Durante la sosta a Mosca chiedemmo alla guida di portarci a comprare delle valige "vere". Non riuscivamo a trovarne di solide. Ci condussero fino ad un centro commerciale a circa 40 chilometri da Mosca, passando per periferie collegate da strade di fango, zeppe di palazzoni di trenta piani uno attaccato all’altro: clamorosi! Il grande magazzino doveva essere la nostra salvezza e invece non c’era niente, le valigie facevano schifo e mi arrabbiai con l’accompagnatore. Gli domandai se ci stesse prendendo in giro.
Comprai comunque spillette del PCUS e busti di Lenin. Ci tenevano a mostrare i loro simboli. I simboli a volte diventano pop, nel senso che non sono solo simboli politico-ideologici, ma anche estetici. Avevano un valore anche solo per quello.
Rimasi turbato dalla questione estetica di Mosca: la pur apprezzabile grandeur bolscevica era contrastata dagli hotel per stranieri dove potevi comprarti qualsiasi cosa occidentale, dollari alla mano. All’interno del sistema c’era un altro sistema corrotto e già occidentalizzato. C’era qualcosa che non andava. A volte si davano mance senza cognizione di causa, importi pari a stipendi settimanali e la gente rimaneva un po’ frastornata.
Esperienza agrodolce. Tra il 1989 (ultimo anno di socialismo) e il 1990 in Polonia si verificarono grandi cambiamenti. L'inflazione e l'impoverimento spinsero le donne anziane a uscire di casa per vendere mazzi di fiori e scarpe usate.
In Polonia nell’88 e nell’89 alcune persone, scrivendo il mio indirizzo, dissero di avere intenzione di venirmi a trovare in Italia. Successivamente mi sarebbero state recapitate diverse lettere con la preghiera di avviare la procedura ufficiale di invito dal consolato polacco. Una ragazza conosciuta in Polonia durante i concerti, incontrata in più occasioni, mi parlò del suo desiderio di passare le vacanze in Italia. Anche lei diceva di aver bisogno dell’invito… era una pratica diffusa quella di chiedere e chiedere e carpire la fiducia per avere informazioni e fare addirittura "business". In Polonia evitai per quanto possibile di trattare argomenti politici. Sapevo che Solidarnosc era lo strumento migliore per introdurre la democrazia, ma anche quello per far diventare la Polonia come tutti i paesi occidentali, con il loro carico di problemi.
Non ebbi avventure con ragazze polacche. Notai una sorta di sudditanza da parte loro. Si attaccavano perché vedevano in noi lo spiraglio per cambiare vita. Erano delle grandi opportuniste. Sognavano di poter mollare quello che non amavano della loro terra. Da uomo ribadisco che la constatazione della loro piena disponibilità non poteva considerarsi motivo di orgoglio o di alcunché che somigliasse ad una sensazione di soddisfazione.
Vidi tanti jeans sbiaditi (del tipo finto "Stone-washed"). Tendevano a scimmiottare i costumi occidentali con prodotti interni. Le donne, però, erano proprio carine. Me ne resi conto particolarmente firmando autografi.
Quanto alla musica, molto “taroccame”. Trovai miei pezzi mixati con brani di Michael Jackson e Madonna! Addirittura un collaboratore sostenne che un mio album riuscì a vendere più di 200mila copie in cassetta pirata. Non vidi mai una lira!
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giovedì 12 novembre 2009
lunedì 9 novembre 2009
42° puntata - Fred - parte 3/4
Per assistere alla finale di coppa Campioni Milan - Steaua Bucarest mi recai a casa di giovani moscoviti che vivevano in un appartamento di tre stanze. In ogni stanza abitava una coppia. Cucina in comune. Duecento paia di scarpe all'ingresso! Erano amici di una donna che lavorava per l’agenzia che organizzava i concerti. A metà partita dissero di volermi mostrare la registrazione di un gruppo reggae che si chiamava "Perestrojka" perché fosse chiaro che loro la pensavano diversamente. Ci fu una discussione. Spiegai che mi trovavo a casa loro prima di tutto per vedere la partita e in secondo luogo che l’Italia non era quel paradiso che credevano e che si informassero a riguardo. Non la presero bene...
