporto di Leningrado non trovammo nessuno ad aspettarci. Per di più sembrava che il bagaglio non fosse arrivato. Avevamo sbagliato uscita: era quella dei russi! L’esterno di sera era molto buio e completamente deserto, come una vecchia stazione abbandonata. Non avevamo né rubli né altro per telefonare. Un russo ci diede una moneta, così potemmo chiamare il papà del nostro amico. Disse che qualcuno si trovava già all’aeroporto per venirci a prendere. Nel frattempo riflettemmo sulla possibilità di cambiare soldi in nero, vista la grande convenienza. Venne un signore e si rivolse a mio fratello. Si allontanarono, scomparendo in fondo ad una scala. Io rimasi sola. Poi vidi Folco risalire con 120 rubli fruttati da appena 10 dollari, un cambio eccezionale. L’uomo l’aveva condotto in bagno e gli aveva consegnato i rubli di nascosto. Finalmente incontrammo i nostri amici. Si erano fatti prestare una macchina. La loro auto si era guastata e non avevano soldi per ripararla, pertanto era rimasta in garage. Abitavano in un quartiere che si chiamava Kupcin, nella periferia estrema di Leningrado. Palazzi enormi! Quello che ci avrebbe ospitato era un cilindro vicino ad altre quattro torri identiche. Palazzoni grigi, un po’ scrostati, con tapparelle che si staccavano, malandati, senza luce nelle scale perché in quel periodo mancavano le lampadine e la gente le rubava dalle scale. L’ascensore era fuori servizio e l'appartamento era cadente. Le piastrine degli interruttori si staccavano… panorama desolante. Stabili identici che si distinguevano solo per il numero dell'edificio. Un giorno, tornati a casa da soli, io e Folco non riuscivamo a ricordare il numero civico e impiegammo del tempo per trovare l'ingresso giusto. Non c’era niente, tutto sterrato, poco asfalto, percorsi fangosi. Era brutto, però ci arrivava la metropolitana, che funzionava benissimo e portava ovunque. La nostra fermata era a soli quattrocento metri da casa.

Il viaggio fu un susseguirsi di cose da fare. La loro ospitalità fu memorabile. Avevano preventivamente organizzato attività per tutte le giornate e tutte le serate.
Non conservo un buon ricordo del soggiorno. Ne derivarono ansie e fastidi, perché furono iperdisponibili ed ipergenerosi. Devo ammettere che mi sento ancora in colpa per questo sentimento, anche perché il periodo era terribile per i russi. Facevano fatica a trovare da mangiare e nonostante ciò si fecero in quattro per noi. Vivevano con la nonna. Questa povera nonna, nei giorni della nostra permanenza, usciva alle quattro del mattino così da poter acquistare le cose migliori. Certamente spesero più soldi di quelli di cui potevano normalmente disporre. Preparavano pasti abbondanti, ci accompagnavano a teatro, al circo…
Pranzi, cene e colazioni erano “difficili”. La mattina, in un piatto gigante, ci servivano la “kasha”, la loro colazione tipica, disgustosa, immangiabile, un semolino dolce, caldissimo, colloso, dal grande valore energetico, impossibile da mandar giù.

L'impressione del viaggio è un colore: il grigio.
Contrasti fenomenali! Da noi cominciavano a diffondersi i primi “pile”. Io e mio fratello ne portammo uno a testa, verde e verde-viola. Tutti ci notavano e non era una bella cosa, perché capitò più volte che… loro non avevano la macchina e bisognava fare l’autostop, a pagamento però (i conducenti si improvvisavano tassisti non autorizzati). Molte volte non fummo raccolti per colpa mia, di Folco e dei nostri pile che rivelavano la nostra provenienza. Ci spiegarono che la gente diffidava degli stranieri.
Grande freddo! Non avevo mai patito tanto freddo in vita mia. Nevicava spesso. E che faticate! Il mio amico era un vero camminatore... chilometri e chilometri a piedi. A fine giornata ero distrutta.
continua...

giovedì 17 settembre 2009

27° puntata - Silvia - parte 1/5

Silvia visitò l’Unione Sovietica nel 1990, quando aveva diciannove anni e frequentava l’università. Ai tempi del liceo aveva partecipato ad un concorso scolastico. Il primo premio, un viaggio nell’URSS destinato all’autore del miglior tema, era stato vinto da una sua compagna di classe. Al suo ritorno la ragazza aveva distribuito una serie di indirizzi di cittadini russi che cercavano corrispondenti in italiano per diventare amici di penna. Anche a Silvia era toccato un nome…

