Nel 1990, accompagnata da un’amica che collaborava come me col Teatro Donizetti di Bergamo, mi recai a Tver, cittadina situata a 150 km da Mosca. Mi occupavo delle riprese. Facevamo parte di una delegazione composta da bergamaschi dello spettacolo, dell’artigianato e da rappresentanti della Camera di Commercio. L’obiettivo delle autorità italiane era l’instaurazione di costanti rapporti tra le due città. L’anno seguente alcuni rappresentanti di Tver avrebbero ricambiato la visita.
Fummo persino ospiti del console italiano in una villa tanto bella quanto blindata. Visitammo tutto il visitabile, la fabbrica delle ricamatrici che ricamavano le tovaglie, altri luoghi che interessavano gli operatori dell’artigianato e del commercio. A teatro era stato allestito uno spettacolo apposta per noi. Assistemmo ad un tipico balletto russo nella serata di gala.
A Mosca, all’arrivo, seppi che il mio bagaglio era stato perso. Per riuscire a recuperarlo dovetti percorrere il tragitto Mosca – Tver tre volte in tre giorni. Ci muovevamo con la traduttrice, che ci seguì anche in questa circostanza. Lo smarrimento del bagaglio costò ore di attesa in aeroporto. Era inverno. Che freddo! Tanta neve, strade dissestate, grande spaesamento. Alloggiavamo un po’ fuori Tver, in un albergo per turisti che non passavano certo da lì. Si trattava, più che altro, di un albergo per uomini d’affari e agenti di commercio, con un gran giro di prostitute. La notte c’era un casino micidiale! Colazione e cena si facevano in hotel. Per me, vegetariana, fu un disastro! Servivano formaggetti, minestroni di rapa e cavoli… era difficile capire dove c’era e dove non c’era la carne. Avevamo una serie di accompagnatori, tra cui un professore russo, che parlavano molto bene l’inglese e ci raccontavano un sacco di storie. Fu difficile trovare del cibo vegetale. D’altra parte, mi pesava il conseguente disagio arrecato a gente che abitualmente faceva fatica a mangiare bene. Gli accompagnatori russi erano felicissimi di passare la settimana con noi. Mangiavano in albergo. Per loro il menu era ricco e raffinato: cibo russo e pasti completi. Il professore, dopo aver compreso che ero vegetariana, appoggiò il capo sulla mia spalla, sconsolato. Mi sentii una merda. Loro si sarebbero mangiati le gambe del tavolo e io “la carne non la mangio!”. I russi a fine cena si portavano via spudoratamente tutto ciò che avanzava. Pacchettini, stagnola, sacchetti da casa… così spariva ogni briciola dal tavolo! A fine soggiorno i nostri accompagnatori ci fecero una sorpresa. Avevano organizzato una colletta per comprarci delle banane! La cosa più buona, più esotica che si potesse comprare! Per tutto il giorno, felici, ci avevano ripetuto “stasera ci sarà una sorpresa per voi”, pregustando il momento in cui ce le avrebbero consegnate. Una banana a testa! Quella sera, dopo un attimo di smarrimento, capimmo che la sorpresa era proprio quella. Mostrammo entusiasmo e tentammo di dividerle con loro, in quanto le banane erano contate.
Per tutte le visite di cortesia alle fabbriche (solitamente una al mattino ed una al pomeriggio) era previsto un rinfresco a base di dolcetti e “tverskaya”, una versione locale della vodka, un liquore color beige. Le merende e le colazioni di metà mattina erano a base di tverskaya. L’eventuale rifiuto avrebbe comportato una grandissima offesa. Vassoi di pasticcini e liquorino, che dovevi bere! La cena del console era stata devastante per quantità di portate e brindisi, infiniti: un brindisi agli amici di Bergamo, tutti in piedi e giù bicchierino, poi un brindisi agli amici di Tver, un brindisi a… che bevuta! Ci regalarono una bottiglia di tverskaya da portare in Italia, che io conservai senza metterci mano per due anni, nonostante la vodka mi piacesse molto. Era troppo pesante. Ogni sera venivano in hotel quelli del cambio nero, i tipi con i colbacchi dell’esercito e i Raketa. Spendemmo tutti i nostri soldi. Il mio Raketa si guastò molto presto. Purtroppo il mio orologiaio si rifiutò di effettuare la riparazione. Non era possibile. Feci delle riprese. Partecipammo ad una funzione ortodossa, per poi essere invitati a pranzo dal pope: grandi brindisi di tverskaya anche a casa sua. Nella chiesa, bellissima e buia, canti fantastici, riti suggestivi. Insomma, un trattamento super.