Senza una lauta mancia in albergo non ti assistevano. A volte ci servivano piatti avariati, probabilmente per ritorsione. Immagina un ristorante all’interno di un albergo, i camerieri vestiti di bianco, col papillon, e una band con una cantante che fa la cover di Sabrina Salerno “Boys Boys Boys”, il batterista che fa finta di suonare la batteria visto che accanto ha una batteria elettronica... ripensandoci, avrei potuto girare un film.
Un giorno mi misi in coda per comprare dei francobolli. Ad un certo punto l’impiegato prese un foglio e vi scrisse due righe a mano. Appese il seguente messaggio: “chiuso dalle 11 alle 11,15”. Bisognava aspettare. Passai giorni interi senza riuscire a trovare una bottiglia di acqua minerale. Nel nostro albergo vendevano soltanto una bibita verde. Dovetti accontentarmi di quella roba. Orinavo verde. L’acqua del rubinetto… si riempiva la vasca per fare il bagno e l'acqua era marrone. Mi ammalai. Febbre a 39. Non avevo medicine, non avevo niente. Chiesi a quelli dell’albergo se potevano mandarmi un dottore. Tre tipi sospetti entrarono in camera, due uomini e una donna. Cominciarono a rovistare tra le mie cose, a sfogliare le carte nella valigia. Al termine della perquisizione fui sollevato di peso e trasportato in bagno. Volevano obbligarmi a fare una doccia fredda! Io opposi resistenza urlando in francese: rifiutai di obbedire. Ci capivamo solo in francese. Mi ostinai tanto da riuscire a far convocare con il mio management. Chiesi subito un biglietto aereo per scappare via. Niente Yerevan. Trascorsi tre giorni da solo in albergo. Niente da mangiare. Sia in Polonia che in URSS avevo comprato pellicce e un sacco di altra roba. Ero pieno di mercanzia. Per fortuna mi ero preventivamente procurato un permesso dello Stato polacco che mi autorizzava a transitare. In aeroporto mi imbattei in Ugo Tognazzi che tornava a Roma... la prima persona con viso non ostile dopo giorni e giorni di musi. Io presi un aereo per Varsavia (a Mosca non avrebbero pagato il volo diretto per l’Italia). Rimasi in casa di amici per circa tre giorni abbandonandomi alle agognate cure.
Mosca era una città difficile, caotica. Le strade erano dominate da tassisti che tagliavano le corsie senza neanche guardare, i taxi si rompevano in mezzo alla strada. Una sorta di fatiscenza globale, l’albergo pieno di acari vecchi di un secolo... Passavamo le serate ad ubriacarci con la vodka nella stanza di qualcuno perché era l’unico svago che avevamo. Compravamo al mercato nero la bottiglia avvolta in un foglio di giornale. Costava dieci dollari. Non si andava in giro. Una sera gli organizzatori ci offrirono una cena in un albergo. Lo spettacolo consisteva in una sottospecie di danza del ventre: una cosa patetica.
Pensai che se quello era il socialismo a me non interessava. Troppe contraddizioni! La gente lo subiva e non lo accettava.
Il fascino che l'Est europeo aveva sempre incarnato era per me sfumato. Le mie posizioni infatti cambiarono, ma non a livello ideologico! Mi convinsi del fatto che il socialismo era stato messo in atto in modo poco congruo, anche per colpa degli individui che componevano la classe dirigente, molto attenta al proprio benessere. C’erano personaggi con mega-macchine, frequentatori di ristoranti in cui si poteva pagare solo in dollari. Al ristorante “Lasagne” un pranzo costava cento dollari! C’erano negozi che accettavano solo bigliettoni. Il dollaro circolava in una maniera subdola, sotterranea.