Io avevo ricevuto l’indirizzo di un giovane di Leningrado, Jura, che scriveva molto bene!
Ci accordammo per uno scambio di visite.
Dovetti recarmi parecchie volte al consolato russo. File interminabili, procedura lunghissima. Serviva l’invito, una volta mancava questo, un’altra quello…
Partii verso la fine di ottobre con mio fratello Folco, di sedici o diciassette anni. Per entrambi si trattava della prima esperienza in un viaggio non organizzato, da soli.
La partenza fu un’avventura. A Milano ci imbarcammo con un’ora di ritardo. In zona “check-in” ci fecero mille raccomandazioni. Spiegarono che in quel periodo la gente cercava di far entrare illegalmente un mucchio di cose nei paesi in cui non era possibile farlo legalmente e che non dovevamo dar corda a nessuno. Pochi istanti dopo, per l’appunto, fummo fermati da un tipo che chiese se potevamo essere tanto gentili da voler recapitare una busta all'aeroporto di Leningrado. Disse che conteneva solo documenti. Noi ribattemmo che non avremmo portato un bel niente.
Primo intoppo. A Mosca, dopo l’atterraggio, ci comunicarono che era necessario cambiare aeroporto. Occorreva passare dal “Seremetevo 2” all’ “1”, per poi prendere il volo interno diretto a Leningrado. Anche lì, mille raccomandazioni. Soprattutto bisognava star lontani dai taxi abusivi. Non si trovavano in alcun modo taxi di Stato e incappammo subito in un tassista abusivo. Per cercare questi benedetti taxi di Stato ci allontanammo dalla zona dell’aeroporto e finimmo in un luogo isolato. Un uomo, dopo essersi avvicinato, disse che per dieci dollari ci avrebbe accompagnati allo Seremetevo 1. Non sapevamo più cosa fare. Carichi di bagagli, finimmo per accettare. Ci fece salire su un autobus vuoto, seminascosto in un parcheggio molto buio, e partì a fari spenti. Io e mio fratello ci guardammo esprimendo non poca preoccupazione. Attraversammo una zona deserta, una specie di boschetto. Pensai al mio ombrello: al limite avrei sempre potuto rifilargli un’ombrellata. Fortunatamente ci lasciò, come pattuito, allo Seremetevo 1. Scoprimmo che di giorno faceva l’autista, mentre la sera usava l’autobus della sua azienda per arrotondare lo stipendio. Pagammo i dieci dollari concordati, che erano tanti soldi per loro, ed entrammo nel terminal. Sembrava una vecchia stazione italiana. Le panche erano di legno, era pieno di russi, tutto era scritto in russo, perciò noi non capivamo assolutamente niente. Nessuno parlava altro che russo, quindi non potevamo capire qual era il nostro aereo! Mio fratello, molto più lucido di me, esclamò: “Guarda! Lì c’è un baracchino con un punto di domanda… vorrà dire Ufficio Informazioni!” Lui parlava inglese, io no. Gli spiegarono che avevamo sbagliato entrata, ci trovavamo nello spazio riservato ai russi. Bisognava uscire ed entrare da un altro ingresso, dedicato agli stranieri. Un altro mondo! Un aeroporto come quelli che eravamo abituati a vedere, con le scritte in inglese e tutto il resto! Incontrammo altri italiani, tra cui uno, come noi, diretto a Leningrado. Al momento dell’imbarco credemmo di far parte di un minuscolo gruppetto. Prendemmo posto sull’aereo, praticamente vuoto: eravamo quattro gatti. Dopo forse mezz’ora, d’improvviso l’aereo si riempì di russi. Le autorità lasciavano salire prima gli stranieri, per offrirgli i posti migliori, poi veniva il turno dei russi, carichi di mercanzie e di oggetti stranissimi. Il mio sedile era rotto, lo schienale si ribaltava in avanti, non si riusciva a stare seduti bene. Noi ci trovavamo in testa e c’era solo una tendina a dividerci dalla zona degli assistenti di volo. Vidi una hostess accucciata per terra con una scatoletta da cui prendeva bocconi di cibo. Durante il viaggio passarono con un vassoio pieno di tazzine di plastica colme d’acqua, dal sapore terribile, tipo acque termali: era l’acqua che ci avrebbe accompagnato per tutto il nostro viaggio. Il nostro incubo! Nei dieci giorni trascorsi in Unione Sovietica bevemmo solo acqua del rubinetto, sapendo che non era potabile. Il fatto era che l’acqua in bottiglia risultava imbevibile, ad eccezione di una sola marca. Tutte le bottiglie d’acqua avevano un’etichetta incomprensibile. Di tanto in tanto capitava in tavola una bottiglia d’acqua buona, senza etichetta. Solo alla fine del soggiorno si seppe che era un tipo d’acqua proveniente dall’Armenia, che ai russi non piaceva perché non sapeva di niente. Era acqua vera! Io avevo portato dall’Italia tre cartoncini di succo di frutta che venivano centellinati per calmare la sete nel corso della giornata e per prepararci alle bevute d’acqua. Si beveva molto tè.
continua...