Tver non era una città di particolare bellezza, ma non dava l’impressione di essere povera. Era dignitosa. La gente non era certo vestita alla moda, il loro sembrava l’abbigliamento degli anni ‘60, signore truccatissime e permanente.
Giravamo per la città sempre sorvegliati a vista. Ci lasciarono una sola mattinata libera, per il resto ci si spostava sempre con pullman e traduttrice. Un giorno, fuori dall’albergo, mentre facevo alcune riprese, apparvero dei tizi nerboruti che misero le mani sulla telecamera, dicendo che non si poteva riprendere. Come ci spiegò poi la traduttrice, anche se non si trattava di edifici con sedi di esercito o polizia o del governo non si potevano fare riprese non autorizzate, neanche al paesaggio. Gita a Mosca, ai classici posti. Sotto la neve passeggiavano coppie di sposi che si facevano fotografare sulla Piazza Rossa, davanti al Mausoleo. Ai Gum non c’era niente, reparto dopo reparto, tutto vuoto, come se fosse in chiusura. C’era uno che aveva un mucchio di pantaloni, identici, unico modello. Un altro che vendeva cerniere e cose da cucito, un altro con cappelli tutti uguali. Il palazzo era stupendo, ma non c’era nulla da comprare. Ci portarono all’Intershop, dove si potevano trovare le Marlboro. Ci volevano andare soprattutto gli accompagnatori, per fare acquisti straordinari. Ci chiesero di cambiare soldi con loro per poter comprare in dollari. Ci portarono due volte, insistendo. Ma non c’era paragone col supermercato di Berlino Est. A Mosca mi colpirono le meravigliose librerie e i negozi di giocattoli in legno, veramente straordinari, che qui in Italia si sarebbero potuti rivendere a carissimo prezzo: cavallini di legno, costruzioni in legno... Le librerie vendevano testi con fantastiche illustrazioni per bambini. Erano immense… libri curati, di qualità. C’erano reparti infiniti. Comprammo qualche libro per bambini e album di manifesti a tema: ecologia, pace, Lenin …
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lunedì 15 giugno 2009
giovedì 11 giugno 2009
25° puntata - Cecilia - parte 1/2
Nell’agosto del 1986 Cecilia si trovava a Berlino Ovest con due amiche, punk come lei, per studiare la lingua tedesca. Era d’obbligo la gita a Berlino Est.
Provavamo un certo timore al pensiero di andare a Berlino Est. Premetto che per arrivare a Berlino Ovest, in treno, dall’Italia, serviva il passaporto e le autorità avevano impiegato parecchio tempo a rilasciarmelo. Quindi c’era un po’ di paranoia. Inoltre, alcuni amici punk ci dissero che, per gente vestita come noi, potevano sorgere problemi nei transiti da e per la zona Est. Ci consigliarono di evitare il Check-point Charlie, suggerendo di passare dalla Friedrichstrasse.
In entrata nessun problema. Vidi grandi mucchi di macerie. I maestosi palazzi dell’Est, le case e i monumenti erano ancora distrutti. Il solo edificio davvero in ordine era lo sfolgorante Palast der Republik (il palazzo del Parlamento), completamente ricoperto di specchi. Ospitava, tra le altre cose, una sala da ballo, un cinema e un ristorante. Era un luogo di ritrovo e di divertimento. Lampadari enormi, sfavillanti… stupendo! I monumenti circostanti si riflettevano sugli specchi. La facciata principale era dominata dal simbolone del “compasso e martello”. In giro per il centro, a noi noto per la Alexander Platz, la fontana con gli zampilli, Karl Marx Allee e i mosaici con le figure dei lavoratori, tentavamo di scovare le cose che non andavano. Il nostro spirito era critico nei riguardi dell’Est.