Quest’idolatria per il dollaro, per il benessere, per la cioccolata, i jeans e i collant era palese. Passavano il tempo pensando ai negozi con prodotti internazionali. Un mattino mentre facevo la coda per il "Raketa" fui di colpo circondato dalla gente perché mi vedevano interessato a dieci orologi diversi. C’era un fare losco e poco sincero nell’ambiente che ruotava intorno a noi. Quelli del management sembravano tramare continuamente alle nostre spalle. Non dicevano mai la verità e continuavano a spostarci le date. Una disorganizzazione imbarazzante. In Polonia fummo costretti a percorrere centinaia di chilometri sotto la neve con un autista ubriaco, i finestrini che si aprivano e lasciavano entrare i fiocchi gelidi... noi provavamo a coprirci con giubbotti e coperte. Era normale. A Varsavia si verificò il “sold-out” per un concerto da tenersi in un palazzetto dello sport circondato dalla Milizia. La polizia picchiava la gente che voleva scavalcare per entrare. Questo "ordine" era in realtà un caos organizzato.
continua...
Senza una lauta mancia in albergo non ti assistevano. A volte ci servivano piatti avariati, probabilmente per ritorsione. Immagina un ristorante all’interno di un albergo, i camerieri vestiti di bianco, col papillon, e una band con una cantante che fa la cover di Sabrina Salerno “Boys Boys Boys”, il batterista che fa finta di suonare la batteria visto che accanto ha una batteria elettronica... ripensandoci, avrei potuto girare un film.
Un giorno mi misi in coda per comprare dei francobolli. Ad un certo punto l’impiegato prese un foglio e vi scrisse due righe a mano. Appese il seguente messaggio: “chiuso dalle 11 alle 11,15”. Bisognava aspettare. Passai giorni interi senza riuscire a trovare una bottiglia di acqua minerale. Nel nostro albergo vendevano soltanto una bibita verde. Dovetti accontentarmi di quella roba. Orinavo verde. L’acqua del rubinetto… si riempiva la vasca per fare il bagno e l'acqua era marrone. Mi ammalai. Febbre a 39. Non avevo medicine, non avevo niente. Chiesi a quelli dell’albergo se potevano mandarmi un dottore. Tre tipi sospetti entrarono in camera, due uomini e una donna. Cominciarono a rovistare tra le mie cose, a sfogliare le carte nella valigia. Al termine della perquisizione fui sollevato di peso e trasportato in bagno. Volevano obbligarmi a fare una doccia fredda! Io opposi resistenza urlando in francese: rifiutai di obbedire. Ci capivamo solo in francese. Mi ostinai tanto da riuscire a far convocare con il mio management. Chiesi subito un biglietto aereo per scappare via. Niente Yerevan. Trascorsi tre giorni da solo in albergo. Niente da mangiare. Sia in Polonia che in URSS avevo comprato pellicce e un sacco di altra roba. Ero pieno di mercanzia. Per fortuna mi ero preventivamente procurato un permesso dello Stato polacco che mi autorizzava a transitare. In aeroporto mi imbattei in Ugo Tognazzi che tornava a Roma... la prima persona con viso non ostile dopo giorni e giorni di musi. Io presi un aereo per Varsavia (a Mosca non avrebbero pagato il volo diretto per l’Italia). Rimasi in casa di amici per circa tre giorni abbandonandomi alle agognate cure.
Mosca era una città difficile, caotica. Le strade erano dominate da tassisti che tagliavano le corsie senza neanche guardare, i taxi si rompevano in mezzo alla strada. Una sorta di fatiscenza globale, l’albergo pieno di acari vecchi di un secolo... Passavamo le serate ad ubriacarci con la vodka nella stanza di qualcuno perché era l’unico svago che avevamo. Compravamo al mercato nero la bottiglia avvolta in un foglio di giornale. Costava dieci dollari. Non si andava in giro. Una sera gli organizzatori ci offrirono una cena in un albergo. Lo spettacolo consisteva in una sottospecie di danza del ventre: una cosa patetica.