sabato 5 settembre 2009

Comunicazione dal blogger

Cari amici,
Cari lettori,

Sono molto contento.

Ho appena concluso la revisione di tutte le interviste che compongono il libro. I restanti testi sono stati "caricati" e saranno pubblicati automaticamente a partire dal 17 settembre. Ultima uscita: 3 dicembre 2009. In attesa di capire se sarò in grado di proporvi questo lavoro in forma cartacea entro la fine dell'anno (magari in concomitanza con l'anniversario della caduta del Muro), vi invito a seguirmi, a diffondere e a sostenermi. Specialmente con i commenti... Grazie.

Hotel Cosmos - Mosca



Foto di Luca Del Grosso (2000)

giovedì 18 giugno 2009

Il blog va in vacanza!!!

Ciao Amici!
Cari Lettori!

La pubblicazione delle interviste riprenderà dal 17 settembre.
Buona estate e buone vacanze a tutti, meglio se pianificate!

Luca Del Grosso

lunedì 15 giugno 2009

26° puntata - Cecilia - parte 2/2

Nel 1990, accompagnata da un’amica che collaborava come me col Teatro Donizetti di Bergamo, mi recai a Tver, cittadina situata a 150 km da Mosca. Mi occupavo delle riprese. Facevamo parte di una delegazione composta da bergamaschi dello spettacolo, dell’artigianato e da rappresentanti della Camera di Commercio. L’obiettivo delle autorità italiane era l’instaurazione di costanti rapporti tra le due città. L’anno seguente alcuni rappresentanti di Tver avrebbero ricambiato la visita.
Fummo persino ospiti del console italiano in una villa tanto bella quanto blindata. Visitammo tutto il visitabile, la fabbrica delle ricamatrici che ricamavano le tovaglie, altri luoghi che interessavano gli operatori dell’artigianato e del commercio. A teatro era stato allestito uno spettacolo apposta per noi. Assistemmo ad un tipico balletto russo nella serata di gala.
A Mosca, all’arrivo, seppi che il mio bagaglio era stato perso. Per riuscire a recuperarlo dovetti percorrere il tragitto Mosca – Tver tre volte in tre giorni. Ci muovevamo con la traduttrice, che ci seguì anche in questa circostanza. Lo smarrimento del bagaglio costò ore di attesa in aeroporto. Era inverno. Che freddo! Tanta neve, strade dissestate, grande spaesamento. Alloggiavamo un po’ fuori Tver, in un albergo per turisti che non passavano certo da lì. Si trattava, più che altro, di un albergo per uomini d’affari e agenti di commercio, con un gran giro di prostitute. La notte c’era un casino micidiale! Colazione e cena si facevano in hotel. Per me, vegetariana, fu un disastro! Servivano formaggetti, minestroni di rapa e cavoli… era difficile capire dove c’era e dove non c’era la carne. Avevamo una serie di accompagnatori, tra cui un professore russo, che parlavano molto bene l’inglese e ci raccontavano un sacco di storie. Fu difficile trovare del cibo vegetale. D’altra parte, mi pesava il conseguente disagio arrecato a gente che abitualmente faceva fatica a mangiare bene. Gli accompagnatori russi erano felicissimi di passare la settimana con noi. Mangiavano in albergo. Per loro il menu era ricco e raffinato: cibo russo e pasti completi. Il professore, dopo aver compreso che ero vegetariana, appoggiò il capo sulla mia spalla, sconsolato. Mi sentii una merda. Loro si sarebbero mangiati le gambe del tavolo e io “la carne non la mangio!”. I russi a fine cena si portavano via spudoratamente tutto ciò che avanzava. Pacchettini, stagnola, sacchetti da casa… così spariva ogni briciola dal tavolo! A fine soggiorno i nostri accompagnatori ci fecero una sorpresa. Avevano organizzato una colletta per comprarci delle banane! La cosa più buona, più esotica che si potesse comprare! Per tutto il giorno, felici, ci avevano ripetuto “stasera ci sarà una sorpresa per voi”, pregustando il momento in cui ce le avrebbero consegnate. Una banana a testa! Quella sera, dopo un attimo di smarrimento, capimmo che la sorpresa era proprio quella. Mostrammo entusiasmo e tentammo di dividerle con loro, in quanto le banane erano contate.