Dovetti impegnarmi per decidere come spendere quei venticinque marchi orientali del cavolo che portavo con me! Fu un’impresa! Non sapevo come disfarmene, non c’era niente di interessante in vendita. Per cui si destinava tutto ai dischi o ai prodotti del grosso supermercato a più piani della Alexander Platz, tipo Rinascente, che aveva i classici reparti di abbigliamento, anche per bambini, e, nell’interrato, gli alimentari. Per ore studiammo i prodotti, le etichette, non riuscendo però ad apprezzare le merci nel modo appropriato, ad eccezione di quelle del reparto dischi, che si distingueva per un’importante sezione di musica classica, e del settore cartoleria, ricco di prodotti in carta riciclata che in Italia sarebbero costati moltissimo. Da noi si trovavano di rado, mentre lì costituirono il nostro acquisto più rilevante… quaderni in vari formati con la copertina verde, tutti con lo stesso logo di produzione. Acquistai la bandiera, un disco del Coro dell’Armata Rossa e poi… giù nel supermercato alimentare, che era uno spettacolo… vedevi delle robe! Per il latte usavano un solo tipo di bottiglia, identico per tutte le qualità di latte! Ogni cosa era confezionata in sacchetti di carta, non c’erano sacchetti di plastica! Pochissima scelta… un solo tipo di farina, un solo tipo di zucchero, un solo tipo di biscotti. In attesa di determinati (preannunciati) approvvigionamenti, la gente gironzolava all’interno del supermercato. La cioccolata era pessima, non era che un suo surrogato. Alle casse vedevi carrelli piccolissimi e carta da pacchi per avvolgere gli acquisti. Che paura per il controllo all’uscita dall’Est! A Berlino Est c’erano i punk, ma non erano visibili. Noi, invece, davamo nell’occhio. La perquisizione ci preoccupava. Al signore straniero davanti a noi rivoltarono abiti e borsa, lo spogliarono… quei VoPos sempre incazzati, coi musi durissimi, antipatici, con la fama dei cafoni. I marchi orientali non si potevano portare fuori e noi avevamo paura che ci trovassero addosso i pfennig rimasti. Non eravamo tranquille. Che paranoia! Il VoPos ci fece aprire gli zaini, ma si sciolse in un sorriso fino alle orecchie nello scorgere il disco dell’Armata Rossa. Visto il disco, decise di lasciarci andare. Quell’anno, in un’occasione, presi la metropolitana all’Ovest. Ricordo i passaggi del treno nella zona orientale in stazioni chiuse. Il convoglio rallentava in prossimità delle stazioni abbandonate, i cui rivestimenti erano costituiti da mattonelle sporche, impolverate. Stazioni vuote, illuminate dai neon… tristezza infinita. Era brutto attraversare quei luoghi. L’anno successivo (1987), durante un giro in centro a Berlino Est, uscimmo dai percorsi abituali e ci perdemmo. Non c’erano più negozi né punti di riferimento. Lasciando il centro, ci trovammo nella desolazione più totale. C’era ancora qualche vecchio locale, ma non aiutava. Nuovamente, grossi acquisti di libri, dischi, che non costavano niente, e un tamburo di latta. Avevo visto il film e sapevo di poterlo trovare solo nei negozi dell’Est… rosso e bianco, con la plastica al posto della pelle. Per mio papà comprai un disco a caso, era di un compositore dell’Est, Hans Eisler (che lavorava Kurt Weil) e aveva musicato tante cose di Brecht. Vi trovai all’interno il “Canto del Fronte Unito dei Lavoratori”. Insomma, ho bei ricordi di shopping! Tornai ancora a Berlino Est in inverno, tra il 1987 e 1988. Faceva molto freddo. Evitai di girare per le strade. Finalmente riuscii a visitare il Museo di Pergamo e altre interessanti attrattive, tra cui una galleria con quadri d’arte moderna. I guardiani del museo d’arte moderna erano più che pensionati, vecchietti e vecchiette, seduti sulla seggiolina, a controllare il viavai. Quella volta, nell’accompagnarci a Berlino Est, il fidanzato della mia amica ebbe non pochi problemi. Era il tipico italiano, nero di capelli, ricciuto e barbuto. Fu trattenuto per alcuni interminabili istanti perché scambiato per un turco!
continua...
Provavamo un certo timore al pensiero di andare a Berlino Est. Premetto che per arrivare a Berlino Ovest, in treno, dall’Italia, serviva il passaporto e le autorità avevano impiegato parecchio tempo a rilasciarmelo. Quindi c’era un po’ di paranoia. Inoltre, alcuni amici punk ci dissero che, per gente vestita come noi, potevano sorgere problemi nei transiti da e per la zona Est. Ci consigliarono di evitare il Check-point Charlie, suggerendo di passare dalla Friedrichstrasse.
In entrata nessun problema. Vidi grandi mucchi di macerie. I maestosi palazzi dell’Est, le case e i monumenti erano ancora distrutti. Il solo edificio davvero in ordine era lo sfolgorante Palast der Republik (il palazzo del Parlamento), completamente ricoperto di specchi. Ospitava, tra le altre cose, una sala da ballo, un cinema e un ristorante. Era un luogo di ritrovo e di divertimento. Lampadari enormi, sfavillanti… stupendo! I monumenti circostanti si riflettevano sugli specchi. La facciata principale era dominata dal simbolone del “compasso e martello”. In giro per il centro, a noi noto per la Alexander Platz, la fontana con gli zampilli, Karl Marx Allee e i mosaici con le figure dei lavoratori, tentavamo di scovare le cose che non andavano. Il nostro spirito era critico nei riguardi dell’Est.