Pensai che se quello era il socialismo a me non interessava. Troppe contraddizioni! La gente lo subiva e non lo accettava.
Il fascino che l'Est europeo aveva sempre incarnato era per me sfumato. Le mie posizioni infatti cambiarono, ma non a livello ideologico! Mi convinsi del fatto che il socialismo era stato messo in atto in modo poco congruo, anche per colpa degli individui che componevano la classe dirigente, molto attenta al proprio benessere. C’erano personaggi con mega-macchine, frequentatori di ristoranti in cui si poteva pagare solo in dollari. Al ristorante “Lasagne” un pranzo costava cento dollari! C’erano negozi che accettavano solo bigliettoni. Il dollaro circolava in una maniera subdola, sotterranea.
Quest’idolatria per il dollaro, per il benessere, per la cioccolata, i jeans e i collant era palese. Passavano il tempo pensando ai negozi con prodotti internazionali. Un mattino mentre facevo la coda per il "Raketa" fui di colpo circondato dalla gente perché mi vedevano interessato a dieci orologi diversi. C’era un fare losco e poco sincero nell’ambiente che ruotava intorno a noi. Quelli del management sembravano tramare continuamente alle nostre spalle. Non dicevano mai la verità e continuavano a spostarci le date. Una disorganizzazione imbarazzante. In Polonia fummo costretti a percorrere centinaia di chilometri sotto la neve con un autista ubriaco, i finestrini che si aprivano e lasciavano entrare i fiocchi gelidi... noi provavamo a coprirci con giubbotti e coperte. Era normale. A Varsavia si verificò il “sold-out” per un concerto da tenersi in un palazzetto dello sport circondato dalla Milizia. La polizia picchiava la gente che voleva scavalcare per entrare. Questo "ordine" era in realtà un caos organizzato.
continua...
giovedì 5 novembre 2009
41° puntata - Fred - parte 2/4
Seguii i programmi musicali della televisione polacca di Stato. La cosa clamorosa era che la musica dance italiana (mia e di altri artisti) diventava sempre più popolare tra i giovani, ma senza grandi dischi in circolazione, perché c'erano solo bootleg (riproduzioni non autorizzate, ndb)! Le cassette giravano e facevano sì che la gente si informasse, tramite la Germania confinante da cui arrivavano molte cose, magari via radio. Comunque la gente era attenta. Si tennero concerti, bagni di folla, da circa cinque-diecimila persone! Tutto gratis, perché non si poteva convertire la loro valuta, ma fu una grande esperienza... girare per le strade, guardare nei negozi di strumenti musicali con i sintetizzatori russi in vetrina, esibirsi in un night con due pezzi, il dj che vedendoci entrare suonava i nostri dischi... C’erano anche le prostitute che si avvicinavano, tantissime, in tutti gli alberghi di lusso (ogni hotel aveva un night), nelle discoteche sottoterra. Il loro modo di fare era inequivocabile, impossibile non notarlo. Non eravamo tipi anonimi, ci conoscevano tutti. Ci fermava la gente per strada! Quando si compare spesso in tv, su giornali e riviste la cosa diventa complessa, occorre saper gestire l’entusiamo delle persone.