Per tutte le visite di cortesia alle fabbriche (solitamente una al mattino ed una al pomeriggio) era previsto un rinfresco a base di dolcetti e “tverskaya”, una versione locale della vodka, un liquore color beige. Le merende e le colazioni di metà mattina erano a base di tverskaya. L’eventuale rifiuto avrebbe comportato una grandissima offesa. Vassoi di pasticcini e liquorino, che dovevi bere! La cena del console era stata devastante per quantità di portate e brindisi, infiniti: un brindisi agli amici di Bergamo, tutti in piedi e giù bicchierino, poi un brindisi agli amici di Tver, un brindisi a… che bevuta! Ci regalarono una bottiglia di tverskaya da portare in Italia, che io conservai senza metterci mano per due anni, nonostante la vodka mi piacesse molto. Era troppo pesante. Ogni sera venivano in hotel quelli del cambio nero, i tipi con i colbacchi dell’esercito e i Raketa. Spendemmo tutti i nostri soldi. Il mio Raketa si guastò molto presto. Purtroppo il mio orologiaio si rifiutò di effettuare la riparazione. Non era possibile. Feci delle riprese. Partecipammo ad una funzione ortodossa, per poi essere invitati a pranzo dal pope: grandi brindisi di tverskaya anche a casa sua. Nella chiesa, bellissima e buia, canti fantastici, riti suggestivi. Insomma, un trattamento super.
Tver non era una città di particolare bellezza, ma non dava l’impressione di essere povera. Era dignitosa. La gente non era certo vestita alla moda, il loro sembrava l’abbigliamento degli anni ‘60, signore truccatissime e permanente.
Giravamo per la città sempre sorvegliati a vista. Ci lasciarono una sola mattinata libera, per il resto ci si spostava sempre con pullman e traduttrice. Un giorno, fuori dall’albergo, mentre facevo alcune riprese, apparvero dei tizi nerboruti che misero le mani sulla telecamera, dicendo che non si poteva riprendere. Come ci spiegò poi la traduttrice, anche se non si trattava di edifici con sedi di esercito o polizia o del governo non si potevano fare riprese non autorizzate, neanche al paesaggio. Gita a Mosca, ai classici posti. Sotto la neve passeggiavano coppie di sposi che si facevano fotografare sulla Piazza Rossa, davanti al Mausoleo. Ai Gum non c’era niente, reparto dopo reparto, tutto vuoto, come se fosse in chiusura. C’era uno che aveva un mucchio di pantaloni, identici, unico modello. Un altro che vendeva cerniere e cose da cucito, un altro con cappelli tutti uguali. Il palazzo era stupendo, ma non c’era nulla da comprare. Ci portarono all’Intershop, dove si potevano trovare le Marlboro. Ci volevano andare soprattutto gli accompagnatori, per fare acquisti straordinari. Ci chiesero di cambiare soldi con loro per poter comprare in dollari. Ci portarono due volte, insistendo. Ma non c’era paragone col supermercato di Berlino Est. A Mosca mi colpirono le meravigliose librerie e i negozi di giocattoli in legno, veramente straordinari, che qui in Italia si sarebbero potuti rivendere a carissimo prezzo: cavallini di legno, costruzioni in legno... Le librerie vendevano testi con fantastiche illustrazioni per bambini. Erano immense… libri curati, di qualità. C’erano reparti infiniti. Comprammo qualche libro per bambini e album di manifesti a tema: ecologia, pace, Lenin …