Dovetti impegnarmi per decidere come spendere quei venticinque marchi orientali del cavolo che portavo con me! Fu un’impresa! Non sapevo come disfarmene, non c’era niente di interessante in vendita. Per cui si destinava tutto ai dischi o ai prodotti del grosso supermercato a più piani della Alexander Platz, tipo Rinascente, che aveva i classici reparti di abbigliamento, anche per bambini, e, nell’interrato, gli alimentari. Per ore studiammo i prodotti, le etichette, non riuscendo però ad apprezzare le merci nel modo appropriato, ad eccezione di quelle del reparto dischi, che si distingueva per un’importante sezione di musica classica, e del settore cartoleria, ricco di prodotti in carta riciclata che in Italia sarebbero costati moltissimo. Da noi si trovavano di rado, mentre lì costituirono il nostro acquisto più rilevante… quaderni in vari formati con la copertina verde, tutti con lo stesso logo di produzione. Acquistai la bandiera, un disco del Coro dell’Armata Rossa e poi… giù nel supermercato alimentare, che era uno spettacolo… vedevi delle robe! Per il latte usavano un solo tipo di bottiglia, identico per tutte le qualità di latte! Ogni cosa era confezionata in sacchetti di carta, non c’erano sacchetti di plastica! Pochissima scelta… un solo tipo di farina, un solo tipo di zucchero, un solo tipo di biscotti. In attesa di determinati (preannunciati) approvvigionamenti, la gente gironzolava all’interno del supermercato. La cioccolata era pessima, non era che un suo surrogato. Alle casse vedevi carrelli piccolissimi e carta da pacchi per avvolgere gli acquisti. Che paura per il controllo all’uscita dall’Est! A Berlino Est c’erano i punk, ma non erano visibili. Noi, invece, davamo nell’occhio. La perquisizione ci preoccupava. Al signore straniero davanti a noi rivoltarono abiti e borsa, lo spogliarono… quei VoPos sempre incazzati, coi musi durissimi, antipatici, con la fama dei cafoni. I marchi orientali non si potevano portare fuori e noi avevamo paura che ci trovassero addosso i pfennig rimasti. Non eravamo tranquille. Che paranoia! Il VoPos ci fece aprire gli zaini, ma si sciolse in un sorriso fino alle orecchie nello scorgere il disco dell’Armata Rossa. Visto il disco, decise di lasciarci andare. Quell’anno, in un’occasione, presi la metropolitana all’Ovest. Ricordo i passaggi del treno nella zona orientale in stazioni chiuse. Il convoglio rallentava in prossimità delle stazioni abbandonate, i cui rivestimenti erano costituiti da mattonelle sporche, impolverate. Stazioni vuote, illuminate dai neon… tristezza infinita. Era brutto attraversare quei luoghi. L’anno successivo (1987), durante un giro in centro a Berlino Est, uscimmo dai percorsi abituali e ci perdemmo. Non c’erano più negozi né punti di riferimento. Lasciando il centro, ci trovammo nella desolazione più totale. C’era ancora qualche vecchio locale, ma non aiutava. Nuovamente, grossi acquisti di libri, dischi, che non costavano niente, e un tamburo di latta. Avevo visto il film e sapevo di poterlo trovare solo nei negozi dell’Est… rosso e bianco, con la plastica al posto della pelle. Per mio papà comprai un disco a caso, era di un compositore dell’Est, Hans Eisler (che lavorava Kurt Weil) e aveva musicato tante cose di Brecht. Vi trovai all’interno il “Canto del Fronte Unito dei Lavoratori”. Insomma, ho bei ricordi di shopping! Tornai ancora a Berlino Est in inverno, tra il 1987 e 1988. Faceva molto freddo. Evitai di girare per le strade. Finalmente riuscii a visitare il Museo di Pergamo e altre interessanti attrattive, tra cui una galleria con quadri d’arte moderna. I guardiani del museo d’arte moderna erano più che pensionati, vecchietti e vecchiette, seduti sulla seggiolina, a controllare il viavai. Quella volta, nell’accompagnarci a Berlino Est, il fidanzato della mia amica ebbe non pochi problemi. Era il tipico italiano, nero di capelli, ricciuto e barbuto. Fu trattenuto per alcuni interminabili istanti perché scambiato per un turco!
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