Da lì nacque l’interesse per l’Urss. Organizzarono un tour su misura che ebbi la sfortuna di non poter completare per motivi di salute. Dopo aver trascorso circa un mese in Polonia, ci spostammo a Mosca in attesa di un volo per Yerevan, in Armenia, dove si sarebbe tenuto il primo concerto in terra sovietica. Alcune date programmate in Siberia saltarono subito per motivi di ordine pubblico... infuriavano scontri che non venivano pubblicizzati, ma che di fatto modificarono l'itinerario della tournée. Nel momento in cui giungemmo a Mosca fummo alloggiati in un hotel per soli russi. Nessun impiegato parlava inglese, zero comunicazioni con l'esterno... si poteva telefonare in Italia solo prenotando e attendendo ore ed ore... completamente sotto controllo e spiati in tutto quello che dicevamo. Tirando su il telefono si sentiva un misterioso "clak-clak"... c’era qualcuno che ascoltava! Girai per la città in lungo e in largo per una decina di giorni, insieme a guide che ci portavano nelle periferie, nei supermercati a comprare i dischi di contrabbando di Paul McCartney (era uscito solo un disco per il mercato sovietico), sull’Arbat a cercare gli orologi Raketa. Avevamo un sacco di soldi da spendere e non sapevamo cosa farne.
Mosca? Enorme, contradditoria, abitata da persone anonime e ordinarie, sempre in coda a comprare cibo o una bottiglia di vodka, in contrasto con altri soggetti che scendevano da automobili enormi, in una città dove teoricamente tutti dovevano essere uguali. Quest’uguaglianza non c’era. Cominciai a notare che qualcosa non quadrava. Sia in Polonia che in Urss c’era la tendenza ad essere molto gretti, attaccati ai soldi. L'ossessione di pervenire al benessere! Un continuo lamentarsi ... “Ah, voi state bene! Beati voi in Italia, un paese dove non ci sono problemi!”, malgrado io tentassi di spiegare che le cose non stavano proprio così, che avevamo problemi grossi. Loro insistevano e mi davano del comunista. Quella gente, specialmente la gioventù, era profondamente anticomunista.
continua...
Da lì nacque l’interesse per l’Urss. Organizzarono un tour su misura che ebbi la sfortuna di non poter completare per motivi di salute. Dopo aver trascorso circa un mese in Polonia, ci spostammo a Mosca in attesa di un volo per Yerevan, in Armenia, dove si sarebbe tenuto il primo concerto in terra sovietica. Alcune date programmate in Siberia saltarono subito per motivi di ordine pubblico... infuriavano scontri che non venivano pubblicizzati, ma che di fatto modificarono l'itinerario della tournée. Nel momento in cui giungemmo a Mosca fummo alloggiati in un hotel per soli russi. Nessun impiegato parlava inglese, zero comunicazioni con l'esterno... si poteva telefonare in Italia solo prenotando e attendendo ore ed ore... completamente sotto controllo e spiati in tutto quello che dicevamo. Tirando su il telefono si sentiva un misterioso "clak-clak"... c’era qualcuno che ascoltava! Girai per la città in lungo e in largo per una decina di giorni, insieme a guide che ci portavano nelle periferie, nei supermercati a comprare i dischi di contrabbando di Paul McCartney (era uscito solo un disco per il mercato sovietico), sull’Arbat a cercare gli orologi Raketa. Avevamo un sacco di soldi da spendere e non sapevamo cosa farne.
Mosca? Enorme, contradditoria, abitata da persone anonime e ordinarie, sempre in coda a comprare cibo o una bottiglia di vodka, in contrasto con altri soggetti che scendevano da automobili enormi, in una città dove teoricamente tutti dovevano essere uguali. Quest’uguaglianza non c’era. Cominciai a notare che qualcosa non quadrava. Sia in Polonia che in Urss c’era la tendenza ad essere molto gretti, attaccati ai soldi. L'ossessione di pervenire al benessere! Un continuo lamentarsi ... “Ah, voi state bene! Beati voi in Italia, un paese dove non ci sono problemi!”, malgrado io tentassi di spiegare che le cose non stavano proprio così, che avevamo problemi grossi. Loro insistevano e mi davano del comunista. Quella gente, specialmente la gioventù, era profondamente anticomunista.
continua...
lunedì 2 novembre 2009
40° puntata - Fred - parte 1/4
Grandi esperienze per Fred: nel 1985 a Lubiana; in Polonia dal 1988 almeno cinque volte fino al 1990; a Mosca nel 1989.
Motivo di questi viaggi? Il suo lavoro in campo musicale, esibizioni, concerti, serate in locali, festival. Fred Ventura, artista italo-dance, italo-disco, a partire dal 1983 intraprese tale attività con buoni riscontri in tutta Europa e anche nei Paesi dell’Est, sul finire degli anni Ottanta. Primo viaggio in Jugoslavia...
...per una serata in un posto incredibile situato nella periferia di Lubiana. Ancora oggi ricordo l’atmosfera! Avevo... paura no, ma ero emozionato, perché sentivo che c’era qualcosa di diverso nell’aria. Avevo 22 anni. La città era molto bella, però... i lampioni erano fatti con i tronchi, in albergo c’erano insetti da tutte le parti... e un disco costava solo 500 lire. Sembrava un "luna park" del passato.
Lubiana è molto vicina all’Italia. Le persone erano a conoscenza di ciò che accadeva da noi. L’informazione arrivava. La Jugoslavia non applicò mai il "filtro" che fu tipico dell'Urss e della Polonia. L’atmosfera era da paese dell’Est, poco evoluto, ma non chiuso e rigido come avevo immaginato.
L'autentico impatto con l’Est si verificò nel 1988, quando partecipai al festival di Sopot, nel nord della Polonia, vicino Danzica. Fui contattato dall’organizzazione tramite la mia etichetta italiana proprio mentre ero impegnato nel "servizio civile". Chiesi ed ottenni la licenza per poter partire. Ero il concorrente italiano di un festival internazionale che si svolgeva ogni anno. Da Varsavia presi un piccolo aereo ad elica con a bordo un soldato armato di fucile, ben piantato davanti alla cabina di pilotaggio. C'erano 50 gradi, niente da bere, niente da mangiare. A Danzica i trattori trascinavano le valige da una parte all'altra della pista. Pensai: ecco il vero Est europeo!
Alloggiavo a Gdynia, insieme ad artisti provenienti da tutto il mondo. Per i polacchi era una zona abbastanza "out". Il polacco medio non poteva frequentare quegli ambienti ovattati. Mi ritrovai catapultato in una specie di Festival di Sanremo, della stessa importanza, in diretta televisiva, 20-25 milioni di audience ogni sera. L'orchestra contava almeno trenta elementi. Presentai i miei pezzi dance (arrangiati per l’orchestra) di fronte a milioni di persone che dal giorno dopo mi avrebbero eletto piccolo eroe, idolo per i giovani che a quei tempi non avevano la possibilità di conoscere gli artisti internazionali. Molti artisti occidentali non andavano nei paesi socialisti perché non pagavano in valuta convertibile. Un contesto con organizzazione rigida, ferrea, fatta di permessi, firme e un ambiente concepito per le sole esigenze televisive. La gente comune era tenuta lontana da quella realtà. Il festival si svolse all’interno di una foresta, in un anfiteatro scoperto. I polacchi potevano assistere alle serate, ma i dischi non si trovavano. Ebbi un discreto successo che diede il via ad una serie di tournées. Mi esibii in molte città polacche... Varsavia, Danzica, Poznan, Wroclaw, Katowice e anche in un palchetto di provincia per i generali della milizia! Era una realtà che veniva manipolata ad uso e consumo di chi organizzava gli eventi per ottenere benefici, nient'altro che una manovra politica filo-governativa. Ai cantieri di Danzica cantai di fronte a giovani operai inneggianti a Solidarnosc... era un momento critico! Al mio ritorno a Varsavia (2° viaggio) fui fermato dalla Milizia. La città in quei giorni era teatro di pesanti scontri. Fui perquisito perché non avevo i documenti (lasciati in albergo). L'atmosfera era molto tesa. Aria di cambiamento. Durante le altre tournées potei condividere un po' del mio tempo con gente che faceva parte di Solidarnosc. Mi portarono a visitare la chiesa del prete ucciso anni addietro dalla milizia.
continua...
Motivo di questi viaggi? Il suo lavoro in campo musicale, esibizioni, concerti, serate in locali, festival. Fred Ventura, artista italo-dance, italo-disco, a partire dal 1983 intraprese tale attività con buoni riscontri in tutta Europa e anche nei Paesi dell’Est, sul finire degli anni Ottanta. Primo viaggio in Jugoslavia...
...per una serata in un posto incredibile situato nella periferia di Lubiana. Ancora oggi ricordo l’atmosfera! Avevo... paura no, ma ero emozionato, perché sentivo che c’era qualcosa di diverso nell’aria. Avevo 22 anni. La città era molto bella, però... i lampioni erano fatti con i tronchi, in albergo c’erano insetti da tutte le parti... e un disco costava solo 500 lire. Sembrava un "luna park" del passato.
Lubiana è molto vicina all’Italia. Le persone erano a conoscenza di ciò che accadeva da noi. L’informazione arrivava. La Jugoslavia non applicò mai il "filtro" che fu tipico dell'Urss e della Polonia. L’atmosfera era da paese dell’Est, poco evoluto, ma non chiuso e rigido come avevo immaginato.
L'autentico impatto con l’Est si verificò nel 1988, quando partecipai al festival di Sopot, nel nord della Polonia, vicino Danzica. Fui contattato dall’organizzazione tramite la mia etichetta italiana proprio mentre ero impegnato nel "servizio civile". Chiesi ed ottenni la licenza per poter partire. Ero il concorrente italiano di un festival internazionale che si svolgeva ogni anno. Da Varsavia presi un piccolo aereo ad elica con a bordo un soldato armato di fucile, ben piantato davanti alla cabina di pilotaggio. C'erano 50 gradi, niente da bere, niente da mangiare. A Danzica i trattori trascinavano le valige da una parte all'altra della pista. Pensai: ecco il vero Est europeo!
Alloggiavo a Gdynia, insieme ad artisti provenienti da tutto il mondo. Per i polacchi era una zona abbastanza "out". Il polacco medio non poteva frequentare quegli ambienti ovattati. Mi ritrovai catapultato in una specie di Festival di Sanremo, della stessa importanza, in diretta televisiva, 20-25 milioni di audience ogni sera. L'orchestra contava almeno trenta elementi. Presentai i miei pezzi dance (arrangiati per l’orchestra) di fronte a milioni di persone che dal giorno dopo mi avrebbero eletto piccolo eroe, idolo per i giovani che a quei tempi non avevano la possibilità di conoscere gli artisti internazionali. Molti artisti occidentali non andavano nei paesi socialisti perché non pagavano in valuta convertibile. Un contesto con organizzazione rigida, ferrea, fatta di permessi, firme e un ambiente concepito per le sole esigenze televisive. La gente comune era tenuta lontana da quella realtà. Il festival si svolse all’interno di una foresta, in un anfiteatro scoperto. I polacchi potevano assistere alle serate, ma i dischi non si trovavano. Ebbi un discreto successo che diede il via ad una serie di tournées. Mi esibii in molte città polacche... Varsavia, Danzica, Poznan, Wroclaw, Katowice e anche in un palchetto di provincia per i generali della milizia! Era una realtà che veniva manipolata ad uso e consumo di chi organizzava gli eventi per ottenere benefici, nient'altro che una manovra politica filo-governativa. Ai cantieri di Danzica cantai di fronte a giovani operai inneggianti a Solidarnosc... era un momento critico! Al mio ritorno a Varsavia (2° viaggio) fui fermato dalla Milizia. La città in quei giorni era teatro di pesanti scontri. Fui perquisito perché non avevo i documenti (lasciati in albergo). L'atmosfera era molto tesa. Aria di cambiamento. Durante le altre tournées potei condividere un po' del mio tempo con gente che faceva parte di Solidarnosc. Mi portarono a visitare la chiesa del prete ucciso anni addietro dalla milizia.
continua...
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